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È ancora fresca la notizia della morte per maltrattamenti di Beatrice, una bambina di appena due anni, uccisa a Bordighera dal compagno della madre con la complicità di quest’ultima. E sono tante le dolorose domande che ci poniamo e che finora non hanno avuto risposta.
Di fronte a crimini così scioccanti e a violenze di inaudita crudeltà reiterate da mesi, come purtroppo sta emergendo in queste ore, nella mente di ogni genitore si affollano dubbi su come si sia arrivati a questo nefasto epilogo.
Tutte le domande che affollano la mente dei genitori
Come può una madre prender parte a tali atrocità senza provare una minima pietà verso la propria bambina. Come mai i nonni materni (che a quanto pare sapevano qualcosa) non sono intervenuti? Dove erano le Istituzioni mentre la bambina penava per le percosse subite? Perché le maestre della scuola frequentata dalle sorelline di 8 e 9 anni non hanno denunciato (nonostante gli evidenti lividi sui corpi delle piccole)? Perché nessuno ha chiamato i servizi sociali?
L’atteggiamento che emerge è proprio quello dell’indifferenza e di come tutti abbiano finto di non vedere cosa accadeva in quella che è stata da più voci definita “la casa degli orrori”.
Beatrice vittima dell’indifferenza degli adulti
<<Non è caccia alla streghe, ovviamente, non si cercano colpevoli a tutti i costi al di fuori del criminale (o dei criminali) che hanno perpetrato il delitto e gli abusi, ma è giusto riflettere sul fatto che viviamo nell’epoca dell’indifferenza dove le Istituzioni sono completamente assenti, anche solo perché nessuno pensa a coinvolgerle, ad avvisarle, a lanciare l’allarme>>. Così afferma la dottoressa Angela Raimo, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, rifacendosi alle dichiarazioni del padre delle bambine (in carcere) secondo cui la famiglia in cui vivevano le tre sorelline non era mai stata segnalata ai servizi sociali per violenze sulle minori.
<<In realtà, ci sono precisi e ben riconoscibili segnali che raccontano le angherie subite da un bambino tra le mura domestiche e che, a mio avviso, non possono sfuggire a un adulto anche se non strettamente competente in materia di abusi. <<I lividi, per esempio, che facilmente possono essere notati dai nonni>>, precisa la dottoressa Raimo, <<ma anche certi atteggiamenti schivi che possono esprimere paura in modo più eloquente di tante parole, la facilità al pianto, la malinconia nello sguardo quando si avvicina l’ora di rientrare a casa>>.
Certo sono solo indizi che non devono automaticamente essere usati contro la famiglia per muovere accuse a casaccio, ma meritano comunque di essere approfonditi. Poi la neuropsichiatra pone l’accento su un fatto incontrovertibile, su un sentire che ormai accomuna i più: la diffidenza verso i servizi sociali e gli operatori che vi lavorano, spesso considerati troppo invadenti, poco obiettivi, non competenti, con tendenza a perseguitare.
<<Ho spesso rilevato che alcuni errori di valutazione commessi dagli assistenti sociali sono stati così enfatizzati, sottolineati, ingigantiti anche dai media fino a compromettere il rapporto di fiducia tra i cittadini e questi professionisti. In tanti ormai dubitano della loro obiettività e capacità di dare aiuto e sostegno, nonché di proteggere chi è fragile dai terribili rischi a cui espongono gli abusi di natura sia fisica sia psichica. Credo che la vicenda della piccola Beatrice, che a tanti genitori, me compresa, sta togliendo il sonno, debba almeno servire per riconsiderare la figura degli assistenti sociali, che di fatto è l’unica che in simili casi può realmente fare molto più che dare una mano: può salvare una vita>>.
Ma ora per Beatrice è troppo tardi e anche le sorelline saranno per sempre provate da quello che hanno visto e anche, almeno per quanto si sa, subito per quanto riguarda percosse e angherie di vario genere.
La grande paura delle mamme
Quanto accaduto a questa povera piccina, oltre a inorridire chi è mamma, in alcune ha riacceso una paura agghiacciante, che si fatica perfino a confessare, che fa sentire sbagliate, che rende inquiete e spinge addirittura a credere di non essere più in grado di garantire la sicurezza dei propri figli.
È il timore di arrivare, follemente, ad accettare di vedere il proprio bambino, la propria bambina, torturati per compiacere un amante, come forse ha fatto la madre di Beatrice.
È il terrore di perdere il lume della ragione al punto da far del male al figlio, addirittura arrivando a ucciderlo, come altre hanno fatto, come la cronaca di tanto in tanto riporta.
<<La paura di mettere in pericolo un figlio piccolo, inerme, è un sentimento che tantissimi genitori provano, anche se lo ammettono a stento e, in genere, solo nell’ambito di una seduta di psicoterapia>> spiega la dottoressa Raimo, e continua affermando che questo timore oscuro affonda le radici nella sensazione di non essere all’altezza del proprio ruolo di madre, da cui derivano sensi di colpa, terribili consiglieri, portatori di pensieri molesti, cattivi.
<<A tutte (o quasi) le mamme è capitato di perdere le staffe, per la mancanza di sonno, per i continui risvegli notturni del neonato, per la stanchezza accumulata a causa dei mille ruoli ricoperti o, semplicemente, perché anche le mamme sono umane e a volte possono cedere allo “stress di vivere”. Ma questo non deve mai in nessun caso suggerire che potrebbe essere possibile spingersi oltre gli urlacci o la voglia di sdraiarsi a terra e non pensare più a nulla per un giorno intero>>, rassicura la dottoressa Raimo.
Prosegue spiegando che le madri che uccidono, che seviziano, che fanno da spettatrici alle torture subite dai figli senza muovere un dito hanno precise caratteristiche. Possono essere tossicodipendenti (e le droghe, si sa, cancellano ogni capacità di discernimento), possono aver subito a loro volta abusi da bambine (e certe ferite possono da sole sopprimere qualunque moto di compassione o di affetto verso chiunque), possono non aver mai superato lo stadio dell’egocentrismo infantile o, ancora, possono vedere il figlio come un impedimento insormontabile alla loro realizzazione personale o peggio come una presenza che le priva della loro identità.
<<Non si possono ignorare inoltre tutti i disturbi della personalità, come per esempio il narcisismo oppure le alterazioni dell’umore, la depressione prima di tutto e la psicosi post parto. Ma attenzione, non siamo sempre autorizzati a liquidare certi gesti con un semplicistico “è una persona malata”>>, dice la dottoressa Raimo.
Se così fosse, qualunque crimine potrebbe essere giustificato, ma le cose non stanno così. <<Ci sono madri che agiscono lucidamente, spinte da una furia cieca o da un rancore sordo o da un desiderio di rivalsa nei confronti di tutto, che non possono essere controllate. Ci sono madri che uccidono pur di sottrarre il figlio al padre, anche per i pochi giorni in cui sta a lui occuparsene, e altre ancora che non tollerano le eventuali rinunce legate alla sua nascita, alla carriera, per esempio. Non si tratta di pazzia in senso stretto, ma di comportamenti socialmente inaccettabili che come tali portano a compiere il meno comprensibile dei delitti: il figlicidio, appunto>>.
Come tenere a bada i pensieri oscuri
Ogni volta che viene consumato un figlicidio o, comunque, che una madre diventa artefice di un crimine nei confronti del proprio bambino tante donne iniziano a temere di poter fare un giorno del male ai figli.
Si tratta di un pensiero atroce, che va allontanato con determinazione, anche eventualmente chiedendo aiuto a un professionista. Può comunque servire allo scopo seguire questi consigli:
- Riflettere a fondo sui sentimenti che si provano verso il proprio bambino, soffermandosi sui più affettuosi e sulla gioia che la sua presenza ha portato con sé
- Analizzare i propri eventuali moti di insofferenza verso il bambino per poi giustificarli e soprattutto perdonarsi
- Ricordare che non occorre essere una madre perfetta, con sentimenti ineccepibili e una pazienza illimitata. Le madri perfette non esistono, quello che serve è fare quel che si può (che di sicuro è il meglio che si può fare)
- Non sentirsi in colpa se si è stanche, se si ha voglia di silenzio, se si desidera dormire una notte di fila, se si anela a uscire una sera solo in coppia o con le amiche: non vuol dire che non si ama abbastanza il proprio bambino né che prendersi dello spazio per sé equivalga a tradirlo e a sottrarsi al proprio ruolo di madre
- Non vergognarsi dei propri eventuali scatti di rabbia, ma ridimensionarli e soprattutto parlarne. Confidare quello che si prova in certi momenti alla propria madre, a una sorella, alla migliore amica, al partner aiuta a recuperare equilibrio, rimette le cose a posto
- Evitare il confronto con le altre mamme, perché non di rado, se non si è abbastanza sicure di sé stesse, qualunque altra donna sembra più brava, più competente, migliore.
In breve
La vicenda di Bordighera ha sconvolto tutti i genitori e scoperchiato il vaso di Pandora, ovvero la paura delle mamme di poter compiere atti crudeli contro i propri figli in momenti di disperazione.
