Covid e riproduzione assistita: come fare?

Elisa Carcano A cura di Elisa Carcano Pubblicato il 01/06/2022 Aggiornato il 01/06/2022

Sono tanti i dubbi degli aspiranti genitori che, sebbene il peggio sembra ormai alle spalle, si chiedono se sia possibile e soprattutto sicuro ricorrere alla riproduzione assistita con il Covid. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Daniela Galliano, ginecologa e responsabile del Centro PMA IVI di Roma

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Vaccinazioni contro il Covid e trattamenti per la riproduzione assistita vanno d’accordo?

Secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, al momento non c’è nessuna evidenza scientifica di un effetto negativo dei vaccini sulla fertilità maschile o femminile. Fino ad oggi, è noto che ci siano stati casi in cui il vaccino anti Covid potrebbe aver causato un qualche tipo di ritardo nelle mestruazioni ma ciò non pregiudica in alcun modo il trattamento di riproduzione assistita, né giustifica il suo ritardo. Gli studi effettuati dimostrano che le donne vaccinate nell’ultimo trimestre di gestazione hanno trasmesso gli anticorpi al feto; tanto che, alla nascita, sono stati rilevati nel neonato gli anticorpi al virus. La trasmissione degli anticorpi è stata riscontrata anche attraverso il latte materno.

Il coronavirus si può trasmettere a ovociti e spermatozoi?

 Finora, tutto ciò che sappiamo dalla letteratura attuale è che è altamente improbabile che il virus possa trovarsi negli ovociti o nello sperma. Non ci sono dati sulla presenza del Covid negli organi riproduttivi femminili e gli studi immunoistochimici non hanno segnalato la presenza del virus nelle ovaie. Non ne sono state osservate tracce nel tratto riproduttivo femminile, in secrezioni vaginali, nel fluido amniotico, né nella zona peritoneale.

L’eterologa  è sicura anche con il Covid-19?

Certamente, i donatori hanno un ruolo fondamentale nell’aiutare i pazienti a far avverare il proprio sogno di genitorialità. Per questo, nelle nostre cliniche garantiamo che ricevano le migliori cure e la massima assistenza medica, ponendo i nostri donatori e i nostri pazienti sempre al centro di ogni trattamento. I donatori si sottopongono a visite cliniche e psicologiche, si realizzano visite mediche complete per scartare la presenza di alterazioni dell’apparato riproduttivo e prevedere la risposta ai farmaci del trattamento. Si verifica l’assenza di malattie trasmissibili come l’HIV, l’epatite e la sifilide, e si ottiene anche il gruppo sanguigno e l’Rh. In ultimo, si realizza uno studio genetico che include il cariotipo, che ci dà informazioni sui cromosomi, oltre al TCG (Test di Compatibilità Genetica), che ci permette di ridurre il rischio di trasmissione di oltre 600 malattie genetiche. Vengono accettate solo le candidate che rispettano tutti i requisiti e che siano completamente preparate sia per il procedimento che stanno per compiere sia per la responsabilità che la donazione comporta.

 

 

 
 
 

In sintesi

I trattamenti di Pma hanno subito modifiche con il Covid-19?

Il virus ha profondamente impattato le nostre vite in una molteplicità di aspetti quotidiani e probabilmente dovremmo conviverci per ancora diverso tempo. Dopo un primo stop forzato nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria, le attività sono riprese a pieno regime e attualmente non sono previste limitazioni alla possibilità di svolgere trattamenti di PMA. In generale, non consigliamo di ritardare o rinviare un percorso di fecondazione assistita per non incidere negativamente su gruppi di pazienti infertili, soprattutto considerando che il trascorrere del tempo ha un’influenza molto negativa sulla fertilità.

 

 

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