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Il tentato rapimento di una bimba avvenuto in un supermercato di Bergamo ha colpito profondamente l’opinione pubblica e ha ricordato ai genitori quanto sia importante insegnare ai bambini a fare attenzione ai pericoli.
Di fronte a episodi (estremi) come questo, la reazione degli adulti oscilla spesso tra paura e silenzio. Da un lato si prova ansia per la sicurezza dei più piccoli, dall’altro prevale l’idea che sia meglio non affrontare l’argomento con i figli per non spaventarli. In realtà, la sicurezza dei bambini non nasce dall’evitare il tema, ma dal fornire loro strumenti concreti e semplici per affrontare situazioni di rischio e persone malintenzionate.
Attraverso indicazioni chiare e ripetute nel tempo, i bambini possono imparare a non allontanarsi da mamma e papà, a riconoscere punti di riferimento sicuri, a memorizzare il numero di telefono dei genitori e a sapere che non devono aiutare adulti sconosciuti. Fondamentale è anche insegnare loro a fidarsi delle proprie sensazioni e a raccontare sempre ciò che li ha messi in difficoltà. Educare alla sicurezza è un percorso continuo, basato su dialogo, fiducia e prevenzione.
La sicurezza nasce dalla consapevolezza
Quando accadono fatti di questo tipo, spesso la prima tentazione di noi genitori è aumentare ancora di più il controllo nei confronti dei nostri figli: non perderli mai di vista, tenerli sempre vicini, evitare certi luoghi. È una reazione assolutamente comprensibile, ma non funzionale. Non possiamo essere ovunque, in ogni momento, e soprattutto non possiamo crescere bimbi in perenne allerta, convinti che la loro sicurezza dipenda solo dalla presenza costante di un adulto. Il meglio che possiamo fare è insegnare loro a fare attenzione.
Un’educazione costante, semplice e ripetuta nel tempo, che fornisca loro gli strumenti di cui hanno bisogno. L’obiettivo non è crescere figli timorosi, spaventati da un mondo percepito come terribile e pericoloso, ma figli fiduciosi, capaci di muoversi nel mondo in modo più sicuro.
I benefici della giusta educazione
Un bambino informato:
- riconosce situazioni che lo mettono a disagio;
- chiede aiuto più facilmente;
- distingue tra adulti affidabili e comportamenti inappropriati;
- sa dire “no” senza sentirsi in colpa.
A che età iniziare
L’educazione alla sicurezza personale dovrebbe iniziare fin dalla prima infanzia, quando i bambini cominciano a muoversi al di fuori degli ambienti conosciuti e a relazionarsi con persone diverse dalla famiglia. Infatti, le competenze legate alla protezione di sé si costruiscono nel tempo, passo dopo passo.
Naturalmente, il linguaggio e il livello di approfondimento vanno sempre calibrati in relazione all’età. Nei primi anni funzionano soprattutto messaggi brevi, concreti e ripetuti, legati all’esperienza quotidiana: indicazioni chiare su dove stare, a chi rivolgersi, quando chiedere aiuto. In questa fase non servono riferimenti espliciti a violenze o aggressioni, che rischierebbero solo di spaventare o confondere.
Con la crescita, è possibile entrare più nel dettaglio. Si possono introdurre spiegazioni sui comportamenti non consoni, sul diritto di dire no, sull’importanza di ascoltare le proprie sensazioni e di raccontare sempre ciò che mette a disagio, sull’educazione al consenso.
Insegnare a non allontanarsi: dare istruzioni brevi e chiare
Uno degli insegnamenti più importanti riguarda proprio i luoghi pubblici, a maggior ragione se affollati, come supermercati, centri commerciali, stazioni. Fin da quando i bambini sono piccoli, prima di entrare in certi ambienti, non stanchiamoci mai di ripetere loro istruzioni brevi, semplici e molto concrete. “Stai sempre vicino a me”. “Non allontanarti troppo”. “Rimani sempre dove puoi vedermi”. “Se vuoi andare a vedere qualcosa, dimmelo prima”. “Se non mi vedi più, fermati subito”. “Non andare via con nessuno”.
Non usiamo un tono allarmistico e cerchiamo di non essere tesi. Proviamo a rimanere calmi ma fermi. Frasi chiare e di facile comprensione, ripetute sempre uguali nel tempo, forniscono al bambino coordinate fondamentali. In questo modo saprà cosa fare anche se si spaventa. Quando il bambino è grandicello, possiamo anche interpellarlo direttamente, con frasi come “ti ricordi cosa devi fare se ti perdi o se uno sconosciuto ti chiede qualcosa?”.
Dare dei punti di riferimento
Dire ai bambini cosa non fare è molto importante, ma lo è anche spiegare che cosa possono fare se si trovano in difficoltà. Ogni volta che siamo in un luogo pubblico, prendiamoci un attimo e “giochiamo” insieme a individuare dei punti di riferimento sicuri: la cassa del supermercato, il banco informazioni, un commesso con la divisa, una mamma con bambini piccoli, un addetto alla sicurezza.
Il messaggio che dobbiamo far passare è molto chiaro: “se ti perdi, se qualcuno ti fa sentire a disagio, se vieni infastidito, vai lì”. Nei momenti di pericolo reale, sapere dove andare riduce il panico e aumenta la capacità di reagire.
Imparare il numero di telefono dei genitori
Quando i bambini sono piccoli è utile mettere al polso, in tasca o al collo una medaglietta o un biglietto con i nostri numeri di telefono. Quando iniziano a essere un po’ più grandi, proviamo a farglieli memorizzare. Ripetiamoli insieme, cantiamoli, trasformiamoli in un gioco.
È un’informazione semplice, ma potente. Non solo permette di telefonare in caso di bisogno, ma fornisce anche una sicurezza psicologica: aiuta i bambini a sentirsi meno soli, a sapere che esiste sempre un modo per tornare a casa.
Non aiutare adulti in difficoltà
Questo è uno dei messaggi più delicati e difficili, perché va in controtendenza rispetto a ciò che spesso insegniamo ai bambini: essere gentili, disponibili, solidali, generosi. Eppure è fondamentale chiarire un principio chiave: gli adulti in difficoltà, in genere, non chiedono aiuto a bambini soli che non conoscono, ma ad altri adulti. Dobbiamo quindi essere molto chiari e pazienti nello spiegare ai nostri figli che se uno sconosciuto chiede loro di indicargli una strada, portargli una borsa, cercare un cucciolo, la risposte giusta da dare è “no, mi spiace”. Non è maleducazione, ma sicurezza.
E nel caso in cui assistano a quella che sembra un’emergenza, come una caduta? Spiegare ai bambini che in questi casi, la cosa giusta da fare è andare a cercare aiuto da qualcuno di fidato o urlare.
Queste indicazioni, se spiegate con calma, non generano diffidenza verso il mondo, ma capacità di protezione.
Situazioni da cui è bene diffidare
È importante insegnare ai bambini che, oltre agli adulti sconosciuti che chiedono aiuto, ci sono altre situazioni da cui diffidare, nelle quali è sempre giusto allontanarsi e chiedere aiuto. In particolare, è bene fare attenzione quando:
- qualcuno chiede di allontanarsi dal luogo in cui si è (supermercato, parco, scuola, strada);
- viene offerto un regalo, del cibo o una promessa “speciale”;
- qualcuno chiede di mantenere un segreto che fa sentire a disagio o confusi;
- una persona dice che mamma o papà hanno dato il permesso, senza mostrare prove;
- viene chiesto di fare in fretta o di non avvisare nessuno;
- qualcuno prova a prendere per mano, a toccare o a trattenere;
- una situazione fa sentire paura.
Riconoscere i segnali di disagio
Per un bambino non è facile distinguere fra situazioni appropriate e non. Spetta a noi educarli progressivamente anche in questo senso. Come? Innanzitutto, aiutandoli a riconoscere e a dare un nome alle sensazioni che provano, fin da quando sono piccoli. Rivolgiamo spesso loro domande tipo “come ti fa sentire questo gioco?”, “dove senti la tua felicità?”, “stai cercando di esprimere la tua rabbia?”. Parliamo anche di come ci sentiamo noi nei diversi momenti della giornata. In questo modo, sarà più semplice far capire loro quando un episodio è pericoloso.
Spieghiamo che ci sono segnali di allarme da non ignorare: quella sensazione difficile da spiegare, quella confusione o paura improvvisa, quella voglia di tornare subito vicino a mamma o papà, quella stretta allo stomaco. In tutti questi casi, possono ammettere di non stare bene e andarsene. Abituiamoli a fidarsi del proprio sentire.
Attenzione poi a non descrivere i malintenzionati come figure “cattive” o facilmente riconoscibili. I bambini devono capire che il pericolo sta nei comportamenti, non nell’aspetto. Non tutti gli sconosciuti sono pericolosi, ma non tutti sono affidabili e anche una persona gentile può avere comportamenti sbagliati.
Imparare a chiedere aiuto
Fondamentale anche spiegare ai bambini come dire no. L’ideale sono frasi brevi, chiare, che hanno già sentito e magari provato a dire. “No, non voglio”, “lasciami stare”, “devo chiedere ai miei genitori”, “devo andare dalla mia mamma”. Alleniamoli a dare queste risposte, magari giocando, così da renderle più accessibili se dovessero servire davvero.
Altrettanto essenziale spiegare come chiedere aiuto nelle situazioni di pericolo imminente, per esempio quando qualcuno cerca di afferrarli e portarli via. Insegniamo ai bambini che alzare la voce, urlare, scappare non è sbagliato, al contrario è la cosa migliore da fare. Gridare frasi come “questo non è mio papà, aiuto!” attira subito l’attenzione dei presenti.
Parlare di ciò che è successo, con le parole giuste
Un episodio come quello del supermercato può diventare, se affrontato con attenzione, un’occasione educativa. Non serve raccontare i dettagli, né mostrare immagini o enfatizzare il pericolo. Proviamo a partire da ciò che è vicino all’esperienza del bambino. “Quando siamo in un posto affollato, può succedere che qualcuno si avvicini. Se ti senti a disagio, cosa puoi fare?”. Domande come questa aprono uno spazio di dialogo. Aiutano il bambino a immaginare una situazione e a sentire che esistono risposte utili.
Educare alla sicurezza
Educare alla sicurezza personale non significa fare un’unica “grande conversazione” dopo un fatto di cronaca. Significa tornare sull’argomento più volte nel corso del tempo, con parole adatte all’età, osservando come il bambino cresce e quali autonomie conquista. È un’educazione che passa dall’ascolto, dall’esempio, dalla fiducia reciproca. Un bambino che sa di poter raccontare tutto, senza essere sgridato o messo in dubbio, è un bambino più protetto di qualsiasi regola scritta.
Regole condivise per le situazioni impreviste
Accanto alle indicazioni di base, è utile stabilire alcune regole di famiglia semplici e condivise, che aiutino i bambini a orientarsi nelle situazioni inattese. Una delle più significative è la cosiddetta “password di famiglia”: una parola concordata solo con noi e gli adulti di riferimento che deve essere conosciuta da chiunque venga mandato a prendere il bimbo all’improvviso. Se la persona non la conosce, il bambino sa che non deve seguirla, anche se appare rassicurante o dice di essere stata incaricata.
Un’altra regola importante riguarda i cambi di programma. Insegniamo ai nostri figli che, se qualcuno comunica una modifica – “oggi vengo io al posto di mamma”, “andiamo da un’altra parte” – devono sempre chiedere di chiamarci in vivavoce per verificare. Questo vale sia fuori casa sia in contesti come scuola, sport o attività extrascolastiche.
Infine, è fondamentale ribadire una regola chiara e non negoziabile: non aprire la porta di casa a nessuno, se non in presenza o con la nostra autorizzazione diretta. Anche in questo caso, spiegare il perché della regola, senza creare allarmismi, aiuta il bambino a comprenderne il senso e a rispettarla con maggiore sicurezza.
In breve
I rischi non possono essere eliminati, ma si può spiegare ai figli come fronteggiarli, senza caricarli di ansia e paura. Insegnare ai bambini a fare attenzione ai pericoli, a non allontanarsi dai genitori nei luoghi pubblici, a riconoscere punti sicuri, a memorizzare un numero, a non seguire adulti sconosciuti, a chiedere aiuto: sono piccoli gesti che, messi insieme, costruiscono una protezione reale.
