Travaglio di parto: le 4 fasi e quanto dura

Francesca Scarabelli A cura di Francesca Scarabelli Pubblicato il 29/04/2026 Aggiornato il 04/05/2026

Prodromica, dilatante, espulsiva e secondamento: ogni fase ha sintomi variabili. Conoscere queste tappe e frequentare un corso preparto aiuta ad affrontare il momento della nascita con maggiore consapevolezza e serenità.

Fasi del travaglio


Una delle più importanti fasi da attraversare alla fine della gravidanza è sicuramente quella del travaglio di parto, che porterà finalmente alla nascita del proprio bambino.

Molte future mamme sono un po’ preoccupate dall’avvicinarsi di questo momento: le domande che ci si pone possono essere davvero tante, da quali sono i sintomi dell’inizio del travaglio a come riconoscere il momento giusto per andare in ospedale.

Frequentare un corso preparto è un buon modo per trovare risposta a molti interrogativi e confrontarsi con altre donne in dolce attesa, in maniera da arrivare preparate a questo appuntamento.

In particolare, sapere quali siano le fasi del travaglio di parto aiuterà ad affrontarlo in modo più sereno e consapevole. Le fasi del travaglio che portano alla nascita del bambino sono quattro: prodromica, dilatante, espulsiva e secondamento.

Sono precedute da sintomi che possono variare molto da donna a donna, anche in relazione alle proprie caratteristiche e al fatto di essere al primo parto o aver già avuto altri bambini. 

Sintomi che il travaglio è vicino

Sperimentare delle contrazioni sporadiche, anche fastidiose o dolorose, è normale nell’ultimo periodo della gravidanza: si tratta del collo dell’utero che si prepara al momento del travaglio. Spesso queste contrazioni si avvertono di sera e scompaiono prima della notte: non sono sintomi del travaglio, ma indicano comunque che il corpo si sta preparando al momento del parto.

L’inizio del travaglio si avvicina quando le contrazioni si fanno più intense e dolorose, hanno una cadenza regolare e durano più di un minuto. A volte si può verificare la perdita del tappo mucoso, che durante la gravidanza impedisce ai microrganismi patogeni di risalire nell’utero, mettendo a rischio la salute di mamma e bambino.

Quando la cervice comincia a dilatarsi in preparazione al parto si può quindi verificare la perdita di una sostanza densa e biancastra, con striature di sangue o seguite da una lieve perdita ematica provocata dalla rottura di alcuni piccoli capillari.

Un altro segnale può essere la cosiddetta rottura delle membrane, cioè della sacca che contiene il liquido amniotico in cui è immerso il feto durante la gravidanza. Si verifica come una perdita di liquido incolore e inodore. Questi sintomi – la perdita del tappo mucoso e la rottura delle acque – possono verificarsi anche durante il travaglio o addirittura nella fase espulsoria del parto.

Analgesia epidurale

L’analgesia epidurale consente di ridurre in modo significativo il dolore del parto e questo è un sollievo per le donne che sono molto preoccupate da questo aspetto. Questa procedura consiste nella somministrazione di farmaci analgesici tramite un piccolo catetere inserito nella schiena, una procedura che si può eseguire in qualsiasi momento del travaglio, quando se ne sente la necessità.

Le quattro fasi del travaglio di parto

Il travaglio può essere suddiviso in quattro parti:

  1. la fase prodromica, in cui il collo dell’utero comincia a contrarsi e a dilatarsi;
  2. la fase dilatante, che comincia dai 4 centimetri di dilatazione;
  3. la fase espulsiva, che comincia con le prime spinte spontanee e termina con la nascita del bambino;
  4. il secondamento, in cui viene espulsa la placenta.

1) La fase prodromica

La fase prodromica consente al corpo di prepararsi al travaglio e si manifesta con contrazioni dapprima poco intense e irregolari, poi sempre più regolari e dolorose. Si può verificare la perdita del tappo mucoso, la rottura delle acque, ma anche lo svuotamento dell’intestino e talvolta nausea e vomito.

Non è facile quantificare quanto possa durare la fase prodromica: si può andare da poche ore a oltre un giorno: per convenzione si passa alla fase di travaglio attivo quando si raggiungono i 4 centimetri di dilatazione. In questa fase, se non ci sono problemi e non si è verificata la rottura delle acque, si può rimanere a casa e ingannare il tempo passeggiando, sorseggiando un bevanda tiepida o fresca, facendo un bagno tiepido e riposando.

Fasi del travaglio

Foto di cottonbro studio da Pexels

2) La fase dilatante

Questa è la fase che segna l’inizio vero e proprio del travaglio; comincia quando il collo dell’utero raggiunge i 4 centimetri di dilatazione e si ritiene conclusa quando si raggiunge la dilatazione massima, che è di circa 10 centimetri. Le contrazioni diventano più ravvicinate, regolari e dolorose: ognuna dura in media tra i 40 e i 90 secondi, con un intervallo di circa 3-5 minuti tra l’una e l’altra, che poi tende a diminuire. Se non è già successo, in questa fase si ha la perdita del tappo mucoso e la rottura delle membrane.

Durante la fase dilatante si viene di solito ammesse in sala travaglio, anche se la durata di questa fase è molto variabile; non dovrebbe comunque superare le 18 ore. Dopo aver raggiunto la dilatazione completa si ha in genere una fase di transizione, cioè una pausa che può durare fino a un’ora. Il travaglio sta comunque procedendo, anche se sembra che le contrazioni si siano interrotte: in questo momento l’utero si sta preparando alla fase espulsiva mentre la mamma può riposare e prepararsi per le spinte finali.

Scopri qui la fase di transizione

3) La fase espulsiva

Nella fase espulsiva la partoriente asseconda in maniera spontanea i premiti e spinge fino all’espulsione del feto. Si tratta di un riflesso automatico dovuto alla pressione della testa del bimbo sul perineo: non si può sopprimere o controllare.

Per assecondare al meglio le spinte la partoriente può assumere diverse posizioni, tra cui la meno indicata è probabilmente quella sdraiata sulla schiena, anche se ogni donna dovrà comunque trovare quella che fa per lei.

Ci si può ad esempio accovacciare oppure rimanere in piedi, distendersi su un fianco o sedersi su una palla; le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dicono che ogni donna in travaglio deve essere libera di stare nella posizione che la fa sentire meglio. Questa fase dura al massimo un paio d’ore, durante le quali le funzioni vitali del bimbo saranno costantemente monitorate.

Dopo la nascita, se il bambino sta bene, dovrebbe essere adagiato pelle a pelle sul corpo della mamma, avendo semplicemente cura di asciugarlo e di proteggerlo dal freddo.

Approfondisci qui le posizioni del parto

4) La fase di secondamento

L’ultima fase del travaglio di parto è quella del secondamento e consiste principalmente nell’espulsione della placenta, che in genere avviene in maniera naturale con un’ultima forte contrazione. Questo succede circa mezz’ora o un’ora dopo la nascita del bambino; se ciò non dovesse avvenire si deve ricorrere all’estrazione chirurgica sotto anestesia.

Leggi di più sulla fase di secondamento

Il video della ginecologa Stefania Piloni sulle fasi del parto

Fasi del parto: quali e quante sono? La ginecologa Stefania Piloni ci descrive le fasi del parto, facendo distinzione tra prima gravidanza e parto dopo il primo figlio. 

 

 

Foto di copertina di freestocks.org da Pexels

 
 
 

In breve

Il travaglio di parto, che porta alla nascita del bambino, si può suddividere in quattro fasi: prodromica, in cui iniziano le contrazioni, dilatante, in cui il collo dell’utero raggiunge i 10 centimetri, espulsiva, in il piccolo viene alla luce, e secondamento, in cui fuoriesce la placenta.

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