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La proposta di legge per un congedo parentale paritario tra uomo e donna è stata bocciata dalla Commissione Bilancio della Camera. Il tentativo delle opposizioni di trasformare il welfare familiare italiano si è infranto contro il parere tecnico della Ragioneria Generale dello Stato.
La proposta di legge, che vedeva come prima firmataria la segretaria del PD Elly Schlein e il sostegno compatto delle minoranze, è stata definita una “grande occasione persa” per l’occupazione femminile e la genitorialità condivisa.
Cosa prevedeva il piano Schlein
L’obiettivo della riforma era ambizioso: superare l’attuale disparità tra madre e padre per garantire a entrambi il diritto (e il dovere) di restare accanto ai figli nei primi mesi di vita.
I punti cardine includevano:
- Estensione del congedo: Portare il congedo di paternità obbligatorio dagli attuali 10 giorni a 5 mesi
- Retribuzione piena: Innalzare l’indennità dall’80% al 100% dello stipendio per dipendenti, autonome e libere professioniste
- Sostegno ai lavori atipici: Un assegno di maternità per lavoratori discontinui elevato a 2.500 euro
- Universalità: Misura estesa anche ai genitori non sposati e ai lavoratori autonomi
L’idea di fondo era permettere ai padri di veder crescere i figli e liberare le donne dal peso esclusivo della cura, favorendo la loro permanenza nel mercato del lavoro.
Lo stop tecnico: perché la Ragioneria ha detto “no”
Nonostante il valore sociale della proposta, i tecnici del Ministero dell’Economia hanno bollato la copertura finanziaria come “inidonea”.
Le criticità sollevate sono principalmente di natura economica e procedurale:
- Sottostima dei costi: Mentre la proposta si basava su cifre inferiori, la Ragioneria stima un impatto di 3,7 miliardi di euro per il 2026, destinato a salire fino a 4,5 miliardi annui dal 2035.
- Coperture incerte: Il testo suggeriva di recuperare i fondi attraverso la rimodulazione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD). La Ragioneria ha definito questa soluzione “meramente programmatica”, ovvero troppo generica e indeterminata per coprire oneri certi e strutturali.
- Errori temporali: I tecnici hanno evidenziato che il provvedimento faceva riferimento a esercizi finanziari ormai conclusi, rendendo di fatto inapplicabile la norma sul piano contabile.
Cosa cambia (e cosa resta) per i genitori
Con la bocciatura della riforma, il quadro normativo italiano resta ancorato al sistema attuale, che presenta una profonda asimmetria tra i genitori:
- Madri: Congedo obbligatorio di 5 mesi (solitamente 2 prima del parto e 3 dopo) con un’indennità dell’80%
- Padri: Congedo obbligatorio di soli 10 giorni, retribuiti al 100%
- Congedo Parentale (facoltativo): Utilizzabile entro i 12 anni di vita del bambino, con una durata massima complessiva di 11 mesi e retribuzioni variabili (recentemente alzate all’80% per i primi mesi grazie agli ultimi interventi governativi).
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Un’occasione mancata per la parità di genere
La maggioranza di Governo ha fatto propria la relazione tecnica per affossare il provvedimento, evitando il dibattito nel merito in Aula. Le opposizioni denunciano l’uso di un “trucco” burocratico per evitare il confronto politico, lamentando la mancata disponibilità della destra a cercare insieme coperture alternative.
La bocciatura del congedo paritario non è solo una questione di cifre o di coperture finanziarie; è lo specchio di un’Italia che fatica a scardinare un modello sociale ormai anacronistico.
1) Il dovere naturale femminile
Mantenere il congedo di paternità a soli 10 giorni contro i 5 mesi della madre cristallizza l’idea che la cura della prole sia un “dovere naturale” femminile e un “accessorio” maschile. Questa asimmetria normativa è la radice del gender pay gap: finché solo le donne si assentano a lungo dal lavoro, resteranno meno “appetibili” nelle assunzioni e nelle promozioni rispetto ai colleghi uomini.
2) La paternità come diritto, non come concessione
Un congedo di 5 mesi al 100% della retribuzione avrebbe trasformato la paternità da un supporto saltuario a una responsabilità condivisa.
Permettere a un padre di vivere quotidianamente i primi mesi di vita del figlio non è solo un atto di civiltà verso il bambino, ma un investimento sulla salute mentale dei genitori e sulla stabilità della coppia, riducendo il carico di stress che spesso grava esclusivamente sulla madre.
3) Bassa tutela della genitorialità
In un Paese con un tasso di natalità ai minimi storici, la politica spesso punta su bonus una tantum. Tuttavia, la vera spinta alla natalità deriva dalla sicurezza strutturale. Sapere che entrambi i genitori possono contare su una copertura totale dello stipendio e su tempi certi per la cura senza temere per la propria carriera è il miglior incentivo possibile.
Senza congedo paritario, la genitorialità continua a essere percepita come un rischio individuale anziché come un valore sociale.
La situazione negli altri Paesi Europei
La differenza principale rispetto all’Italia non è solo la durata, ma il fatto che queste nazioni considerano il congedo un diritto individuale del padre, non trasferibile alla madre, proprio per “costringere” culturalmente e legalmente il sistema verso la parità.
- Spagna (Il modello della “Parità Totale”): È lo Stato che più si è avvicinato alla proposta italiana. Entrambi i genitori hanno diritto a 16 settimane ciascuno, pagate al 100% dallo Stato. Le prime 6 settimane sono obbligatorie per entrambi subito dopo il parto; le restanti 10 possono essere gestite in modo flessibile entro il primo anno
- Svezia (La “Quota Papà”): Offre il congedo più lungo (480 giorni totali per coppia), ma con un vincolo ferreo: 90 giorni sono riservati esclusivamente al padre. Se lui non li usa, la famiglia perde quei mesi di sussidio. Questo sistema ha portato i padri svedesi a coprire circa il 30% del tempo totale di cura nazionale.
- Islanda (La regola del “6+6”): Utilizza un sistema simmetrico: 6 mesi alla madre e 6 mesi al padre. Di questi, una piccola quota (circa 6 settimane) è trasferibile tra i genitori, ma il resto è “usalo o perdilo”. È il Paese con il più alto tasso di partecipazione maschile alla cura dei figli al mondo
- Norvegia (Flessibilità e Scelta): I genitori possono scegliere tra 49 settimane al 100% dello stipendio o 59 settimane all’80%. Anche qui vige il sistema delle quote: una parte fissa spetta alla madre, una al padre (circa 15 settimane) e una terza parte è divisibile a piacimento
A differenza dell’Italia, questi Paesi applicano una visione di investimento:
- Sostegno alla carriera femminile: Se un uomo e una donna si assentano per lo stesso tempo, il datore di lavoro non ha più pregiudizi di genere nelle assunzioni
- Finanziamento tramite fiscalità: Spesso i fondi non arrivano solo dai contributi sul lavoro, ma dalla tassazione generale, considerandolo un servizio pubblico essenziale come la scuola o la sanità
- Lotta alla denatalità: Esiste una correlazione dimostrata: nei Paesi dove i padri aiutano di più e lo Stato paga i congedi, le donne tendono a fare più figli perché non devono scegliere tra famiglia e lavoro.
In breve
La proposta di congedo paritario riceve il No dal Governo. La riforma prevedeva un’ indennità al 100% per madri e autonome, 2.500€ per lavori atipici e 5 mesi ai papà invece di 10 giorni. Una proposta per la piena parità dei genitori che invece non andrà avanti.
