Parto prematuro

Redazione A cura di “La Redazione” Pubblicato il 09/01/2015 Aggiornato il 23/01/2015

Il ginecologo di solito stabilisce una data in cui indicativamente il bambino dovrebbe venire al mondo. Spesso accade che il piccolo invece arrivi in anticipo

parto prematuro incubatrice

La gravidanza dura circa 40 settimane

Si dice che una gravidanza si è conclusa, cioè è “a termine”, dopo 40 settimane calcolate dal primo giorno dell’ultima mestruazione, con un margine di 14 giorni in più o in meno. Si considera, quindi, nella norma una gestazione che si concluda con un parto tra la 38ª e la 42ª settimana di gestazione. Una certa percentuale di nascite avviene tuttavia prima (gravidanza pretermine) oppure oltre il termine (gravidanza oltre il termine o protratta). In genere, comunque, non si aspetta la fine della 42ª settimana per far partorire la donna: la prassi ospedaliera moderna è, ormai, di non spingersi oltre la 41ª settimana e tre giorni.

Il parto prematuro

Si definisce prematuro un bambino che nasce prima della 38ª-37ª settimana di gravidanza. Tra le possibili cause di un parto anticipato (molte delle quali rimangono senza una spiegazione medica), le più comuni sono:

  • infezioni batteriche all’apparato genitale-urinario che possono estendersi fino a intaccare le membrane o il liquido amniotico, causando la rottura del sacco amniotico e dando avvio alle contrazioni;
  • disturbi della futura mamma, come il diabete gravidico, l’ipertensione (cioè la pressione alta), la gestosi o problemi renali e cardiaci;
  • eventuali malformazioni all’utero che possono determinare l’inizio anticipato del travaglio perché costringono il feto a svilupparsi in uno spazio minore, anticipando i tempi del parto. In modo analogo i fibromi (nodi di tessuto muscolare che si accrescono nell’utero) possono ridurre lo spazio a disposizione del feto e dar luogo alle contrazioni;
  • un problema della cervice o collo (la parte inferiore) dell’utero, che tende a dilatarsi prima del tempo (insufficienza cervicale);
  • l’ingombro del feto, come avviene nelle gravidanze gemellari perché può spingere l’utero a contrarsi in anticipo;
  • una quantità eccessiva di liquido (poliidramnios) nel sacco amniotico.

I campanelli d’allarme

Alcuni segnali del corpo possono indicare, nel corso del terzo trimestre di gravidanza, il rischio per la futura mamma di un parto prematuro:

  • contrazioni dolorose

se è normale avere contrazioni non dolorose (le cosiddette false contrazioni o contrazioni di Braxton-Hicks), la comparsa di quelle dolorose e ritmiche è un campanello d’allarme di inizio del travaglio.

  • la perdita di liquido trasparente e non gelatinoso: può segnalare la rottura delle membrane amniotiche e indicare l’avvio di un parto prematuro.

Si può prevenire?

Prevenire il parto prematuro non rappresenta un’impresa facile, tuttavia, anche se entro certi limiti, il parto anticipato può essere “arginato”. A questo scopo la regola più importante di prevenzione è anzitutto quella di compiere controlli periodici dal proprio ginecologo (in genere, in gravidanza si consiglia una visita al mese, in assenza di malattie o disturbi particolari che richiedano controlli più ravvicinati) in modo da individuare tempestivamente l’insorgenza di eventuali fattori di rischio. Occorre segnalare subito al proprio ginecologo l’eventuale comparsa di contrazioni, soprattutto se dolorose, e di perdite vaginali diverse dal solito. Il rischio che si avvii un travaglio di parto prematuro può essere controllato attraverso l’assunzione di specifici farmaci che svolgono un’azione rilassante sulla muscolatura dell’utero (i cosiddetti “miorilassanti”), quali l’isossisuprina e la ritodrina, da prendere però solamente dietro prescrizione del ginecologo o del medico di base. Occorre sapere, però, che la cura più efficace in caso di rischio di parto prematuro è sicuramente il riposo fisico a letto. L’eventuale assunzione di farmaci miorilassanti, quindi, deve essere sempre abbinata al riposo assoluto: diversamente, il trattamento con i medicinali non ha alcuna utilità.

La marsupioterapia

Nata in Colombia nel 1978 e diffusasi nei Paesi più poveri per supplire alla mancanza di incubatrici, la marsupioterapia è stata successivamente esportata in Occidente ed è oggi ormai praticata in molti reparti di terapia intensiva neonatale. Questa cura consiste nel porre il piccolo prematuro nudo, una volta superata la fase “critica”, a contatto pelle a pelle con il corpo della mamma, con sedute di una o due ore giornaliere. Il calore che si sprigiona dal contatto dei due corpi fa aumentare la temperatura del piccolo, permettendogli di raggiungere un adeguato livello termico. Il contatto fisico con la mamma stimola poi la crescita del neonato e facilita l’allattamento: il bimbo, infatti, a diretto contatto con il seno materno, è stimolato naturalmente a ricercare il capezzolo. I benefici del primo contatto fisico tra la mamma e il neonato sono evidenti anche sotto l’aspetto psicologico, in quanto contribuisce a rafforzare il reciproco legame.

Incubatrice: di che cosa si tratta

Dopo la nascita, i bimbi nati prima della 36ª -37ª settimana di gestazione vengono messi nell’incubatrice, una culla speciale, completamente chiusa e sterile, che ricrea un ambiente molto simile a quello del grembo materno. Al suo interno, grazie a una serie di dispositivi, l’organismo del neonato può completare il proprio sviluppo. In genere, il bimbo viene tolto dall’incubatrice quando la sua temperatura corporea si stabilizza intorno ai 37 gradi (il corpo del prematuro tende infatti a disperdere calore) e il peso si aggira intorno ai 2.000-2.500 grammi. L’incubatrice è utilizzata anche per i bambini nati “a termine”, ma con un peso al di sotto dei 2.500 grammi. Questa culla termica è in grado di mantenere i neonati in condizioni di temperatura e ossigenazione costanti e ottimali, grazie a una serie di dispositivi particolari. Ecco come funziona.

Aiuta il bimbo a respirare

Un tubo apporta ossigeno umidificato all’interno dell’incubatrice, dove il livello di umidità dell’aria deve aggirarsi intorno all’80-90 per cento per evitare che l’organismo del bambino si disidrati (perda, cioè, un’eccessiva quantità di liquidi). In caso di difficoltà respiratorie si utilizzano apposite apparecchiature, in genere un sondino per far inalare direttamente al piccolo l’ossigeno.

Apporta nutrimento

Un altro sondino collega il naso con lo stomaco del bebè, al fine sia di eliminare l’aria in eccesso e l’eventuale liquido amniotico ingurgitato nell’utero sia di farvi giungere minime quantità di latte (preferibilmente materno) e allenare gradualmente il neonato a nutrirsi da solo. Le altre sostanze nutritive sono iniettate direttamente in vena (per fleboclisi).

Controlla la salute dell’organismo

Sul torace del piccolo due elettrodi collegati a un monitor controllano il battito cardiaco, il flusso della circolazione sanguigna e l’attività dei polmoni. Un sensore rileva poi la temperatura corporea che nel bimbo pretermine non raggiunge i 37 gradi. Il suo corpo tende, infatti, a disperdere calore poiché la superficie cutanea è molto estesa rispetto al peso e manca dello strato di grasso utile come riserva di energia e come isolante termico. Un altro sensore controlla il livello di ossigenazione del sangue. Sulle pareti dell’incubatrice una serie di fori a oblò permette a medici e infermieri di visitarlo e accudirlo senza doverlo spostare. A volte il piano di appoggio dell’incubatrice incorpora una bilancia elettronica per il monitoraggio del peso. Un display rileva la temperatura all’interno dell’incubatrice, mantenuta superiore ai 30 gradi centigradi.

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