Violenza degli adolescenti nelle scuole e vuoto educativo in famiglia: intervista a Bruzzone, Pellai e Raimo

Laura de Laurentiis A cura di Laura de Laurentiis, con la consulenza di Angela Raimo - Dottoressa specialista in Psichiatria Pubblicato il 27/03/2026 Aggiornato il 13/04/2026

L'ultimo caso di cronaca di Bergamo è solo la punta dell'iceberg: i motivi alla base della violenza tra i giovani sono vari. Ne parliamo con Roberta Bruzzone, Alberto Pellai e Angela Raimo.

Violenza nelle scuole

Il ragazzino di 13 anni che ha accoltellato la sua insegnante in un corridoio della scuola aveva pianificato tutto. Regista e attore di un gesto criminale che ha lasciato l’Italia sgomenta e acceso ancora una volta i riflettori sulla terribile questione della violenza che sta dilagando tra gli adolescenti.

Ci si chiede con angoscia cosa sta accadendo, genitori ed educatori vengono chiamati in causa dagli esperti e additati come responsabili o, almeno, corresponsabili, degli spaventosi fatti di cronaca che hanno per protagonisti i giovanissimi.

Purtroppo di errori ne vengono fatti tanti, insieme a peccati di omissione e lo scotto che se ne sta pagando è altissimo.

Abbiamo interpellato la dottoressa Roberta Bruzzone, criminologa; il dottor Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva e la dottoressa Angela Raimo, neuropsichiatra infantile.

Proviamo a fare chiarezza per capire dove è possibile che affondino le radici avvenimenti così spaventosi da risultare del tutto incomprensibili ai più. 

Non più cattivi, solo più irresponsabili

<<La tentazione di dire che questa generazione è più violenta di quelle che l’hanno preceduta è forte, ma è anche una scorciatoia che rischia di farci perdere di vista il vero nodo centrale della questione>> così sostiene la criminologa Roberta Bruzzone, il cui intento non è certo quello di difendere gli adolescenti che compiono gesti criminali, quanto piuttosto di richiamare alle loro precise responsabilità gli adulti che li affiancano e dovrebbero essere la loro guida. <<Non siamo davanti a ragazzi più cattivi>> continua Bruzzone, <<siamo davanti a ragazzi cresciuti in un contesto che li ha resi molto fragili sul piano emotivo e, proprio per questo, facilmente indotti a compiere azioni estreme>>.

Al riguardo, lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Roberto Pellai, autore del libro “Esci da quella stanza” (Mondadori), precisa però che una differenza grande tra i ragazzini di oggi e quelli di ieri c’è, anche se è d’accordo con il fatto che non c’entri la maggiore o minore “cattiveria”.

<<Il grande cambiamento ha investito la capacità di prevedere le conseguenze. Gli adolescenti del passato quando fantasticavano di gesti drammatici – e lo facevano – riuscivano a fermarsi perché focalizzavano “prima” di compierli cosa sarebbe potuto succedere se li avessero tradotti in realtà. Oggi, invece, i ragazzini agiscono senza immaginare il risultato di un’azione anche terribile, anche sanguinaria>>. Si fermano all’azione, insomma, e basta.

L’allenamento alla violenza dei videogiochi

Si può dire, dunque, che siano più irresponsabili rispetto a un tempo o, quantomeno, che lo siano di più rispetto alla loro età anagrafica, perché già all’inizio dell’adolescenza dovrebbe essere molto chiara la differenza tra il Bene e il Male, tra cosa è giusto e cosa no, tra quanto è lecito e quanto non lo è.

Colpa anche dei videogiochi, senza dubbio, e sul banco degli imputati ci stanno tutti quelli che testano l’abilità del giocatore attraverso dinamiche violente, che prevedono l’uso di armi e che impongono di uccidere per vincere. Così spingono verso un’aggressività che, anche se simulata, nel cervello di un’adolescente diventa uno spettacolo divertente e avvincente, da portare anche nella vita reale.

Il suo cervello non riesce a distinguere tra farsa virtuale e dramma reale. <<Certi videogiochi fanno sentire i ragazzi supereroi. Accade anche ogni volta che il loro avatar, che li rappresenta a tutti gli effetti, avanza spargendo sangue>> riflette la dottoressa Raimo, neuropsichiatra. <<Poi al termine della strage, che lo schermo simula alla perfezione assicurando euforia ed eccitazione, l’adolescente raggiunge i suoi genitori a tavola come se nulla fosse e magari si vanta di aver passato uno o più livelli del videogioco di turno, ricevendo approvazione dagli adulti. Come è possibile non capire la gravità di questo avallo? Come è possibile non rendersi conto che certa tecnologia, diffusissima, è un vero e proprio allenamento alla violenza e suggerisce che uccidere sia un gesto “che fa vincere”?>>  si chiede la dottoressa Raimo senza riuscire a darsi una risposta.

La famiglia non è più un luogo educativo

<<I videogiochi non sono i soli ad autorizzare in qualche modo i ragazzi alla violenza>> sottolinea Roberta Bruzzone. <<C’è anche altro che la alimentano. E non perché qualcuno dica loro esplicitamente di essere violenti, ma perché vivono immersi in un mondo in cui la violenza è nel quotidiano, per esempio nel linguaggio comune, nei social, nei conflitti tra adulti. Si può dire che sia banalizzata e che, di conseguenza, il gesto violento abbia perso peso nella percezione dei giovani>>.

Poi aggiunge che c’è di più: quando gli adulti si dimostrano violenti davanti a un adolescente, per esempio, per rispondere a un torto vero o presunto, legittimano i comportamenti inaccettabili, offrono un modello che non stupisce venga poi seguito. La domanda da farsi, secondo la criminologa è: che cosa abbiamo smesso di insegnare ai ragazzi? Quindi prosegue affermando che non si argina la violenza giovanile con più controlli e più punizioni, che pure servono, ma questi devono arrivare dopo. Il lavoro vero è prima.

<<L’imperativo categorico dovrebbe essere quello di dare ai ragazzi il valore dei limiti da non valicare, insegnando soprattutto ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Si deve tornare alle famiglie come luoghi educativi e non solo affettivi. La famiglia ha un ruolo decisivo nella formazione dei ragazzi. È qui che si costruisce o non si costruisce la loro capacità di stare al mondo>>.

I genitori non devono esserci solo per spianare la strada e dire sì, così come è irrinunciabile che siano attenti, presenti, capaci di ascoltare e osservare nel significato più pieno e alto dei termine. <<Perché ascoltare davvero permette di cogliere tempestivamente i segnali che qualcosa di terribile si agita nell’animo dell’adolescente>> avverte la dottoressa Raimo.   

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La fragilità degli adolescenti

<<Nella vicenda dell’adolescente che ha ferito con un coltello la sua professoressa, oltre a disorientarmi l’inaudita violenza con cui è stata espressa una rabbia esplosiva, mi ha colpito profondamente che l’aggressione sia stata pianificata nel dettaglio>> dice Pellai. <<Non si è trattato di un gesto impulsivo, compiuto d’impeto, è stato tutto premeditato, studiato nei dettagli, addirittura ripreso con la videocamera dello smartphone tenuto appeso al collo, con l’intenzione di divulgare poi il filmato. Dopodiché il ragazzo si è dimostrato pentito. Dopo, una volta riportato nel mondo reale, non prima, quando evidentemente viveva in una sua dimensione immaginaria. Una conferma di quello che credo sia il punto più critico su cui riflettere, su cui lavorare e che desidero ribadire: l’incapacità degli adolescenti di capire quali ripercussioni possa avere un’azione>>.

Non c’è da stupirsene, secondo la neuropsichiatra Raimo, per una ragione estremamente semplice: nella maggior parte dei casi i bambini di oggi vengono cresciuti senza regole, assecondati in tutto, direi quasi che c’è un bisogno irrinunciabile di compiacerli, di evitare loro qualunque frustrazione e rimproverarli per un errore risulta quasi impossibile.

L’incapacità di gestire la frustrazione: il coltello come status symbol

<<Oggi un adolescente fatica tremendamente ad accettare un no, a misurarsi con una frustrazione. Ma la frustrazione è una componente della vita, solo che se gli adulti non insegnano a gestirla, a riconoscerla e a tollerarla si trasforma immediatamente in rabbia, aggressività, vergogna e umiliazione>> spiega la criminologa Bruzzone. <<Da qui si passa facilmente all’azione. Quando parliamo di tredicenni con un coltello in tasca dobbiamo smettere di pensare solo l’oggetto. Il coltello è un sintomo, non il problema. È la risposta distorta al bisogno di sentirsi meno vulnerabile. È il modo con cui il ragazzo dice al mondo: non voglio sentirmi in balia delle cose, mi devo difendere, devo farmi rispettare>>. Secondo la criminologa altri strumenti per dirlo probabilmente non li ha.

Ma c’è un altro aspetto da valutare, che non deve affatto essere sottovalutato e che il dottor Pellai spiega in poche parole. <<Avere un coltello “fa figo”. Non minimizziamo questo punto perché quando si parla di adolescenti è fondamentale. Avere il coltello in tasca desta l’ammirazione del gruppo dei pari, può inquietare, ma anche assicurare considerazione e rispetto. Purtroppo però può succedere, come più volte è accaduto, che dal possesso all’impiego del coltello il passo sia breve>>.

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Intercettare i segnali di pericolo 

Cogliere tempestivamente i segnali di pericolo prima che si traducano in tragedia è importantissimo per evitare che altri adolescenti si rendano protagonisti di fatti di cronaca nera. <<Prima del coltello c’è sempre qualcosa>> ricorda la criminologa. <<Una rabbia che cresce, un senso di esclusione, fantasie di rivalsa>>.

Guai a sottovalutare questi e altri atteggiamenti che esprimono in modo inequivocabile che l’adolescente cova una rabbia, un rancore, un senso di frustrazione che potrebbero sfociare in gravissimi illeciti.  Di seguito la dottoressa Raimo ci elenca quali sono.

  • Espressione dark, cioè cupa, perennemente arrabbiata o corrucciata
  • Abbigliamento trasandato, cappuccio sempre in testa, poca attenzione all’igiene personale
  • Mania di persecuzione, vittimismo (tutti ce l’hanno con lui/lei ma non corrisponde al vero)
  • Chiusura totale nei confronti dei familiari (mutismo o solo risposte sgarbate)
  • Desiderio di trascorrere il pomeriggio nella propria stanza senza mai uscire
  • Tecnologia come unico interesse
  • Irritabilità crescente, linguaggio volgare
  • Mancanza totale di empatia (incapacità di prendere in considerazione il punto di vista o i sentimenti altrui)
  • Regressione, ovvero ritorno a comportamenti spiccatamente infantili soprattutto sotto il profilo emotivo
  • Incapacità di fare un ragionamento “maturo”
  • Totale mancanza di senso della responsabilità rispetto ai propri impegni
  • Rifiuto di portare a termine un compito anche molto semplice relativo all’andamento familiare
  • Aggressività nei modi di fare e di parlare
  • Svogliatezza e apatia

Prevenire le azioni violente con le giuste regole

Che fare dunque affinché gli adolescenti non distruggano la propria vita e quella di altri compiendo gesti criminali?  Gli esperti sono tutti concordi nel ritenere che sia possibile farlo.

Ecco in sintesi le regole che possono aiutare:

  1. Spiegare fin dalla prima infanzia la differenza tra il Bene e il Male, cioè tra quello che si può fare e quello che non si deve fare
  2. Mettere paletti ben chiari e non permettere in alcun caso che vengano ignorati. I paletti contengono e il contenimento dà sicurezza
  3. Ricordarsi che è l’adulto che deve guidare e dettare la legge e che le sue richieste  (semplici, ragionevoli, giuste!) non devono essere negoziabili
  4. Non permettere che qualsiasi richiamo alla regola, anche da parte degli insegnanti, venga vissuto come un attacco personale, ma insegnare ai bambini e ai ragazzi ad accettarli con fiducia considerandoli parte integrante della loro vita
  5. Dire di “no” ogni volta che è opportuno farlo, anche se è faticoso, anche se dà dispiacere privare il ragazzino di “quello che lo fa felice”
  6. Controllare attentamente i videogiochi, proibendo categoricamente quelli che mettono in campo la violenza
  7. Ascoltare i bambini e gli adolescenti e sollecitarli a parlare, anche ricorrendo alla tecnica del “cosa ne pensi tu?”, che favorisce il senso della responsabilità e trasmette la preziosa sensazione di essere allo stesso tempo considerati e contenuti.
 
 
 

In breve

La vicenda del 13enne che ha accoltellato la professoressa ha sconvolto tutti. Ma dietro questo terribile gesto ci sono responsabilità da cui gli adulti non possono sottrarsi. E segnali da non trascurare perché “prima del coltello” c’è molto altro.

 

Fonti / Bibliografia

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