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Ricevere una diagnosi di DSA (disturbo specifico dell’apprendimento) può rappresentare un momento delicato per tutta la famiglia. Per il bambino capire perché leggere, scrivere o fare i calcoli richiede più fatica rispetto ai compagni può essere difficile.
Per questo è importante spiegare che cosa sono i DSA nei bambini con un linguaggio adatto all’età, senza allarmismi e senza far percepire la diagnosi come un’etichetta.
I disturbi specifici dell’apprendimento sono condizioni del neurosviluppo che riguardano alcune abilità scolastiche:
- la dislessia interessa la lettura
- la disortografia riguarda la correttezza ortografica
- la disgrafia coinvolge gli aspetti esecutivi e grafici della scrittura
- la discalculia riguarda le abilità numeriche e di calcolo.
Queste difficoltà sono specifiche e non significano che il bambino sia meno intelligente o abbia minori potenzialità.
La Legge 170 del 2010 riconosce i DSA e stabilisce misure a sostegno degli studenti, tra cui una didattica personalizzata e l’utilizzo di strumenti compensativi e misure dispensative, quando previsti.
Anche le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità sottolineano l’importanza di criteri diagnostici e interventi adeguati alle caratteristiche individuali.
È importante chiarire che il DSA non definisce l’identità del bambino: è una caratteristica del suo modo di apprendere, non il suo valore come persona.
Per approfondire meglio l’argomento, ci siamo rivolte alla dottoressa Serena Mongelli, psicologa ad orientamento psicoanalitico.
Gestire le emozioni iniziali: dalla rabbia al sollievo
“Dal momento in cui il bambino va a fare una valutazione, bisogna informarlo di cosa andrà a fare. Non va fatto solo dopo aver eseguito gli esami con successivo esito positivo. Il bambino deve essere precedentemente informato, perché rende il tutto più sano e normalizzato” – precisa la dottoressa Mongelli.
“Ricordiamo che si tratta di un disturbo specifico dell’apprendimento che deriva anche da una modalità di funzionamento, che è diversa”.
Un esempio, che la stessa specialista ha utilizzato per spiegare a un bambino la DSA, è quello degli occhiali da vista: “Non tutti vediamo allo stesso modo, questo non vuol dire che una persona o un bambino sia migliore o peggiore di un altro perché non vede bene, ma semplicemente qualcuno vede un po’ peggio e deve utilizzare degli occhiali da vista per vedere tanto bene quanto un bambino che vede senza”.
In poche parole va normalizzato mostrando ai bambini, attraverso degli esempi, situazioni analoghe a loro note, proprio come per gli occhiali da vista o l’apparecchio ai denti.
Dopo una diagnosi di DSA, le reazioni emotive possono essere diverse. Alcuni bambini provano rabbia perché si sentono svantaggiati rispetto ai compagni; altri manifestano tristezza, vergogna o paura di essere giudicati.
In alcuni casi, sapere finalmente perché certe attività sono difficili porta sollievo: la fatica acquista una spiegazione e non viene più interpretata soltanto come una mancanza di impegno.
Secondo la specialista un aspetto importantissimo è evitare il confronto con gli altri e minimizzare, perché può aumentare il senso di inadeguatezza. “Sono i genitori che per primi devono aver elaborato la diagnosi”.
Accogliere le emozioni senza minimizzarle è il primo passo per aiutare il bambino ad accettare la diagnosi.
Dire che è normale sentirsi arrabbiati o dispiaciuti permette di aprire un dialogo senza imporre una reazione positiva. Non è necessario convincerlo subito che tutto andrà bene: è più utile ascoltare le sue preoccupazioni e rispondere con sincerità.
Se teme di essere preso in giro, per esempio, occorre affrontare concretamente la questione e concordare con la scuola come proteggerlo da eventuali episodi di esclusione.
Se invece si sente diverso dagli altri, può essere utile ricordargli che ogni alunno ha capacità, tempi e necessità differenti.
Anche gli adulti devono prestare attenzione alle proprie reazioni. Preoccupazione, senso di colpa e timore per il futuro sono comprensibili, ma non dovrebbero trasformarsi in un clima di ansia attorno ai compiti o ai risultati scolastici.
La diagnosi non è una condanna né una previsione del futuro scolastico: è uno strumento per comprendere i bisogni del bambino e individuare il sostegno più adatto.
Se il disagio persiste, aumenta o interferisce con le relazioni e la vita quotidiana, è opportuno parlarne con gli specialisti che seguono il bambino, per valutare come sostenerne anche il benessere emotivo.
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Strategie pratiche per tutelare e rafforzare l’autostima
Quando un bambino incontra ripetutamente ostacoli a scuola, può arrivare a pensare di non essere capace, soprattutto se riceve confronti continui con i compagni o viene giudicato soltanto in base ai voti.
“Bisogna spiegare che la diagnosi di DSA non è una colpa del bambino, non è per via della pigrizia o di mancanza di volontà o impegno. Va specificato che il DSA descrive delle caratteristiche dell’apprendimento, che è diverso dal bambino, come persona in quanto tale. Quindi, va bene dire che ci sono delle difficoltà, ma che ci sono anche degli strumenti per affrontarle al meglio” chiarisce la psicologa.
“È inoltre importante lasciare spazio al bambino per fare delle domande e dargli tempo per metabolizzare il tutto. Bisogna anche considerare che può provare delle emozioni differenti, proprio come i genitori. A volte dicono ‘Sono stupido’, ‘Non sono capace’, ‘Sono l’unico che ha la scheda diversa, che fa la verifica in stampatello’. Il punto è fargli capire che è accolto e compreso.”
Per questo, rafforzare l’autostima nei bambini con DSA significa aiutarli a riconoscere i progressi e a sentirsi competenti anche quando un’attività richiede maggiore impegno.
Una strategia utile consiste nel formulare obiettivi realistici e raggiungibili. Invece di concentrarsi esclusivamente sul risultato finale, è importante riconoscere i miglioramenti: una maggiore autonomia nei compiti, l’utilizzo efficace di uno strumento compensativo o la capacità di chiedere aiuto quando serve. I feedback dovrebbero essere specifici e sinceri, così da rendere visibili i progressi senza ricorrere a elogi generici.
“Al bambino non va detto ‘Sei bravo’ quando riesce in una cosa. È necessario usare parole diverse per valorizzare i suoi punti di forza. Così, quando non riuscirà bene in qualcosa, automaticamente non capirà che il genitore pensi ‘Sei cattivo’.”
Anche l’organizzazione dello studio può ridurre la frustrazione. Suddividere i compiti in passaggi più brevi, alternare momenti di concentrazione e pause e predisporre un ambiente tranquillo aiuta a rendere il lavoro più gestibile.
“Non c’è una strategia giusta. Bisogna svolgere i compiti a piccoli passi e aiutarlo a usare gli strumenti compensativi, perché non sono delle scorciatoie ma aiuti necessari per imparare. È anche importante lasciarlo libero di scegliere, permettergli di decidere da quale esercizio iniziare, quale strumento utilizzare”.
Gli strumenti compensativi, come sintesi vocale, audiolibri, mappe concettuali e calcolatrice quando appropriata, possono facilitare l’accesso ai contenuti e ridurre il peso delle difficoltà strumentali.
È altrettanto importante evitare che ogni pomeriggio si trasformi in una lunga sessione di esercizi.
Il tempo libero, il gioco, il riposo e le relazioni con i coetanei sono componenti essenziali della crescita. Il benessere del bambino deve restare al centro, senza che il DSA diventi l’argomento dominante della vita familiare.
“Non bisogna totalizzare tutto lo spazio del tempo libero con i compiti e con l’apprendimento, perché poi si rischia di esserci di un’identificazione di quello che non riesce a fare, quando in realtà anche uscire con i suoi compagni fa parte del suo benessere” illustra la dottoressa.
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Valorizzare i punti di forza oltre le difficoltà scolastiche
Un bambino non coincide con i suoi risultati scolastici. Può incontrare difficoltà nella lettura e, allo stesso tempo, avere interessi profondi, capacità pratiche, sensibilità verso gli altri o una spiccata curiosità.
Riconoscere queste caratteristiche permette di costruire un’immagine di sé più completa, nella quale le difficoltà di apprendimento non occupano tutto lo spazio.
Per valorizzare i punti di forza, è utile osservare ciò che il bambino sceglie spontaneamente di fare e le attività nelle quali si sente coinvolto. Sport, musica, disegno, costruzioni, attività manuali e giochi di gruppo possono offrire occasioni per sperimentare competenza e collaborazione.
Non è necessario individuare un talento straordinario: anche imparare una nuova abilità, rispettare un impegno o aiutare un amico sono esperienze che alimentano la fiducia in se stessi.
“La diagnosi di DSA non si traduce automaticamente con il dover studiare di più. È giusto preservare uno spazio di tempo libero e di gioco, in cui il bambino si accorge che non deve solo fare i compiti ma che deve crescere, sviluppare delle capacità personali e relazionali, degli interessi (sport, musica, natura…) o altre attività, in cui non deve per forza essere bravo. Se un bambino vuole correre, anche se maldestro, bisogna lasciarlo fare, perché gli è utile per valorizzare quelli che sono i suoi interessi.”
Occorre inoltre evitare di sostituire un’etichetta negativa con uno stereotipo positivo. Non tutti i bambini con DSA possiedono necessariamente particolari capacità creative o visive. Ogni bambino ha un profilo individuale di abilità e bisogni, che merita di essere conosciuto senza generalizzazioni.
In famiglia è possibile creare occasioni di dialogo nelle quali i risultati scolastici non siano l’unico argomento. Chiedere che cosa abbia divertito il bambino durante la giornata, che cosa abbia imparato o quale difficoltà sia riuscito ad affrontare aiuta a dare valore all’esperienza nel suo insieme.
Questa prospettiva favorisce anche l’autonomia. Lasciare che il bambino partecipi alle decisioni sul metodo di studio, scelga tra strategie possibili e riconosca ciò di cui ha bisogno gli permette di diventare progressivamente protagonista del proprio apprendimento.
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L’alleanza tra famiglia, scuola e specialisti per il benessere del bambino
Per sostenere un bambino con DSA è importante che gli adulti di riferimento condividano informazioni e obiettivi.
“È importante fare un lavoro sulla famiglia, non solo sul bambino” continua la dottoressa. “Cambieranno delle cose ed è fondamentale che i genitori in primis accettino la situazione e comprendano le nuove modalità di apprendimento. Solo in questo modo il bambino lo capirà bene migliorando la sua autostima e il senso di efficacia”.
La famiglia conosce le sue reazioni e le sue abitudini, la scuola osserva le difficoltà e le risorse nel contesto didattico, mentre gli specialisti contribuiscono alla valutazione e all’individuazione degli interventi più adeguati.
La Legge 170/2010 tutela il diritto allo studio degli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento. Prevede una didattica individualizzata e personalizzata, strumenti compensativi, misure dispensative appropriate e modalità di verifica e valutazione coerenti con le esigenze dello studente.
Il Piano didattico personalizzato (PDP) consente alla scuola di formalizzare le strategie e gli strumenti individuati per il percorso scolastico.
Leggi qui in cosa consiste il PDP
Il confronto tra insegnanti e famiglia dovrebbe concentrarsi su osservazioni concrete: quali attività risultano più impegnative, quali strumenti funzionano e quali situazioni generano maggiore stress.
È utile verificare periodicamente l’efficacia delle misure adottate, evitando sia richieste sproporzionate sia aspettative troppo basse.
Gli specialisti possono aiutare a comprendere il profilo di apprendimento, fornire indicazioni per lo studio e valutare eventuali difficoltà emotive associate. Le scelte devono essere personalizzate e, quando necessario, rivalutate nel tempo.
“L’alleanza è fondamentale perché il bambino vive una serie di diversi contesti ed è importante che tutti siano allineati. Il bambino deve ricevere un messaggio che sia coerente e di sostegno. Ci deve essere una collaborazione” conclude la specialista.
In breve
Accettare la diagnosi di DSA richiede tempo, ascolto e collaborazione. Quando il bambino comprende che le sue difficoltà hanno un nome, che esistono strategie per affrontarle e che il suo valore non dipende dai voti, può sviluppare una relazione più serena con l’apprendimento e con se stesso.
