Tumore alla prostata, protesi accessibile solo al 10% dei guariti

Lorenzo Marsili A cura di Lorenzo Marsili Pubblicato il 17/12/2021 Aggiornato il 17/12/2021

Dopo aver sconfitto il tumore alla prostata è possibile riacquisire un po’ di normalità grazie a una protesi, ma sono pochissimi i pazienti che possono permettersela

Tumore alla prostata, protesi accessibile solo al 10% dei guariti

Gli andrologi lanciano l’allarme circa le scarse possibilità a disposizione dei pazienti guariti da tumore alla prostata di accedere a un impianto di protesi. Il problema, come spiegato dagli esperti, è legato al fatto che questo tipo di operazione è esclusa dai Livelli essenziali di assistenza (Lea) e, quindi, resta a pagamento. In questo modo, solo un paziente su dieci può riacquisire una normale vita sessuale dopo aver sconfitto il tumore.

Poche protesi disponibili

Ogni anno, in Italia sono circa 12mila gli uomini colpiti da tumore alla prostata costretti a operarsi per sconfiggere la malattia. Di questi, almeno il 50% avrebbe la possibilità di vedersi impiantare una protesi per ripristinare la sessualità. In realtà, solo in pochi hanno accesso alle cure, che non sono erogate gratuitamente dalla sanità pubblica. Inoltre, gli impianti a disposizione sono pochi e i centri pubblici in cui farsi operare mal distribuiti sul territorio nazionale.

Disparità territoriale

Secondo quanto rivelato dai dati contenuti nel Registro nazionale della Società italiana di Andrologia (Sia), delle tremila richieste di impianto ricevuto ogni anno, solo quattrocento ricevono una protesi. Con una disparità territoriale enorme, visto che ben il 75% delle operazioni si concentra nelle regioni del Nord e del Centro Italia. La Sia chiede alle istituzioni di inserire nei Lea l’intervento di protesi, così da permettere a chi ha sconfitto il tumore alla prostata di poter recuperare una vita sessuale.

Non è una questione solo estetica

Come spiegato da Alessandro Palmieri, presidente Sia e professore di Urologia all’Università Federico II di Napoli “Solo il 10% degli italiani che hanno bisogno di una protesi peniena riesce a farsi operare in una struttura pubblica, con liste di attesa che possono superare i 2 anni. Il restante 90% per tornare a una normale attività sessuale deve affidarsi al privato non convenzionato”. È importante inserire questo tipo di operazione nei Lea, perché per i pazienti non si tratta di una questione estetica, ma aiuta a risolvere un problema serio di qualità della vita del paziente e della coppia, che altrimenti viene altamente compromessa.

 

Da sapere

Il problema è anche per gli ospedali, che per un’operazione di impianto di protesi di questo genere vengono, nel migliore dei casi, rimborsati solo al 50% dal sistema di retribuzione degli ospedali per l’attività di cura.

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