Parità genitoriale: quanto ancora siamo lontani?

Angela Bruno A cura di Angela Bruno Pubblicato il 30/01/2026 Aggiornato il 30/01/2026

Il carico mentale, il mancato avanzamento di carriera (o di lavoro), l’effettivo impegno con i bambini e in casa non è distribuito equamente tra madri e padri: il divario di genere resta ancora molto ampio.

parità genitoriale

Condividere equamente carriere e vita familiare. Creare su basi paritarie uno stile di vita per madri e padri che si “dividono” nello stesso modo i carichi in casa e con i figli. Questa è una rapida sintesi di come è intesa la parità genitoriale.

Un concetto, un ideale, ma non esattamente quello che è di fatto la realtà. I dati, infatti, ci restituiscono un’immagine sociale tutt’altro che equa. E che c’è ancora molto da fare per raggiungere, prima o poi, la vera parità tra genitori.

In Italia le madri continuano a essere il perno quasi esclusivo della cura di casa e bimbi, mentre i padri restano più presenti sul mercato del lavoro che nei tempi di assistenza quotidiana ai figli.

Questa asimmetria pesa sulle carriere femminili, sulla salute mentale delle donne, sul calo delle nascite e sulla qualità delle relazioni familiari. 

La differenza di ruoli in famiglia

La divisione dei ruoli in famiglia continua a riflettere stereotipi radicati: la madre cura, il padre lavora. E ciò accade anche se la mamma lavora: nonostante l’impegno fuori casa, quest’ultima generalmente si occupa molto più dei figli rispetto al papà.

Uno studio, riportato su Second Welfare, sui tempi di cura in Italia indica che la quota di genitori che si dedicano ogni giorno ai figli è più elevata fra le madri (circa il 73%) rispetto ai padri (circa il 47%), e che, fra i genitori occupati, le madri spendono comunque più tempo giornaliero nella cura.

Analisi sui carichi di lavoro familiare evidenziano un’asimmetria molto alta nel lavoro domestico, con una netta prevalenza delle donne nelle attività considerate meno “visibili” (pulizia, cucina, spesa…) ma essenziali per il funzionamento quotidiano della famiglia. Non è solo una questione di ore: è una differenza di responsabilità mentale, organizzativa, di quella che viene spesso chiamata “mental load”.

Questa disparità si innesta in un contesto di forte divario di genere più ampio: dove la conciliazione vita‑lavoro è difficile e la cura resta quasi totalmente femminile, le donne pagano un prezzo alto in termini di occupazione, retribuzioni e progressione di carriera

Leggi il nostro approfondimento sulla conciliazione famiglia-lavoro

Divisione dei compiti in famiglia e sovraccarico della madre

Quando guardiamo alla divisione concreta dei compiti – cucinare, accompagnare i figli, gestire visite mediche, attività extrascolastiche, compiti scolastici – la figura della madre resta quasi sempre al centro.

Openpolis segnala che il 32,1% delle donne tra i 25 e i 49 anni dedica oltre 50 ore a settimana alla cura dei figli, mentre solo una quota sotto il 10% degli uomini raggiunge lo stesso livello di impegno.

Un quinto delle donne arriva addirittura oltre le 70 ore settimanali di cura, contro poco più del 6% degli uomini.

Significa che molte madri sostengono una “seconda settimana lavorativa” non retribuita, accanto al lavoro esterno o alla ricerca di occupazione. Questo sovraccarico si traduce in rinunce: contratti part‑time involontari, interruzioni di carriera, minore disponibilità a orari flessibili o straordinari, con effetti diretti su reddito e autonomia economica, come evidenzia anche un rapporto di Save the Children.

Tuttavia, con molta calma, qualcosa sta cambiando. Una parte dei padri sta cercando di essere più presente nella vita dei figli, dedicando a questi ultimi maggior tempo, ma la distanza con le madri rimane significativa.

Il paradosso è che, mentre si parla di “nuova paternità”, le strutture di potere, quali Stato, imprese e famiglie, continuano a essere progettate su un modello di padre presente al lavoro e madre a casa.

Come equilibrare le cose

Per avvicinarci davvero alla parità genitoriale servono cambiamenti su tre piani:

  1. culturale
  2. organizzativo
  3. normativo

Sul fronte delle politiche, in Italia sono arrivati passi avanti: il congedo di paternità obbligatorio è oggi di 10 giorni lavorativi, fruibili tra due mesi prima e cinque mesi dopo il parto, e raddoppia in caso di parto plurimo.

Il decreto legislativo 105/2022 ha aumentato a 9 i mesi complessivi di congedo parentale indennizzato, riconoscendo a ciascun genitore 3 mesi non trasferibili e altri 3 mesi condivisibili.

Tuttavia, da sola la norma non basta se le aziende continuano a considerare il congedo maschile come un’eccezione e non come una pratica ordinaria.

Servono politiche aziendali attive: piani di welfare che incentivino l’uso del congedo da parte dei padri, flessibilità oraria reale, possibilità di smart working non solo per emergenze ma come strumento strutturale di conciliazione.

La certificazione di parità di genere, introdotta negli ultimi anni, può essere un volano se le imprese la interpretano non come adempimento burocratico, ma come occasione per ripensare equamente tempi e carriere di madri e padri.

Dentro le case, l’equilibrio passa da scelte quotidiane: distribuire fin da subito compiti di cura e domestici, inserire anche i padri in chat scolastiche, effettuare a turno le visite con il pediatra, lasciare che siano loro a gestire interamente alcune attività, accettando che non tutto venga fatto “come farebbe la mamma”.

Parlare esplicitamente, in coppia, di carichi mentali e non solo di ore “visibili” è un altro passaggio cruciale: chi prenota le visite, chi ricorda scadenze, chi pianifica i pasti o le vacanze?

Un esempio concreto: una coppia può decidere che il padre si occupi totalmente di compiti e attività sportive dei figli, mentre la madre gestisce rapporti con scuola e pediatra; poi, ogni anno, rivedere insieme questa ripartizione e correggere eventuali squilibri.

Infine, serve un salto collettivo: non serve applaudire a un papà che porta i figli al parco (e che magari si considera pure “mammo”). Piuttosto, bisogna considerarlo semplicemente un genitore che fa la sua parte; in questo modo sarà più facile condividere davvero la responsabilità di crescere le nuove generazioni.

Parità genitoriale non vuol dire replicare al millimetro gli stessi gesti, ma ripartire a ogni genitore lo stesso carico – nel lavoro come nella cura – senza pagare un prezzo sproporzionato in termini di diritti, salute e opportunità.

 

 
 
 

In breve

Differenza ruoli in famiglia, sovraccarico emotivo e fisico della madre, sbilanciamento degli oneri. La parità genitoriale si può raggiungere conciliando le esigenze e unendosi per una gestione condivisa dei figli e delle attività da svolgere nel benessere degli stessi.

 

Fonti / Bibliografia

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