Tumore ovarico avanzato: speranze dai farmaci Parp inibitori

Laura Raimondi A cura di Laura Raimondi Pubblicato il 31/12/2018 Aggiornato il 31/12/2018

Per il tumore ovarico avanzato di nuova diagnosi il fine principale della terapia è ritardare la progressione della malattia. Ecco come agiscono i Parp inibitori

Tumore ovarico avanzato: speranze dai farmaci Parp inibitori

Il tumore ovarico avanzato non si cura solo con chirurgia e chemioterapia. Uno studio pubblicato sulla rivista medica New England Journal of Medicine e presentato al congresso dell’European Society of Medical Oncology (ESMO) di Monaco di Baviera (Germania), conferma l’efficacia di una classe di farmaci, detti Parp inibitori, per la cura del tumore all’ovaio.

Un freno alla malattia

Il farmaco Parp inibitore Olaparib è in grado di ridurre del 70% il rischio di progressione del tumore, evitando così conseguenze gravi nei pazienti soggetti alla mutazione dei geni Brca, responsabile del tumore ovarico. L’impiego di Olaparib come terapia di mantenimento post chirurgica e chemioterapica, dunque, aumenta concretamente la sopravvivenza delle donne che combattono contro il tumore ovarico: tre anni di vita in più rispetto alle donne trattate con il placebo.

La mutazione killer

I numeri raccolti da Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) parlano di 5.000 casi di tumore ovarico diagnosticati ogni anno in Italia. In pratica, la mutazione dei geni Brca1 e Brca2 predispone le donne a essere colpite al tumore ovarico. Recentemente, questa predisposizione genetica è stata resa nota dal caso della famosa attrice Angelina Jolie, sottopostasi a una doppia mastectomia e alla rimozione delle ovaie. Questi geni mutati purtroppo non sono in grado di riparare efficacemente i danni al Dna: le cellule, infatti, addizionano più mutazioni, inducendo l’insorgenza del tumore. Inoltre, oggi il 70% di donne con carcinoma ovarico in stadio avanzato è soggetto a recidiva nei tre anni successivi e il tasso di sopravvivenza nei cinque anni successivi è solo del 20%.

Il parere dell’esperto

La professoressa Nicoletta Colombo, direttore della divisione di ginecologia oncologica medica dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano ha così commentato la scoperta: “Alla luce di questi importanti risultati, l’esecuzione del test Brca al momento della diagnosi assume un ruolo fondamentale. Solo in questo modo siamo in grado di indentificare tempestivamente le pazienti che possono beneficiare di un trattamento in grado di cambiare l’evoluzione della malattia”.

 

 

 
 
 

Da sapere!

Si sta ora valutando di associare Bevacizumab a Olaparib, un farmaco che riduce la formazione dei vasi sanguigni utilizzati dal tumore per espandersi, solitamente utilizzato anche in associazione alla chemioterapia standard.

 

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