Dietro la violenza degli adolescenti: Roberta Bruzzone analizza i disordini di Milano

Laura de Laurentiis A cura di Laura de Laurentiis Pubblicato il 22/10/2026 Aggiornato il 22/10/2026

Tante sono le domande che in questo momento storico, reso buio e angosciante dalla violenza dei giovanissimi, si stanno ponendo genitori ed educatori. Per rispondere è con noi la dottoressa Roberta Bruzzone, autorevole nome della criminologia.

rivolte adolescenti

Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, molte zone del centro devastate: così è accaduto a Milano nel fine settimana del 17-18 ottobre. Dei disordini che hanno messo la città in ginocchio sono responsabili circa 300 ragazzini, la maggior parte minorenni, solo alcuni italiani di seconda generazione.

Immediata la reazione del Governo che ha approvato con urgenza un nuovo decreto-legge, subito entrato in vigore, che prevede pene severissime e carcere anche per gli adolescenti (14-18 anni), sanzioni per i genitori dei minorenni, aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine. Questo il risvolto politico.

Ma mamme e papà, nonni e nonne, insegnanti ed educatori sentono il bisogno di sapere che cosa realmente si agita nell’animo di questi ragazzini allo sbando. Che cosa, infatti, può spingere degli adolescenti, alcuni dei quali con meno di 14 anni, a comportarsi con tanta violenza, incuranti delle conseguenze? Esiste un profilo psicologico?

<<Partiamo da un punto: non esiste il profilo unico del ragazzo che compie atti vandalici>> afferma la dottoressa Roberta Bruzzone, criminologa. <<Una diagnosi non si fa guardando un video sui social o le riprese trasmesse dai telegiornali, possiamo però esaminare alcuni meccanismi: la ricerca di eccitazione, il bisogno di riconoscimento, la difficoltà a tollerare la frustrazione, il desiderio di dominare e la tendenza a minimizzare il danno inferto agli altri. Per qualcuno distruggere diventa il modo più rapido per sentirsi qualcuno. Il ragionamento sottostante è più o meno questo: non so conquistarmi attenzione attraverso ciò che costruisco? Me la prendo attraverso ciò che devasto. La vetrina va in pezzi e, per qualche minuto, mi sento potente. Il problema è capire quanto un simile comportamento venga premiato dagli amici, dal riconoscimento ottenuto e dalla sensazione di poter fare tutto senza pagare alcun prezzo>>.

“È una bravata” non è sempre una risposta

Qualcuno ha definito quello che è accaduto a Milano una “bravata”, altri invece ritengono che sia espressione di un disagio sociale profondo, mentre c’è chi lo giudica semplicemente un modo come un altro di delinquere. <<”Bravata” è una parola che spesso tranquillizza gli adulti e lascia il problema esattamente dov’è>> dice la criminologa. <<Bisogna guardare i fatti: che cosa hanno compiuto questi ragazzi, con quale consapevolezza, quanto hanno pianificato e, ancora, ci si deve chiedere se si è trattato di un episodio isolato o se questa condotta sarà ripetuta. Infine, bisognerà valutare la reazione del singolo adolescente davanti alle conseguenze>>.

Poi continua, assicurando che non ogni atto vandalico segnala un disturbo psicologico o una sofferenza profonda. Si può agire anche per divertimento, opportunismo, ricerca di approvazione. Ed è un errore pensare che dietro ogni comportamento distruttivo ci sia necessariamente un dolore nascosto.

<<Quando il disagio c’è, va riconosciuto e affrontato. Ma comprendere una condotta non significa renderla accettabile. E soprattutto non possiamo cancellare dal quadro chi quel danno lo subisce>>.

La contraddizione della contestazione

Fa riflettere l’ipotesi che questi ragazzi sembrano contestare una classe sociale alla quale probabilmente vorrebbero appartenere.

È verosimile? E se sì, come si spiega? <<Prima di attribuire a questi adolescenti la volontà di mettere in atto una contestazione sociale, verificherei che siano davvero loro a esprimerla. A volte gli adulti costruiscono spiegazioni molto elaborate per comportamenti che hanno motivazioni assai più immediate>> osserva la criminologa. <<Se però questa contraddizione emerge, è comprensibile: posso desiderare uno status e provare ostilità verso chi lo possiede. Posso misurare il mio valore attraverso denaro, oggetti e visibilità e sentirmi umiliato quando non li ho. Distruggere certi simboli può diventare un modo per rovesciare, per un momento, quella sensazione di inferiorità>>.

Poi però la criminologa aggiunge che sarebbe comodo attribuire tutto alla povertà o all’esclusione. <<Condotte del genere possono riguardare anche ragazzi cresciuti nel benessere. Avere molto non insegna automaticamente a rispettare qualcosa>>.

La recita del “non me ne importa nulla”

Perché i ragazzini coinvolti sembra che se ne infischino delle conseguenze a cui si espongono, che possono comportare addirittura il carcere? Ci si chiede se questo si possa spiegare come frutto dell’assoluta incapacità di prevedere gli effetti delle proprie azioni.

<<Dire “non me ne importa niente” davanti agli amici, come probabilmente succede nel gruppo dei pari, non dimostra una reale indifferenza verso le ripercussioni che possono avere certi comportamenti. A volte è una posa. Altre volte prevalgono l’eccitazione del momento, il vantaggio immediato di ottenere approvazione e la convinzione che, in qualche modo, sarà possibile cavarsela>>.

In altre parole, la conseguenza futura resta un concetto astratto. L’amico che ti applaude è lì, davanti a te. <<Questo aiuta a capire perché la sola minaccia della punizione possa non bastare. Servono limiti credibili, interventi tempestivi e adulti che mantengano ciò che dicono. Se ogni provvedimento viene annunciato e poi ritirato, la lezione è chiarissima: basta aspettare e passa tutto>>.

Il peso del gruppo

Una domanda difficile, che sta girando con insistenza tra gli educatori, riguarda il peso del gruppo. Ogni singolo ragazzino da solo farebbe le stesse cose?

<<Per alcuni il gruppo è decisivo. Offre un pubblico, distribuisce la responsabilità e può trasformare la prudenza in una debolezza di cui vergognarsi. Uno provoca, un altro rilancia, un terzo riprende. A quel punto fermarsi può sembrare più rischioso, sul piano dell’appartenenza, che continuare>> spiega la criminologa.

Poi continua sottolineando che non tutti all’interno del gruppo hanno lo stesso ruolo. C’è chi propone, chi trascina, chi segue e chi prova a opporsi. Essere in gruppo non cancella le responsabilità individuali: rende necessario ricostruirle con precisione.

<<E poi entra in gioco il desiderio di apparire forti, che può pesare moltissimo. Solo che distruggere qualcosa davanti agli amici non misura la forza. Misura anche quanto sei disposto a farti governare dal loro giudizio. Se per sentirti qualcuno devi eseguire la sfida del gruppo, quanto sei davvero libero?>>.

È questo il punto su cui occorrerebbe fermare l’attenzione degli adolescenti, inducendoli a pensarci su.

Scopri anche la nostra analisi sulla violenza nelle scuole

Arginare il fenomeno: l’imperativo categorico per gli adulti

Come si può arginare il fenomeno? La dottoressa Bruzzone non ha dubbi: intervenendo prima che la violenza diventi un modo abituale per ottenere attenzione e prestigio.

Servono una collaborazione concreta tra famiglia, scuola e servizi, opportunità di partecipazione e adulti capaci di accorgersi dei segnali senza minimizzarli.

<<Quando il danno è stato commesso, devono esserci conseguenze proporzionate e comprensibili. Dove possibile e nei percorsi appropriati, anche attività di riparazione: confrontarsi con il costo di ciò che si è distrutto aiuta a dare concretezza a una responsabilità che altrimenti resta una parola vuota>>.

È ovvio che se dovessero emergere difficoltà psicologiche, uso di sostanze o condotte aggressive persistenti, si dovrà ricorrere a una valutazione e poi a un intervento professionale.

Comunque, la soluzione va ricercata e costruita sul singolo ragazzo. Né l’impunità, né l’umiliazione pubblica sono strumenti educativi quindi non avrebbe molto senso ricorrervi.

Il ruolo dei genitori

Tanti genitori si sentono impotenti di fronte alla cronaca di oggi. Altri sottovalutano il problema, poi c’è chi, spiace dirlo, nasconde la testa sotto la sabbia, sceglie di non vedere quello che pure dovrebbe saltare agli occhi perché difficilmente un ragazzino, capace di compiere atti vandalici e perfino di scagliarsi contro la polizia, in casa non dà alcun segno della sua rabbia.

Poi naturalmente ci sono madri e padri che vogliono a tutti i costi agire sul piano della prevenzione, aiutando il proprio ragazzino a diventare una persona per bene.

Cosa dovrebbero o almeno potrebbero fare i genitori per impedire che accada quello che sta avvenendo?

<<Essere presenti, ecco la risposta. Ed essere presenti significa conoscere la vita concreta dei propri figli: con chi escono, come trascorrono il tempo, che cosa succede a scuola, come si comportano quando ricevono un no. Significa ascoltare, ma anche fare domande scomode e verificare quando qualcosa non torna. Bisogna osservare soprattutto i comportamenti ripetuti: aggressività, intimidazioni, danneggiamenti, menzogne sistematiche, disprezzo per chi cade o subisce un torto o viene colpito. Nessuno di questi elementi, da solo, autorizza una diagnosi. Ma una sequenza di episodi non può essere archiviata ogni volta con semplicistici  “è l’età”, “passerà”>>.

E poi, secondo la criminologa, è di primaria importanza dare l’esempio. Se un adulto insulta, minaccia, aggira le regole e considera gli altri degli ostacoli, il figlio riceve un’educazione molto precisa, indicazioni chiarissime. Anche se a tavola gli vengono recitati grandi discorsi sul rispetto quando i fatti non vi corrispondono ogni predicozzo risulta inutile.

<<Infine, quando un figlio sbaglia, bisogna reggere il colpo senza precipitarsi a cancellare tutto. Ascoltarlo, accertare l’accaduto, tutelarne i diritti e pretendere che si assuma la propria parte di responsabilità è essenziale. Un figlio deve sapere che può chiedere aiuto ai genitori anche dopo aver fatto qualcosa di grave. Deve sapere anche che sostenerlo significa accompagnarlo ad affrontare ciò che ha fatto>> assicura la criminologa.

Se ogni volta gli si spiana la strada per evitargli una conseguenza, gli si sta passando il pericoloso insegnamento che a pagare un danno fatto da lui sarà sempre qualcun altro.

Leggi il nostro approfondimento sull’educazione al consenso

La “stretta” del governo, ma serve un lavoro educativo serio

Con urgenza il Governo ha varato un nuovo decreto sicurezza che modifica radicalmente le regole sulla responsabilità penale dei giovani tra i 14 e i 18 anni e impone multe ai genitori dei minorenni coinvolti.

In sintesi, d’ora in poi verrà applicato il principio del “chi rompe paga”: è una scelta corretta anche se si tratta di ragazzini? «Sul principio sono assolutamente d’accordo>> dice la criminologa. <<Chi devasta un negozio distrugge il lavoro, i sacrifici e la sicurezza di altre persone. Essere minorenni non può diventare un lasciapassare per fare qualunque cosa. Ed è giusto coinvolgere i genitori>>.

Poi prosegue, spiegando che la responsabilità educativa comporta anche dover affrontare le conseguenze dei comportamenti dei figli. Soprattutto quando, davanti a fatti gravissimi, qualche adulto trova ancora il coraggio di parlare di “ragazzate”.

Una vetrina sfondata e un negozio saccheggiato non appartengono alle fasi della crescita. <<Ma il coinvolgimento deve andare oltre il portafoglio: prevederei percorsi di responsabilizzazione per ragazzi e genitori, attività riparative e impegni concreti, verificabili. Non basta che il genitore paghi e il figlio torni a divertirsi come prima. Il ragazzo deve comprendere il danno e contribuire a ripararlo.

Quanto al carcere, per i fatti gravi deve poter esserci una risposta proporzionata, valutata sul singolo caso. Ma pensare di risolvere tutto aumentando le pene significa arrivare quando il disastro è già avvenuto. Servono provvedimenti certi e un lavoro educativo serio. Educare significa anche reggere il conflitto e dire dei no che facciano infuriare i figli, anziché aspettare che sia un giudice a mettere il primo limite».

Parlare di “delinquenti” è lecito?

Molti politici all’indomani dei disordini di Milano hanno definito “delinquenti” gli adolescenti che ne sono stati artefici. Un’esagerazione?

«Chi saccheggia, ruba e devasta mette in atto condotte delinquenziali. Questo va detto senza imbarazzo, una volta accertate le responsabilità individuali. Chiamare tutto “disagio” rischia di far sparire le vittime dal discorso. Il disagio può esserci e va affrontato, ma non autorizza a distruggere la vita degli altri. Da psicologa, però, preferisco definire con precisione il comportamento, dicendo all’adolescente: “hai commesso un fatto grave e ne devi rispondere”>>.

È certo che dire a un ragazzino “sei un delinquente” rischia di trasformare il suo comportamento in un’identità definitiva. E il compito degli educatori è anche impedirgli che si costruisca un futuro criminale. <<Nessuno sconto sulla responsabilità, ma anche nessuna sentenza definitiva sulla persona. Un adolescente deve sapere che può cambiare. Deve  però anche capire che cambiare richiede assumersi fino in fondo la responsabilità di quello che ha fatto».

 
 
 

In breve

I disordini di Milano del 17-18 ottobre di cui si sono resi responsabili gruppi di ragazzini hanno aperto angoscianti interrogativi su cosa può spingere tanti adolescenti a compiere reati di così significativa gravità. La criminologa Roberta Bruzzone analizza la situazione con estrema lucidità e competenza.

 

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