Fase attiva del travaglio: quanto dura e cosa accade

Angela Bruno A cura di Angela Bruno Pubblicato il 25/04/2026 Aggiornato il 29/04/2026

È più breve della prima e dura circa 5 ore al primo parto e 4 ore in quelli successivi, sebbene non esista una regola precisa e possano esserci notevoli differenze da una donna all’altra.

Fase attiva del travaglio: quanto dura e cosa accade

La fase attiva del travaglio avviene solitamente in ospedale. Le contrazioni sono ormai più regolari, durano 45-60 secondi e si susseguono ogni 3-5 minuti. Il collo (la parte inferiore) dell’utero si dilata fino a circa 8 cm di diametro, mentre il feto continua la sua discesa nel canale del parto.

Ogni contrazione avrà un picco che rappresenta il 40-50 per cento della sua durata totale: così, per la futura mamma il tempo per riposare tra una contrazione e l’altra tende a ridursi.

Se il sacco amniotico (le membrane che avvolgono e proteggono il bimbo in utero) non si è ancora rotto, può accadere in questo momento spontaneamente; diversamente esso può essere rotto artificialmente con un apposito strumento.

Non c’è da preoccuparsi, perché si tratta di una procedura del tutto indolore: quello che la donna avverte è solamente la fuoriuscita di un fiotto di liquido tiepido.

Cosa accade in questa fase

Durante il travaglio è possibile che i progressi vengano intervallati da “passi indietro”, che, comunque, non devono scoraggiare la partoriente, in quanto sono assolutamente normali. 

In alcuni casi, però, si possono verificare dei rallentamenti potenzialmente dannosi per la futura mamma o per il nascituro e, in questo caso, il ginecologo può decidere di intervenire con il “parto pilotato”.

Si definisce così il parto che si è avviato in maniera spontanea, ma in cui si rende necessario, a un certo punto, il ricorso ad appositi farmaci per regolarizzare il ritmo delle contrazioni, per esempio quando esse non sono abbastanza intense oppure sono troppo distanziate nel tempo l’una dall’altra.

I farmaci utilizzati sono a base di ossitocina, un ormone che stimola le contrazioni durante il parto, e possono essere somministrati per via endovenosa (cioè attraverso fleboclisi), in maniera continua, a dosaggio di volta in volta controllato dal ginecologo.

La mamma e il bambino vengono attentamente sorvegliati durante la somministrazione: i dosaggi dei farmaci, infatti, vengono regolati in base alla risposta individuale di ciascuna donna, “pilotando” appunto le varie fasi del parto. Le contrazioni possono in questo caso risultare un po’ più dolorose e “violente” del normale, ma i tempi del parto risultano decisamente accelerati.

Leggi anche cosa accade nella fase di transizione

Il ruolo dell’ostetrica

In questa fase emerge la figura dell’ostetrica che assumerà un ruolo prioritario nei successivi momenti del travaglio. Può essere rassicurante averla conosciuta in occasione dei corsi preparto o durante le visite effettuate per familiarizzare con l’ospedale.

La presenza del ginecologo, in questa fase, risulta indispensabile solamente in caso di complicazioni. I principali compiti dell’ostetrica sono:

  • misurare la pressione arteriosa della futura mamma
  • verificare le condizioni del piccolo con il monitoraggio cardiotocografico e attraverso l’osservazione del colore del liquido amniotico (una colorazione bruno-verdastra può rappresentare un segno di sofferenza fetale)
  • valutare la posizione del feto attraverso la palpazione esterna e, periodicamente, la durata e l’intensità delle contrazioni
  • eseguire, a intervalli regolari, un’ispezione interna per verificare i progressi del travaglio.
 
 
 

In breve

Durante la fase attiva le contrazioni si fanno regolari e intense, riducendo i tempi di riposo e portando la dilatazione uterina fino a circa 8 cm. Mentre il feto scende nel canale del parto, il sacco amniotico può rompersi spontaneamente o essere rotto artificialmente dall’ostetrica. In questo periodo, solitamente gestito in ospedale, la progressione verso la nascita accelera richiedendo alla madre massimo impegno e concentrazione.

 

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