Rosolia

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Che cos’è la rosolia?
La rosolia è una malattia infettiva esantematica, cioè che si manifesta con un’eruzione cutanea a forma di macchie, come nel caso del morbillo e della scarlattina. La rosolia è diffusa in tutto il mondo e compare soprattutto nel periodo invernale o in primavera.
Una volta contratta, la rosolia dà un’immunizzazione permanente. Il periodo di incubazione è di 2 o 3 settimane, durante le quali il virus è presente nell’organismo senza provocare disturbi.
La rosolia non non è pericolosa per i piccoli perché in genere si manifesta in modo lieve. Tuttavia, se contratta in gravidanza, può provocare seri danni al feto.
Di qui l’importanza della vaccinazione nei bambini, utile per limitare il più possibile la circolazione della malattia. Quanto alle donne in età fertile, per non correre il rischio di contrarre la rosolia in gravidanza, è necessario che effettuino il test specifico (Rubeotest) e, se negativo, facciano la vaccinazione antirosolia almeno tre mesi prima di cercare un bimbo.
Le cause
La rosolia è provocata da un virus del genere Rubeovirus o Rubivirus (famiglia dei Togaviridae). Come il morbillo, la varicella, la pertosse e la parotite, è più comune nell’età infantile e si trasmette solo da uomo a uomo.
Come si trasmette
Il contagio avviene tramite le goccioline respiratorie diffuse nell’aria dal malato quando tossisce o semplicemente parla oppure tramite un contatto diretto con la saliva e le secrezioni nasali.
La rosolia è contagiosa nella settimana che precede l’apparizione dell’eruzione cutanea e poi per un’altra settimana (in certi casi anche per altre due). Il massimo del rischio di contagio si verifica in concomitanza con la comparsa dell’eritema e nei 5 giorni successivi.
La rosolia può inoltre essere trasmessa al feto se la futura mamma la contrae nel momento del concepimento o durante la gravidanza.
Come riconoscere la rosolia?
In linea di massima, il primo segnale con cui si manifesta la rosolia nei bambini consiste nell’esantema, caratterizzato da piccole macchie di colore rosa. Negli adolescenti e negli adulti, invece, generalmente la comparsa dell’esantema è preceduta da qualche giorno di malessere, febbre leggera, ingrossamento dei linfonodi.
I sintomi
I sintomi della rosolia tendono a confondersi con quelli di altre forme infettive tipiche dell’infanzia, come morbillo e scarlattina. Ecco perché, per una donna che cerca un bambino, il semplice ricordo di aver contratto la malattia non è sufficiente e, nel dubbio, è necessario che si faccia vaccinare.
Nell’adulto i sintomi sono, in genere, più marcati rispetto al bambino, nel quale sono lievi o possono addirittura non manifestarsi affatto. In ogni caso durano 5 -10 giorni. All’inizio della malattia possono comparire:
  • piccole macchie rosa prima dietro le orecchie, poi sulla fronte e su tutto il corpo: durano 2 o 3 giorni;
  • febbre leggera;
  • chiazze all’interno della bocca;
  • lieve gonfiore dei linfonodi (strutture del sistema immunitario, cioè di difesa naturale, dette comunemente “ghiandole”) della nuca;
  • dolori articolari;
  • diminuzione del numero di globuli bianchi nel sangue.
Di norma le complicazioni sono rare, anche se esiste il rischio di encefaliti (infiammazioni del cervello), comunque più alto nell’adulto rispetto al bambino, e disturbi all’apparato respiratorio.
Le conseguenze in gravidanza
Se la donna contrae la malattia durante l’attesa esiste la concreta possibilità che l’infezione raggiunga il bimbo attraverso la placenta, provocando seri danni come un aborto spontaneo oppure la cosiddetta sindrome della rosolia congenita (SRC).
Questa sindrome comporta una serie di malformazioni congenite (cioè presenti fin dalla nascita) di varia entità a carico dell’occhio (cataratta e retinopatia), del cuore (cardiopatia congenita), dell’orecchio (sordità) e del sistema nervoso centrale (microcefalia, encefalite, ritardo mentale), oltre a basso peso alla nascita.
A volte i danni non sono subito rilevabili alla nascita e possono comparire in seguito, nel corso del tempo. In rarissimi casi è possibile contrarre la malattia una seconda volta. Ma, in questo caso, il feto non corre alcun rischio. La protezione di anticorpi materni già acquisita in precedenza tende, infatti, ad annullare i danni dell’infezione.
La rosolia può provocare danni al feto in qualsiasi stadio dell’epoca gestazionale, ma sia la probabilità di trasmissione materno-fetale sia la serietà del danno fetale tendono a ridursi con l’avanzare della gravidanza.
È, quindi, soprattutto nelle settimane iniziali sino alla 15a20a che i danni risultano più seri. In seguito le complicazioni possono essere più attenuate o addirittura del tutto assenti.
L’esame per scoprire se si è immuni: il Rubeotest
Si chiama Rubeotest e rileva la presenza di anticorpi della rosolia nel sangue. Si esegue attraverso un normale prelievo di sangue, preferibilmente a digiuno.
L’accertamento evidenzia la presenza di immunoglobuline IgG specifiche, che indicano la pregressa infezione e quindi l’immunità. Il Rubeotest è gratuito in tutte le strutture pubbliche sia come esame preconcezionale sia in gravidanza.
Il 90 per cento delle donne in età fertile risulta immune, cioè possiede anticorpi specifici di tipo IgG (positivi), mentre le IgM sono negative o perché la donna ha già avuto la malattia in passato o perché è stata vaccinata contro la rosolia.
Soltanto l’esame di laboratorio (ricerca nel sangue delle IgG e IgM specifiche per la rosolia) è in grado di certificare l’effettiva immunizzazione. Quindi, prima di intraprendere una gravidanza, per essere certe di essere immuni dalla rosolia o per scoprire di non esserlo, è importante sottoporsi al Rubeotest.
Si può prevenire con la vaccinazione?
Nei bambini è obbligatoria la vaccinazione tetravalente Mprv, che difende da morbillo, parotite, rosolia, varicella (quest’ultima obbligatoria solo dal 2017) e si effettua dagli 11 mesi ai 12 anni di età.
Quanto alle donne in età fertile, in caso di negatività del Rubeotest, cioè se non si è immuni, è opportuno praticare al più presto la vaccinazione antirosolia. Per prudenza la vaccinazione è controindicata in gravidanza ed è bene lasciar passare almeno tre mesi dalla vaccinazione prima di cercare un bambino.
A tale scopo è consigliabile effettuare la vaccinazione a fine mestruazione (si esclude così lo stato di gravidanza) e usare un contraccettivo come pillola, Iud (spirale) o profilattico per i successivi tre mesi. La vaccinazione è indicata, nei casi di mancanza di immunizzazione, anche dopo un parto o un aborto spontaneo o volontario, allo scopo di evitare preoccupazioni per la possibilità di contrarre la malattia durante eventuali future gravidanze.
Il  vaccino antirosolia
Il vaccino contro la rosolia è costituito da virus vivo e attenuato. Questo lo rende incapace di provocare la malattia, ma ugualmente in grado di stimolare la produzione di anticorpi protettivi.
Il vaccino è molto efficace e garantisce una protezione del 90-95 per cento dei casi già alla prima dose. È bene sapere che l’aver già contratto la malattia non controindica la vaccinazione, che serve invece a rinforzare le difese immunitarie già presenti.
Le possibili reazioni indesiderate:
  • dopo 5-12 giorni dalla vaccinazione può comparire, in qualche caso, la febbre;
  • la febbre a volte può essere accompagnata da lieve esantema (sfogo cutaneo) e ingrossamento delle ghiandole linfatiche;
  • dopo 2-3 settimane possono comparire dolori articolari.
La vaccinazione antirosolia è sconsigliata:
  • alle donne in gravidanza;
  • alle persone con malattie del sistema immunitario (cioè di difesa naturale);
  • alle persone in terapia immunosoppressiva;
  • alle persone allergiche alla neomicina (un antibiotico).
Gli accertamenti nei nove mesi
Il Rubeotest rientra anche tra gli esami di routine prescritti dal medico non appena viene accertata la gravidanza in corso. Questo perché anche se non è più possibile vaccinarsi contro la rosolia, è ugualmente importante sapere se si è immuni.
Se, infatti, il test risulta negativo, cioè non ci sono gli anticorpi e quindi la rosolia non è mai stata contratta, va ripetuto ogni 4-6 settimane fino al 5° mese di gravidanza. In seguito la possibilità che il virus possa causare danni al feto è praticamente nulla.
Se si ha una sieroconversione in gravidanza, se cioè compaiono anticorpi specifici di tipo IgM in una donna precedentemente negativa, si devono fare esami specifici per escludere il passaggio del virus al feto. Tecniche di diagnosi prenatale come la funicolocentesi sono uno strumento efficace per valutare il rischio di trasmissione al feto.
Gli anticorpi sviluppati dalla madre contro la maggior parte delle infezioni virali e batteriche sono immunoglobuline del tipo IgG (legate al passato) capaci di attraversare la placenta. Le IgM sono altre immunoglobuline (di formazione recente) che hanno la caratteristica di non attraversare la placenta.
La presenza di anticorpi IgM nel feto indica, dunque, la natura intrauterina dell’infezione. Se la funicolocentesi rivela che il feto ha immunoglobuline di tipo IgM, queste non sono passate dalla mamma al bambino, ma si sono sviluppate nel bambino stesso.
Fonti / Bibliografia
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27/09/2013 Rosolia di “La Redazione”

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