Parto in anonimato: cos’è e come funziona

Francesca Scarabelli A cura di Francesca Scarabelli Pubblicato il 11/03/2026 Aggiornato il 11/03/2026

Permette di partorire in ospedale senza riconoscere il bambino e senza rivelare la propria identità: è un diritto forse poco conosciuto in Italia che tutela le donne in gravidanza che si trovano in uno stato di difficoltà.

Parto in anonimato

Il parto in anonimato ha lo scopo di tutelare sia la salute della madre sia la sicurezza del neonato, dal momento che offre un’alternativa legale e protetta in situazioni di grande difficoltà personale, sociale o economica.

Chi decide di avvalersi di questo diritto deve semplicemente recarsi in un ospedale e – al momento del ricovero o del parto – dichiarare di voler rimanere anonima.

Il bambino viene così preso in carico dai servizi sociali e inserito in un percorso che porterà all’adozione. Una volta diventato maggiorenne potrà chiedere al tribunale di conoscere le proprie origini, ma questo potrà avvenire solo se la madre, interpellata dal tribunale, decide di revocare la sua scelta dell’anonimato.

Cosa dice la legge italiana

In Italia il parto in anonimato è un diritto riconosciuto dalla legge. Consente infatti alla donna che non desidera riconoscere il proprio figlio di partorire in ospedale in condizioni di sicurezza sanitaria, mantenendo segreta la propria identità.

L’obiettivo della normativa è duplice: da un lato proteggere la salute della donna e del bambino, dall’altro prevenire situazioni di abbandono in condizioni pericolose.

Il riferimento principale è l’articolo 30 del DPR 396/2000, il regolamento dello stato civile, che stabilisce la possibilità per la madre di dichiarare di non voler essere nominata al momento della nascita del figlio. In questo caso, nell’atto di nascita non compare il nome della madre e il bambino viene registrato come “nato da donna che non consente di essere nominata”.

A questa disposizione si affianca quanto previsto dall’articolo 93 del Codice della Privacy ((D.lgs. 30 giugno 2003, n. 196) che tutela la riservatezza della partoriente e stabilisce che il personale sanitario e amministrativo debba garantire la massima protezione dei dati della madre.

Grazie a queste norme, la donna può recarsi in ospedale per partorire senza essere obbligata a fornire le proprie generalità o, se lo desidera, chiedere che non vengano riportate nei registri dello stato civile. Il parto avviene quindi all’interno di una struttura sanitaria pubblica o convenzionata, con assistenza medica completa e senza alcun costo per la madre, proprio per garantire che la scelta dell’anonimato non diventi un ostacolo all’accesso alle cure.

Dopo la nascita, il neonato viene preso in carico dall’ospedale e segnalato al tribunale per i minorenni. Il bambino viene quindi affidato ai servizi sociali e inserito nel percorso previsto per i minori non riconosciuti alla nascita, che può portare all’affidamento temporaneo e successivamente all’adozione.

La legge italiana tutela in modo particolarmente rigoroso la riservatezza della madre, che rimane protetta nel tempo. Il figlio, una volta diventato maggiorenne, può presentare richiesta al tribunale per conoscere le proprie origini. Tuttavia, nel caso di parto in anonimato, il giudice può interpellare la madre solo per verificare se desideri revocare la scelta dell’anonimato: se la donna conferma la volontà di restare anonima, la sua identità continua a rimanere segreta.

Cosa fare

Una donna che decide di partorire in anonimato può rivolgersi direttamente ad un ospedale o ad una struttura sanitaria pubblica, anche senza aver effettuato visite o controlli durante la gravidanza. Il personale sanitario è tenuto a garantire assistenza medica completa e a rispettare la volontà della madre di non essere nominata.

Al momento del ricovero o del parto, la donna può semplicemente dichiarare di non voler riconoscere il bambino e di voler rimanere anonima. Non è necessario fornire documenti o dati anagrafici che possano essere registrati nell’atto di nascita.

Durante la permanenza in ospedale, alla donna viene offerta anche la possibilità di ricevere supporto psicologico e informazioni sui propri diritti, così da poter compiere una scelta consapevole. È importante sapere, infatti, che la decisione di non riconoscere il bambino può essere presa anche dopo il parto: fino alla dimissione, la madre può ancora riflettere e decidere se procedere con il riconoscimento oppure mantenere l’anonimato.

Il parto in anonimato non comporta conseguenze penali o amministrative per la madre: si tratta di un diritto previsto dalla legge proprio per garantire che la nascita avvenga in condizioni di sicurezza e per evitare situazioni di abbandono o di rischio per il neonato.

La differenza tra parto in anonimato e culle per la vita

Il parto in anonimato e le culle per la vita (o “culle termiche”) sono due strumenti diversi, anche se entrambi hanno l’obiettivo di proteggere la vita e la sicurezza dei neonati.
Nel caso del parto in anonimato, la donna partorisce all’interno di una struttura sanitaria, con assistenza medica e ostetrica. Il neonato nasce quindi in condizioni controllate e riceve subito tutte le cure necessarie. Questa soluzione tutela anche la salute della madre, che può affrontare il parto con il supporto del personale sanitario.

Le culle per la vita, invece, sono dispositivi collocati solitamente all’esterno di ospedali, chiese o strutture di assistenza, dove un neonato può essere lasciato in modo anonimo e sicuro. Si tratta di piccole incubatrici riscaldate dotate di sensori che avvisano immediatamente il personale quando il bambino viene deposto al loro interno.

I diritti della madre e cosa comporta per il padre

La legge italiana tutela in modo molto forte il diritto della madre alla riservatezza. La donna che sceglie il parto in anonimato può quindi mantenere segreta la propria identità e non ha alcun obbligo di riconoscere il bambino. Il suo nome non compare nei registri dello stato civile e rimane protetto anche negli anni successivi.

Se la madre decide di non riconoscere il figlio, il bambino risulta privo di genitori giuridicamente riconosciuti al momento della nascita e viene quindi affidato ai servizi sociali e successivamente inserito nel percorso dell’adozione.

Per quanto riguarda il padre biologico, la situazione è più complessa. Se il bambino non viene riconosciuto dalla madre e il parto avviene in anonimato, anche il padre non può essere indicato nell’atto di nascita perché l’identità della madre rimane segreta. In pratica, l’anonimato materno rende molto difficile l’eventuale riconoscimento da parte del padre biologico.

In linea teorica, un uomo che ritiene di essere il padre può rivolgersi al tribunale per chiedere il riconoscimento della paternità, ma nella pratica – in assenza di informazioni ufficiali sulla nascita e sull’identità della madre – questo percorso è spesso difficile da avviare e da dimostrare. La legge, infatti, tende a privilegiare la tutela della riservatezza della donna che ha scelto il parto anonimo.

Il diritto del figlio a conoscere le proprie origini

Uno dei temi più delicati legati al parto in anonimato riguarda il diritto del figlio a conoscere le proprie origini biologiche. Per molte persone nate senza essere state riconosciute alla nascita, infatti, la possibilità di ricostruire la propria storia familiare rappresenta un aspetto importante della propria identità personale.
Nel sistema giuridico italiano questo diritto è riconosciuto e tutelato, perché la conoscenza delle proprie origini è considerata un elemento significativo nello sviluppo della personalità e dell’identità individuale. Proprio per questo motivo, nel tempo si è sviluppato un ampio dibattito su come bilanciare il diritto del figlio a sapere da dove proviene con il diritto della madre che ha scelto l’anonimato a mantenere segreta la propria identità.

Una svolta importante è arrivata con una sentenza della Corte costituzionale del 2013, che ha stabilito che non è legittimo impedire in modo assoluto e definitivo al figlio di accedere alle informazioni sulle proprie origini.
Oggi una persona nata da parto anonimo, una volta raggiunta la maggiore età, può presentare una richiesta al tribunale per i minorenni per cercare di conoscere la propria storia biologica. Il giudice può avviare una procedura riservata per verificare se la madre sia disposta a revocare la scelta di anonimato fatta al momento della nascita. Questo contatto avviene con modalità che garantiscono la massima riservatezza e senza rivelare automaticamente l’identità della donna.

La decisione finale spetta comunque alla madre. Se la donna conferma la volontà di restare anonima, la sua identità continua a essere protetta e il figlio non può accedere ai suoi dati. Il sistema giuridico italiano, infatti, tende a privilegiare la tutela dell’anonimato materno, considerato uno strumento fondamentale per garantire che la nascita avvenga in condizioni di sicurezza e per evitare situazioni di abbandono o di rischio per il neonato.

In alcuni casi, tuttavia, è stata data la possibilità di accedere a queste informazioni dopo la morte della madre biologica perché in questa situazione il diritto alla riservatezza della donna viene meno e può prevalere l’interesse del figlio a conoscere la propria storia familiare.

Foto di copertina di Vidal Balielo Jr. da Pexels

 
 
 

In breve

Il parto in anonimato tutela la volontà della mamma di rimanere anonima, ma le consente di partorire in ospedale in un contesto protetto e sicuro, senza mettere a rischio la sua salute e quella del bambino.

 

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