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Sono sempre tanti i dubbi che colgono i genitori quando si trovano a dover gestire un neonato. La questione sonno rimane una delle più spinose e divide gli adulti tra chi ritiene che il neonato debba essere lasciato piangere finché si addormenta e chi invece sostiene che sia importante consolarlo immediatamente prendendolo in braccio.
In realtà, come spiega con chiarezza l’educatrice perinatale e puericultrice Giovanna Sottini, non esiste un atteggiamento che possa essere definito giusto più di un altro quando si tratta di far addormentare un neonato.
Come non si può ritenere valido il metodo di lasciarlo piangere finché sfinito si addormenti, allo stesso modo non si può pensare che la regola giusta sia tenerlo in braccio all’infinito, magari quando i genitori sono stanchi dopo una giornata pesante.
Quello che è importante, invece, è cercare di interpretare il pianto del neonato per capire quale possa essere il fastidio che impedisce al piccolo di addormentarsi serenamente. Solo soddisfacendo il bisogno che ha provocato il pianto si può giungere infatti a quella condizione di rilassamento che consente al piccolo e ai genitori di riposare.
Le difficoltà nel prendere sonno
Come spiega la puericultrice, occorre sempre partire dal presupposto che il neonato non è competente nella gestione dei ritmi sonno-veglia: i processi legati all’addormentamento, al sonno profondo e al risveglio sono acerbi nei primi mesi di vita e richiedono tempo per maturare.
Per fare un esempio, è solo attorno ai due, tre mesi che giungono a maturazione i meccanismi che consentono il rilascio della melatonina, l’ormone che favorisce l’addormentamento e il mantenimento della condizione di sonno.
È la ragione per cui nei primi mesi di vita, in genere nei primi quattro, la fase del sonno risulta particolarmente delicata per i piccoli e di riflesso anche per i genitori che spesso faticano a far addormentare il neonato trovandosi di fronte a pianti a volte inconsolabili, risvegli improvvisi, notti passate in bianco.
Lasciarlo piangere o no
L’obiettivo dei genitori e di chiunque si prenda cura del piccolo, nonché dei professionisti che si occupano della prima infanzia, è quello di aiutare il neonato ad avere un buon sonno, condizione fondamentale per una crescita sana nonché per il benessere dell’intero nucleo familiare. Questo sempre tenendo presente che ogni neonato è diverso dall’altro: se alcuni raggiungono in breve tempo buone capacità di regolazione del ritmo sonno-veglia e quindi faticano di meno ad addormentarsi, per altri il processo è più lungo e questo comporta il protrarsi di difficoltà nel sonno.
In questi casi sorge spontanea la domanda se sia più opportuno lasciar piangere il neonato finché sfinito si addormenta oppure se prenderlo in braccio al primo accenno di pianto e tenerlo così finché non si calma e si assopisce.
È un dubbio che da sempre attanaglia i genitori spingendoli a optare, spesso con rigidità, per una posizione piuttosto che per l’altra. In realtà, come precisa la puericultrice, la questione non si pone nemmeno: non si può parlare di “metodo educativo” né quando si decide di lasciar piangere il piccolo fino allo sfinimento né quando ci si impone di tenerlo in braccio, anche se i genitori sono stanchissimi dopo una giornata di lavoro, mettendo così persino a rischio la sicurezza stessa del neonato.
Né l’una né l’altra scelta sono valide in senso assoluto e non rappresentano una regola da seguire in maniera assoluta nel momento in cui si deve addormentare un neonato.
Due posizioni a confronto
È naturale che il neonato, nel momento in cui non riesce ad addormentarsi, scoppi a piangere. Cosa fare?
- Lasciarlo piangere: secondo una precisa scuola di pensiero che va sotto il nome “estinzione graduale del pianto” o “addestramento al sonno attraverso il controllo del pianto” (detta in inglese “cry it out”), il genitore non dovrebbe intervenire in attesa che il piccolo, ormai sfinito dal pianto, si addormenti
- Prenderlo subito in braccio: la teoria opposta suggerisce che il genitore si prodighi immediatamente per far cessare il pianto del piccolo prendendolo in braccio finché non prende sonno.
Secondo la puericultrice non è certo il caso di lasciar piangere sconsolato il neonato, ma neppure di intervenire immediatamente con l’unico obiettivo di farlo smettere: il pianto del neonato va sempre accolto e osservato nell’intento di interpretarlo.
Il pianto rappresenta infatti l’unica forma di comunicazione di cui il neonato dispone per esprimere i propri bisogni ed è per questo che reprimerlo immediatamente, per quanto lo si faccia con le migliori intenzioni, non aiuta certo a capire ciò di cui il piccolo ha bisogno.
La nostra guida su come far addormentare un neonato
Come interpretare il pianto
Più che cercare in ogni modo di evitare che il neonato pianga perché non riesce ad addormentarsi è importante capire perché questo succede.
Il pianto di un neonato infatti non va letto solo come la richiesta di essere preso in braccio, ma come l’espressione di altre necessità, quella di essere cambiato piuttosto che di avere il ciuccio.
Tenerlo in braccio per tutta la notte o magari riempirlo di latte significa rispondere al suo pianto in un modo che non corrisponde alla sua reale richiesta: il neonato, una volta preso in braccio, può anche smettere di piangere, ma non è detto che si addormenti dal momento che il bisogno che lo ha messo in allarme non è stato soddisfatto.
In entrambi i casi, che lo si lasci piangere piuttosto che lo si prenda subito in braccio, si finisce per non farsi carico delle sue necessità. Si arriva infatti a una soluzione solo ripristinando quelle condizioni di equilibrio e rilassamento che concedono al piccolo di addormentarsi serenamente e ai genitori di riposare.
Capire perché il neonato piange serve nell’immediato per farlo addormentare, ma anche in prospettiva futura in quanto il piccolo interiorizza il fatto che chi lo accudisce riesce a interpretare e soddisfare i suoi bisogni.
Ovviamente occorrono strumenti e competenze per arrivare a comprendere le necessità del neonato e per intervenire nel modo corretto: non sempre è facile per i genitori e per questo chiedere aiuto a un professionista spesso si rivela la strada migliore da intraprendere.
Perché non si addormenta
Le motivazioni possono essere tante e molto diverse tra loro ed è per questo che prima si riesce a comprendere il motivo che scatena il pianto, prima si riesce ad allentare quello stato di allarme che tiene sveglio il piccolo. Quello che serve quindi, continua la puericultrice, è mettere in atto quegli strumenti di accompagnamento che consentono di offrire al piccolo la serenità necessaria perché si addormenti.
Più di particolari strategie, è utile un’osservazione attenta. Così ci si può accorgere ad esempio che il piccolo ha avuto un piccolo rigurgito che lo ha infastidito: allora lo si può alzare un attimo, tenerlo in braccio il tempo necessario perché si calmi per poi rimetterlo nella culla o nel lettino.
Il neonato può non riuscire ad addormentarsi perché ha fame e allora è opportuno allattarlo oppure perché sente la necessità di essere contenuto, avvolto in una fascia. Importante anche prendere in considerazione il fatto che i neonati sono sensibili alle condizioni di temperatura: spesso, infatti, non dormono perché hanno caldo e vanno quindi scoperti oppure perché hanno freddo e in questo caso è opportuno coprirli con una copertina più calda dai capezzoli in giù.
Routine utili
Se interpretare il pianto del neonato è il primo passo perché diventi più semplice per i genitori addormentarlo, non va dimenticato che alcune piccole routine possono essere utili per favorire il rilassamento e conciliare il riposo.
- Preparare con cura la stanza: abbassare o spegnere del tutto le luci, evitando che ci siano dispositivi in stand by, in modo che il piccolo interiorizzi il prima possibile, sempre sulla base dei fisiologici tempi di maturazione, il passaggio dal giorno alla notte
- Controllare la temperatura: i neonati sono particolarmente sensibili al freddo e al caldo; è importante quindi fare attenzione che la stanza dove dormono abbia la giusta temperatura e che la culla sia calda
- Mettere un cd con rumori bianchi o con il battito del cuore: se il piccolo si sveglia durante la notte e vuole il latte meglio evitare di cantare canzoncine e ninna nanne cercando di mantenere il più possibile il silenzio.
- Creare una routine pre-nanna: serve a far capire al neonato, soprattutto dopo i primi mesi di vita, che è arrivato il momento di dormire. Ogni genitore può creare una routine personalizzata, ma alcuni gesti sono particolarmente efficaci per rilassare il piccolo in modo che si riesca poi a farlo addormentare più facilmente. La routine dovrebbe essere prevista una mezz’ora prima della nanna e può comprendere: un bagnetto, volendo con un prodotto da bagno dalla fragranza distensiva formulato appositamente per neonati, il cambio del pannolino, un delicato massaggio con un olio per bebè, il canto di una ninnananna.
In breve
Il dubbio che spesso coglie i genitori davanti a un neonato che fatica ad addormentarsi è se lasciarlo piangere oppure prenderlo subito in braccio per consolarlo. In realtà l’atteggiamento giusto consiste nel cercare di capire il perché del pianto in modo che, una volta soddisfatto il bisogno che lo ha scatenato, il piccolo ritrovi quella condizione di tranquillità che gli consente di dormire sereno.
