Placenta previa: rischi, sintomi e cosa fare

Alberta Mascherpa A cura di Alberta Mascherpa, con la consulenza di Elisabetta Colonese - Dottoressa specialista in Ginecologia Pubblicato il 29/04/2026 Aggiornato il 29/04/2026

Si tratta di una condizione rara che può avere diversi gradi di gravità. Va tenuta sotto controllo con attenzione dal momento che può rappresentare un rischio per la salute della madre e del nascituro.

Placenta previa: rischi, sintomi e cosa fare

La placenta previa si verifica quando la placenta, l’organo che collega il feto alla madre, si impianta nel segmento inferiore dell’utero, ostruendo parzialmente o totalmente il canale del parto.

La diagnosi avviene tramite ecografia morfologica: il segnale principale è il sanguinamento rosso vivo ma senza dolore che compare in genere dopo la 20esima settimana. Nonostante l’utero crescendo possa far “risalire” la placenta, la sua persistenza in basso aumenta i rischi di emorragia e condiziona la posizione del feto costringendo a volte a ricorrere al parto cesareo.

La placenta previa può essere centrale quando copre tutto l’orifizio uterino oppure marginale quando lo copre solo in parte. Da tenere in considerazione poi la complicanza della placenta accreta, in cui i tessuti aderiscono troppo profondamente alla parete uterina. La gestione prevede cautela: è bene evitare sforzi e monitorare con attenzione la situazione. In caso di sanguinamento è necessario il ricovero: se l’emorragia è grave, si procede in genere a un parto indotto.

Quando si vede

A differenza della parte alta dell’utero, dove la placenta si inserisce normalmente, la zona inferiore, chiamata segmento uterino inferiore, tende ad allungarsi e assottigliarsi molto nell’ultimo trimestre e durante il travaglio. Se la placenta si trova proprio in questa zona, questi cambiamenti ne possono causare il distacco progressivo, provocando delle perdite di sangue.

Il sanguinamento è, di fatto, l’unico segnale di allarme: compare solitamente a partire dalla 20ª settimana, intensificandosi nell’ultimo periodo della gravidanza o al momento del parto.

Queste perdite hanno un colore rosso vivo e, aspetto fondamentale da tenere in considerazione, non sono accompagnate da dolore. L’intensità del sangue perso dipende dal tipo di anomalia: è più lieve se la placenta è “marginale” vicina cioè al canale del parto, ma può diventare un’emorragia anche grave se è “totale” cioè nel caso in cui la placenta chiude completamente il passaggio.

La diagnosi avviene tramite l’ecografia: il primo sospetto sorge spesso durante la morfologica, tra la 19ª e la 21ª settimana. Tuttavia, per esserne certi, il medico deve eseguire un’ecografia transvaginale, che permette di vedere con precisione millimetrica la posizione della placenta. Poiché l’utero crescendo può “trascinare” la placenta verso l’alto, viene sempre programmato un ulteriore controllo ecografico nel terzo trimestre per verificare se la situazione si è risolta o se è necessario pianificare un parto cesareo.

Rischi

La placenta previa è una condizione che richiede particolare attenzione perché comporta un rischio di sanguinamento importante che può avere ripercussioni sia sulla salute della mamma che su quella del feto. Sebbene sia raro che la perdita di sangue diventi così critica da rendere necessaria una trasfusione, è un’eventualità che va tenuta sempre in considerazione.

Il vero punto critico è la gestione dei tempi: se l’emorragia è molto abbondante, i medici possono trovarsi costretti a indurre il parto prima del termine. Ovviamente, più la nascita viene anticipata rispetto alla data presunta, più aumentano i rischi legati alla prematurità del neonato. Per questo motivo, la scelta di un parto cesareo d’urgenza in epoca molto pretermine viene fatta solo quando il sanguinamento mette seriamente a rischio la vita della madre o del piccolo.

Oltre ai rischi di emorragia, la posizione della placenta può influenzare direttamente il modo in cui il bambino si sistema in pancia. Occupando la parte bassa dell’utero, la placenta previa funge da “ostacolo” fisico: impedisce spesso al feto di incanalarsi correttamente con la testa verso il basso. Per questo motivo, è molto comune che i bambini rimangano in posizione podalica o trasversa fino alla fine della gravidanza.

Come farla salire

In circa un terzo delle gravidanze, la placenta può inizialmente impiantarsi nel segmento inferiore dell’utero, in prossimità del collo. Questa zona è particolarmente delicata perché, con l’avvicinarsi del termine della gravidanza, è soggetta alle contrazioni preparatorie che permettono la nascita del piccolo.

Nella maggior parte dei casi, lo sviluppo fisiologico dell’utero porta la placenta a “risalire” verso l’alto, allontanandola dal collo uterino: quella che poteva rappresentare una criticità si risolve così naturalmente. Sia pur in una percentuale ridotta di casi, invece, la placenta rimane in posizione bassa fino al termine della gestazione.

Qualora attraverso l’ecografia morfologica venga riscontrata una placenta previa, quello che si può fare è adottare alcune precauzioni non tanto perché si “alzi” quanto per evitare il rischio di sanguinamento o di contrazioni precoci:

  • seguire con scrupolo il programma di visite suggerito dal ginecologo così da monitorare con precisione la condizione della placenta
  • evitare sforzi eccessivi di qualunque tipo
  • prestare attenzione ai rapporti evitando il più possibile quelli penetrativi
  • non impegnarsi in lunghi viaggi in auto
  • se ci si sposta per la vacanza scegliere mete dove sia possibile raggiungere facilmente un ospedale

Placenta previa centrale

La placenta previa viene classificata in base al grado di ostruzione dell’orifizio uterino interno che viene rilevato durante l’ecografia.

La placenta previa centrale, detta anche totale o completa, si ha quando la placenta ricopre interamente l’orifizio uterino. È la forma più grave che necessita di maggior controllo da parte del ginecologo perché può dare problemi anche molto seri. 

Placenta previa marginale

Se il margine della placenta tocca l’apertura dell’orifizio uterino ma senza coprirlo, si parla di placenta previa marginale: in questo caso il parto naturale è possibile se la distanza dal collo dell’utero resta superiore a 1,5–2 cm.

Resta fondamentale un attento monitoraggio nel terzo trimestre per il rischio di sanguinamento.

Placenta accreta

La placenta accreta rappresenta una complicanza piuttosto grave della gravidanza che si verifica quando la placenta cresce troppo profondamente nella parete uterina.

 Normalmente, la placenta si attacca all’endometrio grazie a un delicato equilibrio biologico che consente, al momento del parto, un distacco fisiologico senza rischi per la madre e il nascituro. Nella placenta accreta, questo equilibrio si rompe: i villi coriali, strutture fondamentali per lo scambio di nutrienti tra madre e feto, penetrano più in profondità del dovuto. Ne deriva un’anomalia che fa sì che la placenta rimanga del tutto o in parte attaccata alla parete uterina dopo il parto causando un’emorragia.

Sebbene le cause esatte della placenta accreta non siano ancora pienamente definite, gli studi hanno identificato due fattori di rischio predominanti:

  • pregressi interventi chirurgici uterini: la presenza di cicatrici, dovute ad esempio a un precedente taglio cesareo altera la mucosa uterina. La carenza di tessuto sano in queste zone favorisce un impianto anomalo e troppo profondo della placenta.
  • placenta previa: questa condizione, è spesso associata all’accretismo. Il segmento inferiore dell’utero offre infatti una base meno resistente che rende più facile l’adesione patologica dei tessuti placentari.

Cosa fare

Nel caso di una placenta previa che non dà sanguinamenti non è necessario nessun tipo di ricovero. Si può condurre una vita normale evitando, cosa che si dovrebbe comunque fare anche in caso di una placenta in posizione normale, di fare sforzi eccessivi. Importante resta comunque il fatto di trovarsi sempre in un luogo dove si possa raggiungere facilmente un ospedale nel caso si dovesse verificare un’emorragia.

Se invece si presenta un episodio di sanguinamento si prevede in genere un ricovero ospedaliero. Se il sanguinamento si ferma, di solito, si può tornare a casa. Viene prescritto però il riposo assoluto (in particolare va evitata qualsiasi attività che aumenti la pressione intra-addominale e la posizione più consigliata è quella sdraiata) e l’astinenza da rapporti sessuali che potrebbero provocare ulteriori perdite ematiche inducendo l’inizio delle contrazioni o causare un trauma diretto. Importante anche monitorare il livello del ferro nel sangue e intervenire con integratori quando necessario.

Qualora si dovesse verificare un secondo episodio emorragico, la futura mamma verrà invece ricoverata nuovamente e tenuta in osservazione fino al parto.

Il ricovero in ospedale dopo le 34 settimane di gestazione viene proposto in presenza di placenta previa totale anche nel caso in cui non ci sia mai stato un sanguinamento: c’è infatti un rischio di sanguinamento improvviso e severo che potrebbe comportare la necessità di un taglio cesareo urgente.

La pianificazione del parto dipende in ogni caso dalle condizioni materne e fetali: se la gestante è stabile, può essere effettuato da 36 settimane/0 giorni a 37 settimane/6 giorni.

In caso di placenta previa si procede in genere con un taglio cesareo. Può essere comunque valutato il parto vaginale se, dopo un’ecografia transvaginale alla 36a settimana, il margine è compreso tra 1,5 e 2,0 cm dall’orifizio cervicale.

La valutazione del ginecologo, effettuata in base alla conoscenza della storia clinica della paziente, resta comunque basilare nella decisione di come procedere nel parto.

 
 
 

In breve

Si parla di placenta previa quando l’organo si impianta nella parte inferiore dell’utero. Una condizione che richiede un monitoraggio rigoroso poiché può causare emorragie rischiose per madre e feto, rendendo talvolta necessario il cesareo d’urgenza. Non sempre questo succede: la placenta previa può anche risolversi da sola e permettere il parto naturale.

 

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