Ipertensione e gestosi in gravidanza

Redazione
A cura di “La Redazione”
Pubblicato il 13/01/2015 Aggiornato il 06/03/2015

Nei nove mesi può presentarsi una malattia, la gestosi, caratterizzata da ipertensione, proteine nelle urine e gonfiori diffusi. Come intervenire per evitare problemi al bimbo nel pancione

Pressione bassa in gravidanza: c’è da preoccuparsi?

In gravidanza la pressione alta può diventare una vera e propria malattia, chiamata preeclampsia o gestosi. È una condizione rischiosa perché, se non trattata, può evolvere nell’eclampsia, con conseguenze molto serie per il bambino, come una nascita prematura o un ritardo nella crescita, e talvolta anche per la madre. Fortunatamente le statistiche dicono che, con controlli regolari e qualche accorgimento, solo una piccola percentuale di future mamme con ipertensione gravidica avrà problemi di eclampsia.

A rischio il terzo trimestre

Con ipertensione gestazionale si intende un rialzo della pressione arteriosa oltre valori di 140/90 mm/Hg (millimetri di mercurio). Si manifesta di solito dopo la 20a settimana di gestazione e persiste per circa 6 settimane dopo il parto. Quando è associata a proteinuria (presenza di proteine nelle urine), si parla di preeclampsia. In Italia si verifica nel 3-5% delle gravidanze, in altre parole si contano tra i 16.500 e i 27.500 casi su 550.000 parti. Sono più a rischio le donne sotto i 20 anni e quelle sopra i 40, quelle al primo figlio o con una gravidanza gemellare, e coloro che soffrivano di ipertensione, diabete o malattie dei reni prima di restare incinte. Chi ha sperimentato questa problematica in una gravidanza precedente, ha alte probabilità di svilupparla anche in quelle successive. Semaforo giallo anche per le donne che hanno precedenti di ipertensione gravidica in famiglia.

Tante le cause allo studio

Le cause non sono ancora note. Potrebbero entrare in gioco un’alterazione nel patrimonio genetico del feto, un difetto dei vasi sanguigni materni (che anziché dilatarsi per consentire l’afflusso di sangue agli organi del bambino, subiscono una vasocostrizione) o una risposta immunitaria anomala della donna alla gravidanza.

Diagnosi sempre più precoci

La ricerca si sta focalizzando sulla messa a punto di test in grado di prevedere il rischio di gestosi prima che si manifestino i sintomi. L’individuazione delle persone predisposte consentirà un controllo più attento e la messa in atto di strategie volte a prevenire l’evoluzione della preeclampsia in eclampsia. Studi recenti, per esempio, hanno mostrato che tenendo sotto controllo, con opportuni esami, i livelli nel sangue di alcuni indicatori, il sFlt-1 (tirosin chinasi 1 fms-simile) e il PlGF (fattore di crescita placentare proangiogenico), è possibile stabilire il livello di gravità della preeclampsia, contribuendo a identificare le donne a rischio.

I campanelli d’allarme
  • Nausea, affanno e malessere generale
  • Eccessivo aumento di peso non giustificato dall’alimentazione
  • Gonfiore delle mani e del viso (gli anelli non entrano più nelle dita)
  • Scarsa produzione di pipì
  • Mal di testa persistente, che non risponde ai comuni farmaci antidolorifici
  • Caviglie gonfie, anche dopo molte ore di riposo
  • Dolore nella parte alta dell’addome (specialmente sul lato destro)
  • Battito cardiaco alterato (tachicardia)
  • Vista sfuocata (effetto “mosche che volano”).
I farmaci e il parto anticipato

Nella maggioranza dei casi, sono sufficienti il riposo a letto e un attento monitoraggio della pressione arteriosa e della salute del feto. In alcune situazioni, invece, può essere necessario il ricovero in ospedale (dotato di reparto di terapia intensiva neonatale), per la somministrazione di magnesio solfato per via endovenosa, utile per prevenire la comparsa di eclampsia. Altri farmaci per bocca possono essere associati nel trattamento della preeclampsia: metildopa, beta-bloccanti (soprattutto labetalolo) e calcio-antagonisti per abbassare la pressione, diuretici per favorire la funzionalità renale, anticoagulanti, come l’Aspirina, per favorire la dilatazione dei vasi sanguigni.

L’eventualità delle medicine, tuttavia, è valutata attentamente caso per caso, in base alla gravità della situazione. Inoltre, i trattamenti sono in grado di controllare la preeclampsia solo per brevi periodi: l’unica cura risolutiva è far nascere il bambino il prima possibile, attendendo la sua maturazione fisica o somministrando farmaci (steroidi) che accelerino lo sviluppo dei polmoni. Il sintomo caratteristico dell’eclampsia sono le convulsioni, prima o durante il parto, ma anche dopo (entro 48 ore dalla nascita del bebè). Vengono perciò somministrati ossigeno e farmaci per bloccare le convulsioni.

Una volta stabilizzata la situazione, viene indotto il parto o eseguito il taglio cesareo. La buona notizia è che quasi tutte le mamme guariscono completamente dopo il parto: la pressione arteriosa torna nella norma in tempi rapidi e non ci sono strascichi. Nel periodo successivo alla nascita del bambino, la pressione viene comunque tenuta sotto controllo con periodiche misurazioni (almeno una volta alla settimana per 2 mesi circa). Talvolta, infatti, la pressione elevata può persistere per alcuni mesi: in questi casi è opportuno anche un controllo delle funzioni renali.

3 consigli per la pressione
  1. Misurarla regolarmente, almeno una volta alla settimana (nel terzo trimestre). Ci si può recare in farmacia, oppure acquistare o noleggiare uno sfigmomanometro elettronico per la rilevazione domestica (anche se i livelli misurati a casa potrebbero essere più bassi rispetto a quelli riscontrati dal farmacista o dal medico).
  2. Seguire un’alimentazione corretta. Alcune ricerche hanno dimostrato che un adeguato apporto di cibi ricchi di vitamine e minerali (come la frutta e la verdura) può ridurre le probabilità di pericolosi innalzamenti pressori. È importante bere molto per stimolare la funzionalità renale, ridurre il sale da cucina ed evitare il fumo, che ha un effetto vasocostrittore. Anche la liquirizia, se consumata in eccesso, può essere nociva: contiene acido glicirrizico che, assunto in alte dosi, manda in tilt i vasi sanguigni.
  3. Curare i denti. Anche se non è certo che la malattia parodontale sia causa di preeclampsia, è dimostrato che le future mamme con problemi alle gengive hanno un rischio doppio di sviluppare questa problematica rispetto alle donne con una bocca sana. L’ipotesi è che l’infezione gengivale arrivi alla placenta, compromettendone le funzioni. Per ridurre il rischio di infiammazioni, è sufficiente lavarsi i denti dopo ogni pasto e fare almeno una pulizia dal dentista durante i 9 mesi (la placca non favorisce solo la formazione di carie, ma tende a peggiorare i disturbi gengivali).
Un piccolo rialzo non deve preoccupare

Se, nel corso del secondo trimestre, la pressione arteriosa tende generalmente a calare, negli ultimi 3 mesi dell’attesa la tendenza si inverte e i livelli cominciano a salire. Un leggero aumento, rilevato sporadicamente, non deve spaventare. Spesso si tratta di “ipertensione da camice bianco”, dovuta all’ansia e al nervosismo causati dall’incontro con il ginecologo. Le visite sono spesso fonte di preoccupazione per le future mamme, in trepidazione per la salute del bambino, e uno stato emotivo alterato può provocare oscillazioni pressorie. In questi casi sono sufficienti alcuni esercizi di rilassamento e un po’ di riposo per far tornare i livelli nella normalità. Se, però, la massima è pari o superiore a 140 mm/Hg o la minima supera i 90 mm/Hg per almeno 2 misurazioni consecutive, è bene tenere sotto controllo la situazione perché potrebbe trattarsi di preeclampsia.

Parola d’ordine: rilassarsi

Se si avvertono i sintomi di un brusco aumento pressorio (improvviso mal di testa, sensazione di fischi all’orecchio, vista offuscata), la prima cosa da fare è calmarsi. L’agitazione, infatti, non fa che peggiorare le cose, perché asseconda l’azione dell’adrenalina entrata rapidamente in circolo nel sangue. L’ideale è sistemarsi in un ambiente caldo e rilassante (basta sdraiarsi sul divano con una coperta, fare un bagno caldo o, se ci si trova all’aperto, mettersi un po’ al sole), in quanto il calore dilata i vasi sanguigni, abbassando la pressione. Fare respiri lunghi e profondi e concentrarsi su immagini e pensieri positivi contribuisce ad allentare la tensione e indurre uno stato di relax. Anche un tè deteinato, una camomilla o una tisana di erbe come valeriana o melissa, che hanno un effetto sedativo, con l’aggiunta di un cucchiaino di zucchero o di un biscotto, possono essere di grande aiuto.

Gli Specialisti rispondono
Le domande della settimana
Lavaggi nasali: servono davvero?
23/10/2019 Gli Specialisti Rispondono

I lavaggi nasali rivestono grande utilità non già per uccidere il virus del raffreddore, ma per facilitare la pulizia del naso e favorire la fluidificazione, quindi, l'eliminazione del muco.   »

Prevenire tosse e raffreddore si può?
21/10/2019 Gli Specialisti Rispondono

Nei primi anni di vita le infezioni respiratorie, come tosse e raffreddore, sono lo scotto da pagare alla socializzazione.   »

Vaccino antivaricella: va fatto agli altri bimbi se c’è in casa un piccolissimo
14/10/2019 Gli Specialisti Rispondono

I bambini che frequentano l'asilo dovrebbero essere vaccinati (anche) contro la varicella, per scongiurare il rischio di ammalarsi e contagiare un fratellino nato da poco.   »

Fai la tua domanda agli specialisti