Dislessia nei bambini: come affrontarla?

Sono in aumento i bambini che soffrono di dislessia: ecco di che cosa si tratta e come gestirla per affrontare al meglio la scuola

Dislessia nei bambini: come affrontarla?

 

Un disturbo dell’apprendimento 

La dislessia è un disturbo dell’apprendimento che non consente al bambino di leggere e scrivere in maniera corretta o sufficientemente veloce in base alla classe scolastica frequentata. Se ne parla molto in quanto i bambini italiani che ne sono colpiti sono circa il 3%, una cifra rilevante. In passato insegnanti e genitori credevano che questi bambini semplicemente non avessero voglia di impegnarsi o che non fossero abbastanza intelligenti. Niente di più sbagliato: la diagnosi di dislessia si effettua innanzitutto escludendo un deficit intellettivo, psicologico o sensoriale (udito, vista ecc.). Nessun collegamento, quindi, con l’intelligenza che anzi, in molti di questi bambini, è persino superiore alla media.

Non è facile da diagnosticare

Di questo disturbo, infatti, soffrivano anche molti personaggi importanti: da Pablo Picasso a John. F. Kennedy, da Agatha Christie a Walt Disney. Sembra che persino Albert Einstein e Leonardo da Vinci fossero dislessici. Dunque, forse è proprio una spiccata intelligenza a rendere meno facile un riconoscimento tempestivo del problema: il bambino tende a mimetizzare le sue difficoltà con strategie geniali, ma molto dispendiose in termini di energie che lo affaticano notevolmente.

Può essere associata ad altri tipi di problemi

La dislessia è il più noto dei disturbi specifici di apprendimento (Dsa), ma può presentarsi anche in associazione ad altri problemi come:
– la disortografia: è un disturbo della scrittura che rende inevitabile un gran numero di errori ortografici o fonografici (sostituzione di p/b, c/g, f/v, t/d, ci/chi, ga/gia, errori nelle doppie, accenti, apostrofi, salti di lettere o sillabe, inversioni, ecc.);
– la disgrafia: è un disturbo nella grafia, intesa come abilità grafo-motoria di scrittura (“scrivere male” o essere molto lenti);
– la discalculia: il bambino fatica a fare le operazioni, a memorizzare le tabelline, non riesce a contare all’indietro, a leggere o scrivere correttamente i numeri e a ordinarli in modo crescente o decrescente.

I segnali a cui prestare attenzione

Anche se soltanto alla scuola materna si possono notare i primi campanelli d’allarme della dislessia, in realtà questo problema è presente sin dalla nascita. I segnali iniziali a cui prestare attenzione sono:
– il ritardo del linguaggio o la persistenza di errori nel parlato;
– la difficoltà di dividere in sillabe le parole, di sentire le rime o di discriminare il suono iniziale di una parola (abilità metafonologiche);
– il non riuscire a contare correttamente fino a dieci o a memorizzare i giorni della settimana;
– l’errata scrittura del proprio nome.

Le difficoltà a scuola

A scuola i bambini con questo tipo di difficoltà soffrono sia perché si accorgono di non riuscire a stare al passo con gli altri coetanei sia perché hanno paura di deludere le aspettative dei genitori. È anche per questo motivo che, se non si interviene tempestivamente, alla dislessia si aggiungeranno problemi psicologici, come l’eccessiva vivacità o, al contrario, un atteggiamento introverso del bambino.

 

In breve

LA DIAGNOSI VERSO I SETTE ANNI

Di norma si riesce a effettuare una diagnosi di dislessia soltanto dalla fine del secondo anno di scuola. Quando si osserva un deficit nel linguaggio del bambino è bene confrontarsi con le insegnanti e con il pediatra che suggerirà una prima valutazione logopedica e neuropsicologica. Solitamente viene fatto un primo colloquio con i genitori che serve a raccogliere informazioni, cui seguono alcuni incontri con il bambino al quale viene chiesto di disegnare, ripetere frasi, trovare l’immagine corretta richiesta, denominare, raccontare una storia, rispondere ad alcuni indovinelli. Al termine della valutazione, se necessario, si inizia una terapia logopedica volta al miglioramento delle abilità compromesse per esercitare gli aspetti deficitari e quindi per contenere le future difficoltà di apprendimento.
 

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