Pertosse

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Cos’è la pertosse?
Conosciuta anche come tosse canina o tosse asinina o tosse convulsa, la pertosse è una malattia infettiva, la cui massima incidenza si verifica in inverno e in primavera. Essendo molto contagiosa, può essere trasmessa a persone di qualsiasi età, ma è particolarmente pericolosa per i neonati.
Secondo le disposizioni di legge del Ministero della Salute, c’è l’obbligo di notificare alle autorità sanitarie i casi di pertosse ed è previsto un periodo di isolamento di sette giorni dall’inizio della somministrazione dei farmaci. Una cura a base di antibiotici iniziata ai primi sintomi riduce, infatti, gradualmente la contagiosità della malattia, fino ad annullarla dopo circa cinque giorni.
Le cause
La pertosse è causata da un batterio, il Bordetella pertussis, che colpisce l’apparato respiratorio e produce una tossina molto irritante per le vie aeree.
Oltre al Bordetella pertussis che causa la pertosse, esiste un altro batterio simile, il Bordetella parapertussis, che provoca una malattia dello stesso tipo, la parapertosse, ma meno pericolosa, con sintomi simili ma meno intensi.
Come si trasmette
La pertosse si trasmette per via respiratoria attraverso le goccioline di muco e saliva che si spargono nell’aria quando il malato tossisce o semplicemente parla.
Il periodo di contagio è abbastanza lungo (può durare anche tre-quattro settimane), ma il rischio di trasmetterla è elevato soprattutto nella fase catarrale della tosse, quella che precede gli attacchi veri e propri.
I sintomi della pertosse
La tosse è il sintomo principale della pertosse e compare dopo un’incubazione di sette-dieci giorni. In questa prima fase si tratta di una tosse catarrale concentrata nelle ore notturne, a volte accompagnata da starnuti e secrezione di muco dal naso.
Progressivamente la tosse diventa sempre più secca e il bambino comincia a tossire anche di giorno. Dopo circa due settimane inizia la fase acuta della malattia caratterizzata da attacchi di tosse convulsa.
Si tratta di sequenze di colpi di tosse ravvicinati e sempre più intensi che, impedendo al bimbo di riprendere fiato, sono seguite da una profonda inspirazione di aria accompagnata da un tipico “urlo”.
La frequenza di questi attacchi è molto variabile e può andare da quattro a cinquanta al giorno, per lo più concentrati nelle ore notturne. Spesso tali attacchi sono accompagnati da cianosi (il bimbo assume un colorito violaceo a causa dell’insufficiente ossigenazione dei tessuti) e da vomito.
Dopo altre due settimane gli attacchi diminuiscono di intensità e frequenza e comincia la lunga fase della convalescenza. Il bambino può continuare a presentare una tosse fastidiosa per diverse settimane. Ciò non deve preoccupare i genitori: non si tratta, infatti, di una ricaduta, bensì della normale reazione dei polmoni che si stanno ristabilendo gradualmente.
Come riconoscere la pertosse?
La pertosse si riconosce inizialmente da attacchi di tosse leggera, associata ad abbondanti secrezioni di muco e a febbre lieve. Si tratta della prima fase, detta “catarrale”, della malattia, che può durare da 7 a 14 giorni.
Successivamente la tosse diventa violenta e convulsa e si manifesta anche di notte: si tratta della fase “convulsiva” o “parossistica” che, se non curata, può continuare anche per due messi.
Le crisi sono caratterizzate da vere e proprie raffiche di colpi di tosse secca con fiato trattenuto, cui fa seguito il tipico “urlo” (da cui la definizione popolare di tosse “canina” o “asinina”) che serve a immettere velocemente ossigeno nei polmoni.
Le possibili complicazioni
La pertosse può determinare complicazioni serie, in particolare se a contrarre la malattia è un neonato.
In genere, infatti, i neonati fino ai sei mesi di età sono naturalmente protetti dalle malattie infettive grazie agli anticorpi ricevuti dalla mamma durante la gravidanza. Nel caso della pertosse, invece, non ricevono questa protezione e quindi possono venire contagiati fin dalla nascita.
Tra le complicazioni della pertosse vanno segnalate la broncopolmonite e, anche se più rara, l’encefalite (una malattia che agisce sul sistema nervoso centrale, cioè il cervello).
L’encefalite tende a colpire, in particolare, i bimbi di pochi mesi ed è causata dal mancato apporto di ossigeno al cervello, provocato dalle crisi di apnea (sospensione della respirazione) che, nei lattanti, possono accompagnarsi agli attacchi di tosse convulsa.
Le cure
Trattandosi di una malattia di origine batterica, la pertosse si cura con antibiotici specifici. Il più indicato è l’eritromicina, da somministrare per quindici giorni. Oltre a eliminare il pericolo di contagio già dopo cinque giorni, la cura riduce i tempi della malattia, portando il bimbo alla guarigione entro due settimane. Affinché sia più efficace, i farmaci vanno dati alla comparsa dei primi sintomi, cioè nella fase della tosse catarrale.
Per ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi di tosse convulsa il pediatra può prescrivere farmaci a base di cortisone. Scarsi sembrano essere, invece, i benefici apportati dall’uso di sciroppi sedativi, mentre è utile mantenere umidificato l’ambiente in cui soggiorna il bambino.
Se si sospetta il contagio di un neonato il pediatra prescrive, in genere, una cura a base di antibiotici per quindici giorni.
Si può prevenire con la vaccinazione?
Proprio per il fatto che, nel caso della pertosse, il neonato non è protetto dagli anticorpi materni e che questa malattia infettiva può dare luogo a complicazioni serie, la vaccinazione contro la pertosse esiste ed è obbligatoria.
Nei bambini fino ai 6 anni viene utilizzato il vaccino antipertosse acellulare (più tollerato dai neonati, ma comunque efficace). Il vaccino acellulare antipertosse viene in genere somministrato mediante il vaccino esavalente (che difende anche da tetano, difterite, poliomielite, Haemophilus influentiae B ed epatite B) in tre dosi successive, all’età di 2-3 mesi, 5 mesi e 11-12 mesi.
Contro la pertosse serve poi un richiamo verso i 6 anni di età e un altro verso i 14 anni.
I consigli per i genitori
Durante le crisi di tosse, può essere utile tenere il bambino in braccio leggermente piegato in avanti, dopo avere posto sul pavimento una bacinella dove possa sputare il muco o vomitare. Occorre ricordarsi poi di lavare il contenitore con acqua bollente per disinfettarlo.
Di notte è consigliabile che uno dei genitori si trasferisca nella camera del bambino per assisterlo durante i frequenti attacchi di tosse notturni. In alternativa si può portare temporaneamente il lettino del bimbo nella propria camera.
Se il piccolo appare infastidito dal cibo, tossisce o vomita dopo aver mangiato è opportuno offrirgli piccoli spuntini al posto del pasto completo. Nel caso di un lattante, è sempre meglio attaccarlo al seno dopo la fine di un attacco di tosse.
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