Morte improvvisa del feto: un enzima-spia potrà prevenire il rischio

Roberta Raviolo A cura di Roberta Raviolo Pubblicato il 24/10/2017 Aggiornato il 24/10/2017

Diversi casi di morte improvvisa del feto sono causati dall’invecchiamento della placenta, che priva gradualmente il feto dell'ossigeno e delle sostanze nutritive

Morte improvvisa del feto: un enzima-spia potrà prevenire il rischio


Si chiama morte fetale endouterina (o intrauterina): è quell’evento in cui il feto muore improvvisamente prima del parto. Un evento tanto doloroso quanto ancora coperto da mistero: sebbene, infatti, all’origine si ipotizzino esserci più cause di varia origine (materna, placentare e fetale), ancora non sono chiari i meccanismi che portano alla morte improvvisa del feto.

Lo studio australiano

Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Hunter Medical Research Institute in Australia e pubblicato sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology ha messo in evidenza che diversi casi di morte improvvisa del feto sono causati dal deterioramento della placenta, l’organo composto da tessuti embrionali e materni per mezzo del quale l’embrione (e poi il feto) è collegato all’utero materno e riceve ossigeno e sostanze nutritive.

La placenta invecchia

Proprio come accade all’organismo umano, allo stesso modo anche la placenta invecchia, spiegano i ricercatori australiani: in particolare lo studio mette in evidenza come in alcuni casi quest’organo cominci a “invecchiare” settimane prima della data presunta del parto, privando il feto dell’ossigeno e delle sostanze nutritive necessarie alla sua sopravvivenza.

Un enzima-spia

Il team di ricerca ha dimostrato che la placenta, invecchiando, emette un particolare enzima, l’aldeide ossidasi, già noto per essere responsabile dei segni del passare del tempo sul corpo umano. L’obiettivo degli studiosi – per il quale stanno già lavorando – è ora sviluppare un nuovo test diagnostico attraverso cui, mediante una semplice analisi del sangue, sarà possibile valutare i livelli dell’aldeide ossidasi presenti nel sangue materno e, di conseguenza, identificare i nascituri a rischio.

Parto anticipato

Come spiega l’endocrinologo Roger Smith, primo autore della ricerca, poiché un neonato ha buone probabilità di sopravvivere fuori dell’utero solo dopo 27 settimane di gestazione, “se è troppo presto per ricorrere al parto cesareo sarebbe inoltre possibile somministrare farmaci che inibiscano l’enzima per rallentare l’invecchiamento della placenta e permettere così al nascituro di restare nell’utero finché non abbia buone probabilità di sopravvivere dopo il parto”.

 

 
 
 

Lo sapevi che?

Nella placenta invecchiata appaiono calcificazioni  più o meno piccole che possono provocare disfunzioni di vario genere, anche molto gravi.

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