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A fine aprile 2026, a Catanzaro, si è verificato un fatto estremamente doloroso, che parla di una depressione post parto non adeguatamente affrontata. Una donna di 46 anni nel cuore della notte ha lanciato nel vuoto i tre figli rispettivamente di 6, 4 anni e un neonato di appena 4 mesi.
Quindi li ha seguiti, lasciandosi cadere dal terzo piano. Il padre dei bambini, accorso avvertito dal trambusto, ha cercato inutilmente di rianimare i bambini, che sono deceduti sul colpo insieme con la madre. Si è salvata solo la figlia maggiore, ricoverata in gravi condizioni prima in un ospedale locale, successivamente al Gaslini di Genova.
Esprimere un parere su un episodio così doloroso è difficile e inopportuno e, soprattutto, è inutile farlo a posteriori. In caso di depressione post parto seria, infatti, la donna si trova a vivere una difficoltà profonda e ha la sensazione di non avere vie di uscita.
Per questo è fondamentale non dare per scontato che la maternità debba essere solo un motivo di orgoglio e di serenità. E se si notano segnali di disagio o di malessere, come è successo nel caso della mamma di Catanzaro, è essenziale fornire una rete di sostegno affettiva e sociale, coinvolgendo anche le figure professionali come la psicologa e il medico.
Cosa fare
“Per cercare di prevenire eventi dolorosi come quello di Catanzaro è necessario un cambiamento culturale e sociale” precisa la psichiatra Angela Raimo. “Si deve smettere di credere che essere madre coincida necessariamente con un momento di serenità e gratificazione per la donna. Non è così. Se subito dopo la nascita del bambino si verifica fisiologicamente la malinconia da maternità o baby blues, che colpisce fino a 8 mamme su dieci, nel 10% dei casi si verifica la depressione post parto vera e propria e in un caso su cento può comparire una forma di psicosi puerperale. Questa è la situazione più seria perché la donna è soggetta a una sofferenza profonda, ad allucinazioni e inizia a nutrire sentimenti di ostilità nei confronti del bambino”.
Si deve quindi riportare attenzione sulla mamma, sia in caso di prima gravidanza, sia quando sono presenti altri figli e quindi il carico psicologico e pratico della nuova maternità si somma alla condizione di fragilità emotiva. Possono comparire segnali come malinconia, tendenza al pianto, apatia, problemi del sonno.
Se i famigliari e gli amici notano una condizione di questo tipo, è essenziale restare vicini alla donna dal punto di vista affettivo e pratico, fornendole supporti nella vita di tutti i giorni e non lasciandola sola.
La situazione va segnalata al medico di medicina generale, al ginecologo, alla psicologa che ha seguito la mamma durante i corsi pre-parto. Potrà essere indirizzata a un centro per il trattamento della depressione, ma è essenziale che la donna stessa assuma la consapevolezza che essere tristi dopo la nascita di un bambino non è una vergogna, ma una condizione molto comune.
Le frasi da evitare
La famiglia e in generale le persone che stanno vicino alla mamma dovrebbero evitare alcune espressioni e consigli che si pensato dispensati a fin di bene, ma che possono avere un effetto devastante su una psiche già fragile. Non si dovrebbe mai dire, per esempio:
- perché sei triste, hai tutti i motivi per essere felice
- non fare così, il bambino lo sente
- fatti forza, hai un bimbo bello e sano, perché ti lamenti
- pensa a chi sta peggio di te
- se fai così, ti tolgono il bambino.
Espressioni di questo tipo possono acuire la sensazione di inadeguatezza e il senso di colpa per non riuscire a corrispondere all’immagine di donna serene e appagata dal bambino, peggiorando una situazione già critica e talvolta spingendo a comportamenti estremi.
Quando allarmarsi
“Esistono alcuni segnali che non bisogna assolutamente sottovalutare, perché potrebbero sfociare in una depressione post parto grave o addirittura in una psicosi” aggiunge l’esperta. Attenzione se la mamma:
- è sempre triste e apatica
- dorme male, poco o troppo
- ha un umore peggiore soprattutto al mattino
- ha la tendenza a piangere
- nutre sensi di colpa e di inadeguatezza come madre
- non riesce a legare con il bambino o addirittura lo percepisce come ostile.
L’ideale sarebbe che la donna stessa chiedesse aiuto al medico o alla psicologa, ma è molto difficile che lo faccia spontaneamente.
In questi casi, è indispensabile non sottovalutare le emozioni negative e creare una rete di supporto attiva che coinvolge tutte le figure che gravitano intorno alla donna, al bambino e alla famiglia.
Un ruolo essenziale è svolto dal padre e partner: secondo gli esperti, la sofferenza della donna è infatti spesso espressione di un malessere relazionale in cui il compagno ha un ruolo centrale. La mancanza o carenza di una alleanza coniugale è un fattore di rischio importante per lo sviluppo della depressione post parto.
Il ruolo importante della famiglia
Hanno il compito di intervenire, ciascuno con il proprio ruolo, anche i nonni, le amiche, le educatrici dei fratellini. Chi coglie un problema emotivo della mamma lo deve segnalare alle figure competenti, sempre affiancando la rassicurazione che il bambino non verrà sottratto (è un timore diffuso che induce a tacere e sopportare) e che il chiedere sostegno non equivale a essere una madre cattiva o incapace.
Dopo la diagnosi, nei casi meno seri la donna potrà essere seguita da psicologi o psicoterapeuti, per imparare ad avere cura di sé e, se possibile, dovrebbe essere affiancata a casa da figure di supporto, come una puericultrice. Se ritenuto opportuno, seguirà anche un trattamento con farmaci antidepressivi, nei dosaggi e nei tempi indicati dallo psichiatra.
In breve
La depressione post parto si può cogliere da segnali come tristezza cronica, apatia, sentimenti ostili verso il neonato. La donna va supportata, mai colpevolizzata e si devono coinvolgere figure sanitarie per una diagnosi corretta
Fonti / Bibliografia
- FacebookUno dei periodi della vita a maggior rischio per le donne è rappresentato dalla gravidanza e dal post partum. Studi epidemiologici condotti in nazioni e culture diverse evidenziano che la depressione post partum colpisce, con diversi livelli di gravità, dal 7 al 12% delle neomamme ed esordisce generalmente tra la 6ª e la 12ª settimana dopo la nascita del figlio, con episodi che durano tipicamente da 2 a 6 mesi.
