Ovodonazione: utilizzata nel 20% dei casi di infertilità

Redazione A cura di “La Redazione” Pubblicato il 21/12/2015 Aggiornato il 21/12/2015

Una donna su cinque con problemi di fertilità ricorre all’ovodonazione, quando non vi sono altre alternative per l’arrivo di un bimbo

Ovodonazione: utilizzata nel 20% dei casi di infertilità

Sono molte e differenti le cause che possono provocare problemi di infertilità in una donna. E oggigiorno sono diverse anche le soluzioni a cui possono ricorrere le donne che desiderano avere un figlio. Sempre più diffusa l’ovodonazione, che secondo i dati svizzeri, riguarda ormai una donna su cinque che ricorre alla procreazione assistita.

Ovulo donato, seme del partner

Secondo le stime effettuate dal Centro di Medicina della riproduzione ProCrea di Lugano tra le pazienti con problemi di infertilità, almeno una su cinque per coronare il sogno di diventare madre ha necessità di fare ricorso all’ovodonazione, ovvero ovuli donati da un’altra donna e fecondati con il seme del proprio partner.

Ultimo atto dopo altri tentativi

Per Cesare Taccani, specialista in Medicina della riproduzione del Centro, non si tratta però di un passaggio così semplice e automatico; molti sono infatti i timori che possono subentrare nella coppia e altrettanti gli ostacoli, in particolare psicologici, da affrontare. L’ovodonazione è avviata soltanto in ultimo, dopo aver fatto una serie di esami approfonditi e dopo aver diagnosticato problemi che non si possono risolvere in modo diverso.

Quando vi si ricorre

Si ricorre a questa soluzione quando la donna attraversa la fase di esaurimento della funzione ovarica, è in menopausa precoce fisiologica oppure in menopausa chirurgica dopo l’asportazione parziale o totale delle ovaie per gravi patologie. Inoltre nei casi di fallimenti ripetuti con le tecniche di procreazione assistita e nelle donne affette da endometriosi avanzata. Anche nei casi in cui la donna sia affetta da malattie genetiche trasmissibili alla prole, si considera l’opportunità o meno di affrontare un percorso con l’ovodonazione per evitare il rischio che i figli possano essere affetti della stessa malattia.

La donatrice deve essere giovane

Le donatrici vengono selezionate in modo accurato e sottoposte ad esami specifici: si tiene in considerazione l’età, in media dovrebbero avere intorno ai 25 anni, si controlla l’anamnesi familiare per verificare la presenza di sindromi ereditarie e la presenza di malattie infettive e genetiche. È al medico che spetta il compito di individuare la donatrice specifica per il singolo caso.

E deve “assomigliare” alla mamma

È importante che tra donatrice e futura mamma ci sia una corrispondenza fisica e ci sia anche un riscontro sotto il profilo del gruppo sanguigno. Una volta individuata la donatrice e prelevati gli ovuli, si procede con la fecondazione con il seme del partner e al trasferimento degli embrioni ottenuti nell’utero dell’aspirante mamma. I tassi di successo sono mediamente più elevati rispetto alle fecondazioni omologhe.

 

 

 
 
 

da sapere

 

MAMME SEMPRE PIÙ TARDI, ANCHE CON LA PMA

Secondo i dati della relazione del ministero della Salute riguardante la Procreazione mediamente assistita, si conferma l’aumento progressivo delle donne con più di 40 anni, mentre diminuiscono quelle con meno di 34 anni. L’età media delle pazienti che in Italia si sottopongono alla Pma (36,6 anni) è più elevata rispetto a quanto osservato negli altri Paesi europei, mediamente 34,7 anni.

 

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