Cancro al seno: diventare mamma si può

Stefania Lupi A cura di Stefania Lupi Pubblicato il 10/02/2021 Aggiornato il 10/02/2021

La gravidanza dopo il cancro al seno è sicura. Lo conferma uno studio dell’Università di Genova su oltre 114mila pazienti. Ma occorre aumentare la rete di Oncofertlità, per consentire a chi si ammala da giovane di poter diventare mamma

Cancro al seno: diventare mamma si può

Nel 2020, in Italia, sono stati stimati quasi 55mila nuovi casi di cancro al seno; di questi, il 6% riguarda donne under 40, pari a circa 3.300 diagnosi. Purtroppo, i trattamenti antitumorali, in particolare la chemioterapia, possono compromettere la capacità riproduttiva. Per questo motivo è fondamentale che, prima di iniziare una terapia, alla donna sia offerta la possibilità di ricorrere ai metodi disponibili per garantire la possibilità futura di diventare mamma.

I risultati di una meta-analisi

Infatti, avere una gravidanza dopo il cancro al seno è possibile e sicuro sia per la mamma sia per il bambino. Lo dimostra un’analisi combinata dei dati di 39 studi, che fornisce la casistica più ampia al mondo di giovani donne con pregresso tumore al seno e successiva gravidanza. Nello studio, coordinato dalla Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino – Università di Genova, e presentato al congresso “Back From San Antonio”, dedicato alle principali novità dal “San Antonio Breast Cancer Symposium”, il più importante convegno internazionale su questa neoplasia, sono state considerate 114.573 pazienti, di cui 7.500 hanno avuto un figlio.

Le complicanze possibili

Spiega Lucia Del Mastro, responsabile della Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova: “Obiettivo dello studio era valutare la frequenza delle gravidanze al termine delle cure oncologiche, la salute di feti e neonati con le eventuali complicanze durante la gestazione e il parto, e la sicurezza della donna in termini di sopravvivenza dopo il cancro. È emerso che non c’è un aumento significativo del rischio di malformazioni congenite per il neonato né della maggior parte delle possibili complicazioni legate alla gestazione e al parto. E non è stato riscontrato nessun peggioramento della prognosi oncologica per le pazienti, in termini di ripresa della malattia. Tuttavia, le gestanti con pregressa esposizione ai trattamenti oncologici vanno seguite con più attenzione con riferimento all’aumentato rischio di nascite sottopeso (+50%), al ritardo di crescita intrauterina (+16%), al parto pretermine (+45%) e con un cesareo (+14%), rispetto alle gravidanze nella popolazione generale”.

La situazione in Italia

La percentuale di pazienti italiane che hanno almeno un figlio dopo la diagnosi di cancro al seno sono solo il 3% sotto  45 anni e l’8% sotto i  35. Questo conferma la necessità di intraprendere le tecniche per preservare la fertilità prima dell’inizio dei trattamenti oncologici, nonostante le mancanza di una Rete dei centri di oncofertilità,

“Le principali tecniche di preservazione della fertilità nella donna sono costituite dalla crioconservazione, cioè dal congelamento, degli ovociti o del tessuto ovarico e dall’utilizzo di farmaci (analoghi LH-RH) per proteggere e mettere a riposo le ovaie durante la chemioterapia – continua Del Mastro -. Possono essere applicate alla stessa paziente e hanno un tasso di successo relativamente elevato, con possibilità di concepire un bambino dopo la guarigione tra il 30 e il 50%, a seconda dell’età della donna, dei trattamenti chemioterapici ricevuti e del numero di ovociti crioconservati. Il materiale biologico può rimanere crioconservato per anni ed essere utilizzato quando la paziente ha completato le cure oncologiche.
Nella nostra esperienza, confermata anche dalla letteratura internazionale, quasi tutte le donne accettano il trattamento farmacologico con analoghi LH-RH, invece solo il 25% si sottopone al congelamento di ovociti o di tessuto ovarico, perché spesso la preoccupazione immediata per la malattia prevale su progetti di vita di lungo periodo”.  Compreso quello di diventare mamma.

 

 

 

 
 
 

Lo sapevi che?

Proteggere la propria fertilità dopo un tumore  non è solo problema femminile: sempre più pazienti maschi optano per la crioconservazione dei gameti, anche in giovane età, ossia dai 13 anni.    

 

Fonti / Bibliografia

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