Educazione bambino: quando è un piccolo tiranno

Non bisogna sentirsi in colpa se si sgridano i figli, né avere paura di essere troppo severi se si impongono delle regole ai piccoli. Solo così, infatti, li si aiuta a crescere e a non “sottomettere” i genitori

Oggi comandano i figli

Spesso si sente dire che i bambini di oggi sono dei veri e propri “tiranni” e che ormai sono loro che comandano in casa. Non si tratta, però, dei soliti luoghi comuni. Infatti, alcuni studi sociologici dimostrano che la nostra società è molto cambiata rispetto a quella di una volta e che i ruoli all’interno della famiglia si sono profondamente modificati. In particolare, si ritiene che i genitori “moderni” non riescano ad imporsi sui figli, bensì subiscano i loro capricci e siano costretti a fare ciò che i bambini ordinano. Oggi i figli condizionano notevolmente la vita pratica dei genitori, dall’organizzazione della giornata alla scelta dell’arredamento di casa, dai luoghi dove andare in ferie agli amici da frequentare. Il risultato è che mamma e papà non solo non hanno più tempo per se stessi, dovendo assecondare le richieste continue dei bambini, ma perdono la loro autorevolezza. I figli, in pratica, non riconoscono il ruolo educativo dei genitori e, per tanto, si sentono autorizzati a fare i capricci per ottenere ciò che desiderano e a ribellarsi ostinatamente di fronte ai divieti di mamma e papà.

Essere genitori: un ruolo da riscoprire

Si sostiene, dunque, che i figli detengano uno strapotere e che siano diventati dei bambini onnipotenti, dei tiranni, appunto. Alla base di questo fenomeno ci sarebbe un atteggiamento troppo permissivo dei genitori, che non giudicano né intervengono sulle scelte del bambino, indirizzandolo e spiegandogli cosa è giusto fare e cosa no. Spesso i genitori diventano “amici” dei figli, instaurando un rapporto complice da “compagni di giochi”. Psicologicamente questo atteggiamento deriva dallo stile di vita condotto all’interno della nostra società, fondata sul benessere. In pratica, mamma e papà, abituati ad avere molte soddisfazioni e libertà personali, possono considerare il bambino come un “limite” a tale benessere ed hanno paura degli stravolgimenti che un figlio può portare all’interno della loro vita. In quest’ottica, è naturale che i genitori preferiscano non imporsi sui figli, lasciargli liberi di fare e di decidere: una sorta di “vivi e lascia vivere”, che però può portare i genitori ad essere complici degli errori commessi dai figli. Al contrario, il ruolo di mamma e papà deve essere formativo per i figli ed occorre quindi che essi siano in grado di imporsi, affinché i bimbi riconoscano l’autorevolezza dei genitori. Perché tutto ciò avvenga, mamma e papà devono essere maturi, determinati e non avere paura di sgridare il bambino e di stabilire delle regole.

Il valore delle regole

A volte è difficile imporre delle regole ai propri figli, poiché si ha paura di essere troppo severi o di farli soffrire negando loro qualcosa. Bisogna sapere, però, che porre dei limiti ai capricci e ai desideri dei bambini è un modo per aiutarli a crescere più forti e sicuri. Le regole vanno imposte e motivate con determinazione. Perché, il bambino rispetti tali regole, è necessario che mamma e papà le rispettino loro per primi, in modo da offrire al piccolo il giusto esempio. È fondamentale che i genitori nell’offrire la regola al piccolo usino un tono di voce fermo e deciso. Anche lo sguardo dei genitori è importante: deve sempre cercare gli occhi del piccolo e fissarli seriamente. Urlare o imporsi con le botte non serve: è piuttosto un tono di voce determinato che rende il comando dei genitori convincente. Se l’adulto, per pigrizia o incapacità di sostenere l’opposizione del bambino (espressa con rabbia, pianti e scenate) nel vedersi negare le proprie scelte, cede o evita il conflitto educativo, il piccolo non cresce e, abbandonato sé stesso, “si comanda da solo”. Ciò che bisogna considerare è che il bambino valuta le situazioni nel presente, senza un’adeguata coscienza del futuro, quindi decide di fare ciò che gli conviene al momento, senza riflettere sulle possibili conseguenze. Per questo è importante che i bambini siano seguiti, guidati e sgridati quando è necessario.

Il piccolo dice sempre “no”

Si tratta di una fase naturale dello sviluppo del bambino che si verifica intorno ai due anni di vita. Il piccolo, in questa fase, inizia a costruire la propria identità, capendo di avere dei gusti propri che lo caratterizzano come individuo. Il “no” diventa quindi il simbolo di questa presa di coscienza: è un modo per sentirsi “altro” rispetto alla mamma e per affermare la propria identità. I genitori devono accettare questa tappa della crescita con serenità, poiché si risolve da sé. Bisogna lasciar dire al piccolo tutti i suoi “no” senza però lasciarsi influenzare: con i suoi “no” il piccolo valuta anche i suoi limiti ed è quindi opportuno che i genitori si oppongano a questi “no” quando è necessario. I genitori devono fare ciò che avevano stabilito, senza cedere alle negazioni del bimbo. Un atteggiamento troppo severo può però mortificare il bambino, rendendolo remissivo e insicuro: è giusto quindi tollerare ed accettare qualche “no”, ma occorre stabilire delle regole da rispettare e alle quali non si può dire “no”.

Cosa fare se…

  • non vuole andare a dormire: il piccolo si comporta così perché non vuole interrompere i suoi giochi e non vuole allontanarsi da mamma e papà. Per ridimensionare questo atteggiamento, occorre instaurare un’abitudine al sonno, fatta di riti e gesti che si verificano ogni sera. Ad esempio, i genitori possono intrattenersi con il piccolo leggendogli una fiaba, “incaricare” un peluche di far compagnia al piccolo mentre dorme, lasciare una lucina accesa e, fondamentale, stabilire un’orario per andare a nanna, da rispettare il più possibile.
  • fa scenate in pubblico: il bimbo urla, si dimena, piange: il tutto per un gelato negato prima di cena o un gioco nuovo non acquistato, ad esempio. La scena avviene sotto lo sguardo dei passanti, facendo sprofondare mamma e papà nell’imbarazzo. In situazioni di questo tipo, i genitori devono mantenere un forte autocontrollo, senza cedere ai capricci del bambino in modo da scoraggiare questi atteggiamenti. Può essere utile portare il piccolo in un luogo appartato finché non si è calmato e, una volta a casa, spiegargli che non ci si deve comportare così.
  • non vuole mangiare: se il piccolo ha mangiato “fuori pasto” è naturale che non si sieda a tavola con appetito: è bene, quindi, limitare il più possibile le merende. In casi di questo tipo è inutile forzare il bambino dato che si sente già “pieno”. Se, invece, il rifiuto del cibo da parte del piccolo è un modo per ribellarsi a mamma e papà, occorre che i genitori mantengano la calma e non obblighino il bambino a mangiare, per non peggiorare la situazione. Si può adottare qualche stratagemma, preparando i cibi in maniera diversa: ad esempio, i pomodori possono diventare allegri funghetti decorati con la maionese, il prosciutto può essere presentato a striscioline disposte a forma di fiore.
  • al supermercato vuole comprare tutto quello che vede: in questo caso mamma e papà devono trovare un compromesso con il figlio: si può permettere al bambino di scegliere un prodotto soltanto da mettere nel carrello, alla fine della spesa. Può essere utile intrattenere il piccolo nel carrello permettendogli di tenere il suo giochino preferito, in modo che si “distragga” durante la spesa.
  • non si stacca dalla tv: la televisione rappresenta per il piccolo un’attrazione irresistibile. Occorre stabilire degli orari in cui il bambino può vederla e, comunque, limitare il suo uso il più possibile. Mamma e papà non devono mai lasciare solo il bimbo davanti alla tv, spiegandogli che cosa sta vedendo. I genitori devono essere fermi nella decisione di spegnere la televisione, senza cedere ai pianti del piccolo. Una volta spenta la tv, si può offrire al piccolo un altro gioco o portarlo fuori casa a fare una passeggiata.
  • al parco non vuole smettere di giocare per tornare a casa: si tratta di una situazione abbastanza frequente. Il piccolo non vuole interrompere i suoi giochi e lasciare gli amichetti. Anche in questo caso occorre essere fermi e decisi, senza cedere alle richieste del bambino e ai pianti. Può essere utile cominciare a chiamare il piccolo mezz’ora prima dell’ora in cui si deve andare a casa, in questo modo si guadagnerà tempo. Si può invogliare il piccolo a tornare a casa proponendogli attività divertenti: “Andiamo a casa a giocare con il papà” oppure “Andiamo a casa a preparare la torta”, ad esempio.
  • non lascia parlare i genitori al telefono: vedendo mamma o papà impegnati in una conversazione telefonica, il piccolo può sentirsi escluso e geloso. Farà, quindi, di tutto per disturbare i genitori e tenterà di strappare loro la cornetta di mano. Per soddisfare la curiosità del bimbo e farlo sentire partecipe si può spiegargli con chi si è al telefono, farlo parlare per qualche secondo al ricevitore, oppure gli si può regalare un telefono finto da usare mentre la mamma è al telefono.
  • non vuole lavarsi: in genere il piccolo ama il contatto con l’acqua e il bagnetto rappresenta un momento di gioco e di benessere. Ma se il bimbo si ostina a non volersi lavare, si può ricorrere a degli stratagemmi. Ad esempio si può fare il bagno insieme, creare una vaschetta piena di pupazzetti galleggianti o comprare un accappatoio colorato e simpatico.
  • non vuole riordinare i suoi giochi: quasi tutti i bambini una volta terminato di giocare non mettono a posto i loro giochi. Insegnare al piccolo a fare ordine è però importante, poiché man mano che cresce la sua collaborazione in casa è fondamentale. Si può premiare il piccolo ogni volta che sistema i suoi giochini con una caramella e procurarsi un’allegra cesta dei giochi per riporre tutto con facilità.
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