Intelligenza artificiale e compiti a casa: come evitare un uso scorretto

Francesca Scarabelli A cura di Francesca Scarabelli Pubblicato il 28/09/2026 Aggiornato il 28/09/2026

La tentazione di delegare l'esecuzione dei compiti a casa all'AI può essere forte: questo strumento non va, però, demonizzato, ma usato in maniera intelligente per migliorare il proprio percorso scolastico

Compiti e intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nella vita quotidiana di bambini e ragazzi, e anche il modo di fare i compiti a casa sta cambiando. Chatbot e strumenti generativi possono spiegare un argomento, aiutare a trovare nuove idee o proporre esercizi, offrendo un supporto che, se utilizzato correttamente, può affiancare il percorso scolastico. Ma proprio perché queste tecnologie sono semplici da utilizzare e capaci di fornire risposte in pochi secondi, è importante che i più giovani imparino fin da subito a conoscerne anche i limiti.

Per genitori ed educatori la sfida non consiste quindi soltanto nello stabilire se l’IA debba essere utilizzata, ma nel guidare bambini e ragazzi verso un uso responsabile, critico e adatto alla loro età. L’obiettivo è evitare che la tecnologia diventi una scorciatoia per svolgere i compiti e fare meno fatica, aiutandoli invece a sfruttarla come uno strumento per comprendere, esercitarsi e sviluppare nuove competenze.

Il parere della docente di una Scuola Secondaria Inferiore di Milano

Abbiamo chiesto il punto di vista della professoressa Pinella Petronio, docente di lettere, scuola secondaria di primo grado.

Quali sono le regole che dai ai tuoi studenti riguardo all’utilizzo dell’intelligenze artificiale? Possono usarla per eseguire meglio o controllare i compiti a casa oppure ne viene consentito l’uso solo in casi specifici?

È una questione annosa. In generale, credo possa essere una risorsa piuttosto valida per gli studenti degli istituti superiori, che hanno già, o dovrebbero avere già, un ricco bagaglio di competenze. Alla scuola secondaria di primo grado, dove insegno lettere, tendo genericamente a sconsigliare l’uso dell’IA, in particolare per i compiti a casa, perché i ragazzi non hanno ancora strumenti cognitivi che consentano loro un corretto utilizzo, sfruttandone le reali potenzialità. Vedono questa risorsa come una sorta di loro sostituto, qualcuno che possa fare i compiti al posto loro. Questo non li mette nella condizione di sviluppare e consolidare le necessarie competenze, di stimolare il pensiero laterale e di creare un pensiero critico. Cose che ritengo essenziali perché i ragazzi possano non soltanto diventare competenti in italiano, storia o scienze, ma anche, un domani, degli adulti consapevoli delle loro potenzialità e dei loro limiti. Il rischio di un decadimento cognitivo ed emotivo è troppo alto. In questa età, estremamente delicata, i ragazzi non sono ancora in grado di analizzare criticamente le risposte che ottengono, rischiano di essere schiacciati, forse addirittura sostituiti, dalla tecnologia, appunto perché non dispongono ancora degli strumenti necessari per utilizzarla in modo proficuo.

Non pongo divieti. Anche perché so che se lo facessi, li istigherei ad infrangerli. Questo non significa che ne accetti l’uso. Significa che quando si presenta un alunno con un testo scritto integralmente da IA, posso avere la possibilità di spiegare loro che cosa significa utilizzarla, quali sono i limiti di un pensiero basato sulle probabilità statistiche, quali sono i rischi per loro. È necessaria l’esperienza perché possiamo parlarne insieme, riflettere e capire. Credo, inoltre, che anche l’uso dell’IA per controllare la correttezza di un compito a casa vada disincentivato. Secondo la pedagogia dell’errore di Popper, sbagliare è un’opportunità, serve a capire e ad apprendere, porta a riflettere sui propri procedimenti mentali.

In questo, l’insegnante è fondamentale, perché deve correggere, facendo comprendere agli alunni che lo sbaglio non è un fallimento da punire, ma una tappa fondamentale del processo di apprendimento. Se a farlo fosse una macchina, quale sarebbe il ruolo dell’insegnante? Verrebbe meno quella zona di sviluppo prossimale, in cui avviene l’apprendimento effettivo, grazie al supporto esterno dell’adulto esperto.

Parlarne in classe, inoltre, permette una riflessione condivisa e al docente l’occasione per spiegare meglio alcuni concetti a tutti, non solo a chi ha sbagliato. Sono, invece, più aperta all’uso dell’IA come strumento compensativo per gli alunni con bisogni educativi speciali, per creare, ad esempio, mappe concettuali. Sempre dopo che l’insegnante ha portato in classe esempi concreti e dato indicazioni e input.

I ragazzi rispettano queste regole?
Mi piacerebbe rispondere che tutti rispettano queste regole. In realtà non è così. In molti tendono ad usarla, proprio per questo è importante parlarne in classe, spiegando loro quali sono i limiti e a quale età avrebbe senso utilizzarla per non compromettere il loro sviluppo cognitivo.

Come docente, come utilizza l’intelligenza artificiale?
Con parsimonia. Mi piace preparare le mie lezioni, pensando specificatamente alle esigenze di ciascun alunno, assecondando e incentivando le loro curiosità, mettendoci del mio. Spronandoli al brainstorming in classe. Mettendoli davanti a questioni e domande alle quali devono trovare risposte. Può essere utile per la realizzazione di PPT da proiettare in classe, velocizza il lavoro. Ma delegare tutto all’IA, nonostante abbia ormai raggiunto competenze che mi consentano di fornire correttamente prompt e valutare con giudizio e criticamente le risposte, sarebbe privare di umanità il mio lavoro, che ritengo essere uno dei più belli, stimolanti e profondamente umani che esistano.

Come spiegare l’intelligenza artificiale ai più piccoli

Spiegare l’IA ai bambini non significa entrare nei dettagli tecnici del codice, ma aiutarli a comprenderne potenzialità e confini. Si può partire dagli esempi che incontrano nella vita di tutti i giorni: le piattaforme che suggeriscono un video, gli assistenti vocali o gli strumenti che generano testi e immagini.

L’obiettivo è far capire che l’IA è una tecnologia progettata dalle persone, capace di elaborare grandi quantità di informazioni e produrre risposte, ma non infallibile e soprattutto non dotata di un’intelligenza umana. L‘educazione digitale deve quindi includere la consapevolezza dei suoi difetti, la capacità di valutare criticamente i risultati e l’attenzione ai temi legati a privacy e sicurezza.

Per i più piccoli è utile adottare un linguaggio concreto e incoraggiare le domande: Come fa a rispondere? Da dove arrivano le informazioni? Può sbagliare? Possiamo fidarci sempre? Anche provare insieme uno strumento, quando appropriato per l’età, diventa un’ottima occasione per osservare le risposte, verificarle e discuterne.

In questo modo l’IA non viene presentata né come una scorciatoia per fare meno fatica né come qualcosa da temere, ma come uno strumento da conoscere e utilizzare con consapevolezza. È una distinzione particolarmente importante quando si parla di compiti a casa: l’intelligenza artificiale può aiutare a chiarire un concetto o a esercitarsi, ma non dovrebbe sostituire il ragionamento, la rielaborazione personale e il percorso di apprendimento del bambino.

Come usarla per i compiti (se consentito)

Se le regole dell’istituto scolastico lo consentono, l’IA può, per esempio, aiutare a comprendere un argomento difficile con una spiegazione più semplice, proporre esercizi aggiuntivi, suggerire un metodo per affrontare un problema o aiutare a individuare gli errori in un testo già scritto. L’obiettivo, però, non dovrebbe essere ottenere rapidamente una risposta da copiare, ma usare lo strumento per capire meglio e arrivare autonomamente alla soluzione.

È infatti importante evitare una dipendenza dall’IA e di utilizzarla come complemento, non come sostituto delle capacità e dell’impegno del bambino.

Un buon criterio può essere quindi quello di provare prima da soli e chiedere poi aiuto all’IA, quando serve. Se, per esempio, un esercizio di matematica non riesce, invece di chiedere direttamente la soluzione si può domandare di spiegare il procedimento, un passaggio alla volta, oppure di proporre un esercizio simile da svolgere in autonomia.

Per un tema, l’IA può aiutare a fare un brainstorming o a individuare eventuali errori, ma il testo finale dovrebbe riflettere le idee, le parole e le conoscenze dello studente. In questo modo la tecnologia può favorire la comprensione senza sottrarre spazio alle competenze che la scuola intende sviluppare, come ragionamento, capacità di analisi e problem solving.

I rischi principali

L’uso dell’intelligenza artificiale richiede attenzione. Le insidie non riguardano soltanto la tentazione di copiare: ci sono questioni importanti legate alla passività cognitiva, all’affidabilità delle fonti e alla tutela dei dati personali.

La mancanza di pensiero critico

Un uso passivo dell’intelligenza artificiale può mettere a rischio lo sviluppo del pensiero critico, cioè la capacità di analizzare un’informazione, metterla in discussione e confrontarla con altre fonti. Se davanti ad ogni difficoltà il bambino si limita a chiedere una risposta all’IA e ad accettarla senza verificarla, perde un’importante occasione per esercitare queste capacità.

Anche quando una risposta è corretta, infatti, affidarsi sempre allo strumento può trasformare lo studio in un processo passivo: invece di chiedersi “Perché è così?”, “Come posso arrivare alla soluzione?” o “Questa spiegazione mi convince?”, il bambino si limita a ricevere un risultato.

Per questo è importante insegnare ai bambini a dialogare con l’IA senza rinunciare al proprio giudizio. Una risposta può diventare il punto di partenza per fare altre domande, cercare conferme e ragionare sulle possibili alternative.

Quando la tecnologia diventa una scorciatoia

C’è un rischio più quotidiano, ma particolarmente importante per la scuola: utilizzare l’IA semplicemente per finire prima. Se il bambino la consulta ogni volta che incontra una difficoltà, senza provare a ragionare autonomamente, può sviluppare una dipendenza dallo strumento e ridurre progressivamente l’esercizio delle proprie competenze.

Risposte sbagliate, ma apparentemente convincenti

Uno dei rischi più immediati riguarda l’affidabilità delle risposte. I sistemi generativi possono produrre informazioni inesatte o del tutto inventate, presentandole però con un linguaggio sicuro e credibile. Un bambino potrebbe quindi considerare corretta una spiegazione soltanto perché è scritta bene. Diventa allora essenziale abituare i ragazzi a verificare i fatti attraverso libri di testo, fonti enciclopediche affidabili o il confronto con gli insegnanti.

Privacy e dati personali

Un altro aspetto da monitorare con attenzione riguarda i contenuti che si inseriscono nelle chat. Testi, fotografie, dettagli sulla scuola o storie personali possono essere memorizzati dal servizio e usati per istruire l’algoritmo.

Una regola semplice da insegnare è quindi non inserire mai nell’IA informazioni personali non necessarie e, prima di utilizzare un servizio, verificare le condizioni previste per età, privacy e trattamento dei dati. Per i bambini più piccoli, questo dovrebbe avvenire con la supervisione di un adulto.

In definitiva, la regola più importante è semplice: l’IA deve essere uno strumento nelle mani del bambino, non il contrario. Il suo valore educativo dipende da come viene utilizzata: può aiutare a fare una domanda in più, a comprendere meglio un concetto o a esercitarsi, ma il pensiero, le scelte e la responsabilità devono rimanere dello studente.

 

 

Foto di copertina di Amina Filkins da Pexels

 
 
 

In breve

Come gestire intelligenza artificiale e compiti a casa? Ci sono alcune regole d’oro per trasformare questo strumento in un prezioso alleato, in un percorso di apprendimento guidato dallo studente, con la supervisione dei genitori

 

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