Come viene al mondo un bebè? Vademecum per neogenitori (e non solo)

Chiara Di Paola A cura di Chiara Di Paola Pubblicato il 31/03/2023 Aggiornato il 31/03/2023

3 sono le fasi in cui è articolato il parto: dalle prime contrazioni all'espulsione della placenta, ecco come viene al mondo un bebè

Le mamme in procinto di partorire si chiedono come viene al mondo un bebè, in modo da sapere cosa aspettarsi e cosa poter fare per alleviare i dolori del travaglio

Sapere come viene al mondo un bebè è fondamentale per vivere questo momento con la consapevolezza e la serenità che merita.
Per parto naturale si intende quello che avviene per via vaginale, senza il bisogno di aiuti medici (come la somministrazione di ossitocina per stimolare le contrazioni o l’utilizzo della ventosa per favorire l’uscita del bambino. La scelta del parto naturale comporta diversi vantaggi,  primo fra tutti la grande soddisfazione che la mamma trae da questa esperienza indimenticabile. Il parto naturale comporta poi meno rischi per il neonato e per le future gravidanze della madre (non compromettendo l’utero con una ferita), facilita l’avvio dell’allattamento al seno e aiuta la mamma a riprendersi molto più velocemente di quanto accade con il cesareo.

Come viene al mondo un bebè tra la 38a e la 40a settimana

Normalmente è il bambino che dà inizio al processo del travaglio e del parto, inviando messaggi chimici alla placenta affinché inizi a produrre gli enzimi che a loro volta stimolano la produzione degli estrogeni (ormoni). Ciò in genere si verifica tra la 38a  e la 42a settimana di gestazione: se avviene prima il parto è detto prematuro, dopo è detto serotino e può comportare alcuni rischi (legati a un eccessivo accrescimento del feto e alla sua lunga permanenza nel liquido amniotico) e rendere necessaria un’induzione al parto (attraverso la somministrazione di prostaglandine in gel e ossitocina) per provocare l’avvio delle contrazioni.

Attenzione ai segnali premonitori che indicano come viene al mondo un bebè

Negli ultimi giorni di gravidanza possono manifestarsi alcuni sintomi fisici e psicologici che indicano che il momento del parto è vicino:

  • la pancia si abbassa perché il bambino si è incanalato, e la donna respira meglio perché l’utero scende e non esercita più una forte pressione a livello toracico. Possono verificarsi frequenti episodi di diarrea o un maggiore stimolo a urinare a causa della pressione che il bambino esercita su intestino e vescica;
  • possono verificarsi perdite di liquido amniotico (chiaro e inodore) in quantità variabile e del cosiddetto tappo mucoso, la sostanza biancastra e molto densa, che ha svolto svolto appunto il ruolo di “tappo” dell’utero proteggendo il feto da eventuali infezioni esterne. Ciò non indica che il parto è imminente ma suggerisce che il termine è vicino;
  • mal di schiena e dolori al basso ventre: l’associazione di questi due sintomi può indicare la fine della gravidanza e accompagnarsi a spossatezza;
  • sindrome del nido: è uno stato d’animo comune a molte donne che, nell’imminenza del parto, sentono istintivamente il bisogno di preparare l’ambiente domestico all’arrivo del piccolo.

Il tempo è variabile di come viene al mondo un bebè

La fase “latente” del travaglio può protrarsi per alcuni giorni o esaurirsi in poche ore e non è possibile sapere in anticipo quanto durerà: in generale non dovrebbe superare le 18 ore nelle primipare (donne al primo parto naturale), 12 nelle donne che hanno già partorito (perché i muscoli della cervice, quelli vaginali e del pavimento pelvico sono più elastici e favoriscono l’uscita del bambino), ma ogni gravidanza è a sé e anche le donne che hanno già partorito potrebbero non riscontrare gli stessi sintomi della prima gravidanza. In alcuni casi il travaglio può anche iniziare improvvisamente, senza sintomi premonitori.

1 FASE PRODROMICA

La prima fase di come viene al mondo un bebè è detta prodromica (ossia “di preparazione”): inizia con la dilatazione della cervice ed è caratterizzata da contrazioni lievi e irregolari (dette di Braxton Hicks) che durano circa una ventina di secondi, a distanza di 15-30 minuti l’una dall’altra. Anziché precipitarsi in ospedale (col rischio di essere rimandata a casa perché è troppo presto), la donna dovrebbe vivere questo momento rilassandosi a casa propria, in compagnia del partner. Molti medici consigliano di camminare o quantomeno di evitare di sdraiarsi, perché la forza di gravità aiuta ad accelerare il travaglio.
Da sapere
In questa fase il collo dell’utero si dilata di circa 1 cm ogni ora e l’allungamento della cervice innesca la produzione di ossitocina nell’ipofisi (ghiandola nel cervello), che rende le contrazioni progressivamente più intense, ravvicinate e regolari. Quando la distanza tra una contrazione e l’altra è di 5 minuti e la dilatazione di circa 4 cm, è tempo di andare in ospedale.

2 FASE ESPULSIVA

La seconda fase del travaglio è più corta della precedente e inizia quando la cervice è completamente dilatata (10 cm) per permettere il passaggio del bambino. Le contrazioni sono così ravvicinate e intense che non lasciare tregua e la futura mamma avverte l’impulso irrefrenabile di spingere. Le spinte di solito durano cinque – otto secondi  e possono protrarsi per un periodo variabile da pochi minuti ad alcune ore e termina con la nascita del bambino. Durante questa fase (che è la più faticosa), ginecologo e ostetrica assistono la donna, spiegandole come respirare in modo corretto, quando spingere ma anche quando fermarsi, seguendo il ritmo delle contrazioni.
Da sapere
In alcuni casi può essere necessario effettuare un’episiotomia, cioè una piccola incisione vaginale, per favorire il passaggio del bambino ed evitare che il tessuto perineale si strappi. Una volta uscita la testa e le spalle, il resto del bambino uscirà senza ulteriori spinte.

3. SECONDAMENTO

La terza fase e ultima fase del parto consiste nell’espulsione di placenta e membrane uterine grazie alle contrazioni dell’utero che proseguono anche dopo la nascita del bambino. È la fase più corta del travaglio: solitamente dura all’incirca 15 minuti.
Da sapere
È poco dolorosa e comporta una normale perdita di sangue. Si conclude con eventuali punti di sutura.

Cosa si può fare contro i dolori del parto

Ogni donna avverte e sopporta il dolore del parto in modo soggettivo: alcune lo paragonano ai dolori mestruali ma amplificati, altre lo descrivono come “una cintura che stringe il basso ventre e i reni”, alcune soffrono molto già dalle prime contrazioni, altre arrivano alla fase espulsiva quasi senza accorgersene. Il modo migliore per tollerare il dolore del parto è respirare per riossigenare i tessuti e favorirne il rilassamento, ma ci sono anche tecniche che aiutano ridurre il dolore del parto: aromaterapia, ipnosi, massaggi con arnica, ma anche parto in acqua ed elettrostimolatore transcutaneo dei nervi (Nest, che viene posizionato nella parte bassa della schiena all’inizio del travaglio e stimola la produzione di endorfine, sostanze antidolorifiche naturali). Oltre ai metodi naturali, ci sono quelli farmacologici come l’anestesia epidurale e il protossido d’azoto.
L’epidurale
Per accedervi occorre fare una visita anestesiologica nell’ultimo trimestre di gravidanza, eseguire alcuni esami del sangue e assicurarsi che la struttura ospedaliera scelta per partorire garantisca l’assistenza di un anestesista 24 ore su 24.
Il protossido d’azoto
Si tratta di un gas esilarante del tutto innocuo dall’effetto analgesico. Può provocare nausea e malessere. Non è disponibile in tutti gli ospedali e per questo da noi è poco utilizzato.

 

 
 
 

In sintesi

Dove e come viene al mondo un bebè

La scelta dove partorire va fatta in anticipo rispetto al termine della gravidanza, tenendo in considerazione non solo la comodità ma anche tutti gli aspetti necessari a garantire la sicurezza della mamma e del bambino. In genere, la scelta cade sull’ospedale o la clinica privata, le opzioni ritenute più sicure, sebbene non tutti siano ugualmente attrezzati per far fronte a eventuali emergenze o per assecondare le richieste della partoriente, e in certe strutture si tenda ad accelerare il parto, facendo ricorso al cesareo, all’episiotomia o all’induzione di travaglio anche quando non è strettamente necessario. Meglio, dunque, informarsi sulla percentuale di utilizzo di queste tecniche prima di scegliere dove partorire.
In casa
Il parto in casa sta tornando di moda tra la nuova generazione. Si tratta però di una scelta controversa e comunque praticabile solo quando la gravidanza è considerata a basso rischio e si prevede con un certo margine di sicurezza che la nascita avverrà naturalmente (senza alcun tipo di intervento chirurgico né di anestesia). Ricevuto il via libera del ginecologo, il parto in casa va accuratamente programmato affinché risulti sicuro (a partire dalla 38a settimana di gravidanza bisogna assicurarsi la reperibilità di almeno due ostetriche, pronte ad affrontare qualsiasi evenienza) e garantisca alla futura mamma tutti i vantaggi dell’ambiente familiare. In parto in casa comporta costi non sono coperti dal Servizio sanitario nazionale: da 1.000 a 3.500 euro secondo le città. Se, poi, si vuole partorire in acqua bisognerà spendere altri 400 euro per il noleggio di una piscina specializzata.
In casa maternità
Un’alternativa al parto in casa è rappresentata dalle casa maternità, pensate per accompagnare la coppia durante la gravidanza (con corsi e attività di vario genere), assistere il parto e promuovere una genitorialità consapevole anche nei primi anni dopo la nascita del bambino. Purtroppo in Italia le case maternità non sono molte e, trattandosi di strutture private, sono anche molto costose: si spendono circa 2.000 euro. In alcune regioni (Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Lazio e provincia Autonoma di Trento) è previsto un rimborso.

 

Fonti / Bibliografia

Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono in alcun modo sostituire il rapporto diretto fra professionisti della salute e l’utente. È pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o specialisti.

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