Madri anaffettive, come riconoscere e affrontare il problema

Francesca Scarabelli A cura di Francesca Scarabelli, con la consulenza di Giulia Vistalli - Dottoressa specialista in Psicologia Pubblicato il 19/09/2025 Aggiornato il 19/09/2025

Fredda, distaccata e incapace di esprimere i suoi sentimenti verso i figli: è il ritratto della madre anaffettiva. Ne parliamo con la Dottoressa Giulia Vistalli.

Madri anaffettive

Il rapporto con i genitori è fondamentale per un corretto sviluppo psico-emotivo dei bambini, ma cosa fare se ci si rende conto di essere una madre anaffettiva? Questo tipo di figura genitoriale non è detto che non ami i propri figli, ma fa fatica ad esprimere il proprio affetto nei loro confronti e ad offrire conforto nei momenti di difficoltà.

Questo può avere un grande impatto sui bambini, che non riescono ad esprimere appieno le loro emozioni e sviluppano incapacità ad avere relazioni funzionali.

Cosa fare se ci si riconosce

“Una madre anaffettiva – spiega la Dottoressa Vistalli, psicologa psicoterapeuta analista junghiana esperta in tecniche di rilassamento e di relazione mamma e bambino – è una figura genitoriale che, per vari motivi, fatica a esprimere affetto, empatia e calore emotivo verso i figli. Questo non significa necessariamente che non ami i propri figli, ma che ha difficoltà a manifestare e condividere le emozioni in modo sano e responsivo. Le sue interazioni possono essere fredde o distaccate, ipocontrollate o rigide, incapaci di offrire conforto nei momenti di fragilità del figlio.
Le madri anaffettive tipicamente hanno modalità di risposta come: “Stai esagerando” o “Non c’è motivo di piangere”. La comunicazione è spesso centrata su doveri e regole e non sui sentimenti. La relazione è più funzionale che affettiva e quello che si percepisce è l’assenza di modalità affettive comportamentali, ad esempio un abbraccio, un “ti voglio bene”. Possono inoltre essere presenti modalità di risposta fredda, alternando momenti in cui fanno sentire in colpa il figlio o attuano un controllo emotivo”.

Quale può essere l’impatto di questo comportamento sui figli? “Spesso come conseguenza – prosegue la Dottoressa – i figli presentano segni di bassa autostima, difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni, tendenza a relazioni affettive disfunzionali o dipendenti, ansia da abbandono o evitamento del legame emotivo e un’ipersensibilità al rifiuto”.

Come migliorare per i figli

Non si tratta comunque di una situazione senza via d’uscita: se ci si riconosce in questa descrizione, è possibile mettere in atto alcune strategie per provare a modificare e a migliorare il proprio comportamento nei confronti dei figli, meglio ancora se guidate da un professionista come uno psicologo.

Il percorso non è semplice – spiega la Dottoressa Giulia Vistallima può essere trasformativo. Tra i passaggi chiave c’è innanzitutto un lavoro personale sul “femminile interiore” attraverso la psicoterapia, l’arte, il sogno, la meditazione per recuperare la propria parte amorevole, accogliente, nutriente. Inoltre è possibile leggere, informarsi e confrontarsi con modelli educativi diversi, allo scopo di aprire la strada a nuove modalità relazionali.

Anche approfondire tecniche di comunicazione consapevole, imparare a chiedere scusa, a esprimere affetto anche in modo semplice, può fare una grande differenza.
Molte persone cresciute in ambienti freddi o iper-razionali hanno difficoltà a pronunciare parole di affetto e iniziare con frasi semplici può essere d’aiuto. Alcuni esempi possono essere dire o scrivere un biglietto, una mail con semplici frasi come:
“Mi fa piacere passare del tempo con te”
“Ti voglio bene”
“Sono orgogliosa di te”
“Grazie per quello che fai”
“Ci sono, se hai bisogno”.

Anche piccoli gesti di contatto, se graditi, possono comunicare vicinanza e amore, ad esempio un abbraccio, anche breve, una carezza sulla spalla, tenere la mano per qualche secondo, un bacio sulla fronte o sulla guancia, appoggiare la mano sulla schiena come segno di sostegno.

Un’alternativa è ascoltare con attenzione, senza giudicare, guardando l’altro negli occhi . L’ascolto empatico è una delle forme più pure di affetto. Mostrare interesse per ciò che l’altro prova crea connessione. Ammettere un errore e chiedere scusa è una forma potente di affetto, perché comunica all’altro che è importante e che si vuole riparare la relazione”.

Il lato oscuro dell’archetipo della Grande Madre

“Da un punto di vista junghiano – afferma la Dottoressa – la figura della madre non ha solo un ruolo biologico o familiare, ma rappresenta un archetipo universale: quello della Grande Madre.

La Grande Madre è un simbolo primordiale dell’inconscio collettivo. Rappresenta l’origine della vita, la natura che nutre, protegge e dà forma. Ma, come tutti gli archetipi, ha una doppia faccia: può essere nutrice e salvifica, ma anche soffocante, distruttiva o indifferente.

Quando una madre non riesce a mostrare affetto, può incanalare il lato ombra della Grande Madre: quello freddo, distante, impersonale. Il bambino, che nel suo inconscio cerca la madre archetipica che nutre, si scontra invece con una figura reale che rifiuta o non risponde.

Comprendere la dinamica archetipica aiuta a depersonalizzare il dolore. La madre anaffettiva, in questa visione, non è “cattiva”, ma incarna – spesso inconsapevolmente – una forza archetipica squilibrata. Lei stessa, probabilmente, è stata vittima della stessa energia fredda e distruttiva in forme precedenti. Detto in altri termini, può aver avuto un attaccamento insicuro durante l’infanzia. Una madre che non ha ricevuto affetto o che ha sperimentato traumi può non aver sviluppato competenze emotive adeguate”.

Immagine di copertina di Andrea Piacquadio da Pexels

 
 
 

In breve

Una madre anaffettiva non è detto che non ami i figli, ma fatica ad esprimere affetto. Le conseguenze per i figli possono essere importanti, ad esempio bassa autostima e fatica a riconoscere ed esternare le emozioni. Proprio per questo è importante rivolgersi ad un professionista per migliorare la situazione.

 

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