Allattamento e Hiv: uno non esclude l’altro

Roberta Camisasca Pubblicato il Aggiornato il 04/08/2018

Se la diagnosi di Hiv è certa e la donna segue una terapia antiretrovirale, l’Oms dà il via libera all’allattamento, comunque protettivo nei confronti del bebè

Ogni anno circa un milione e mezzo di donne con Hiv aspetta un bambino e si chiede se potrà allattare al seno oppure no. I bambini possono contrarre l’infezione dalla madre sieropositiva durante la gravidanza, al momento del parto e durante l’allattamento. Per questo motivo le donne sieropositive in gravidanza assumono una terapia antiretrovirale, partoriscono tramite parto elettivo cesareo ed evitano l’allattamento al seno a favore di quello artificiale.  Ma allattamento e Hiv potrebbero non essere incompatibili. Anzi.

I virus trasmissibili

Viene, inoltre, somministrata la terapia antiretrovirale anche al bambino. In questo modo si riduce, notevolmente, il rischio di contagio. Attraverso il latte materno, possono passare anche virus oncogeni e citomegalovirus, più raramente i virus delle epatiti, il parvovirus, altri herpes virus e la rosolia.

Le nuove Linee guida

Tuttavia, nelle ultime Linee guida, l’Organizzazione mondiale della sanità consiglia l’allattamento e allunga il periodo fino a 24 mesi: se la mamma segue la terapia per Hiv, infatti, gli specialisti assicurano che la possibilità di infettare il neonato è risibile e anzi, attraverso il latte, il microbiota materno si trasferisce nell’intestino del bambino, insieme ai linfociti, che lo proteggono ulteriormente. Perché il latte materno non è soltanto un alimento: apporta cellule immunitarie materne, staminali, immunoglobuline, citochine, fattori di crescita. L’allattamento e la terapia farmacologica costituiscono potenzialmente dunque un significativo miglioramento delle chances di sopravvivenza del neonato. Quindi, allattamento e hiv possono convivere.

Controlli più stringati

È importante però che la donna con un test negativo in gravidanza, esegua un altro test durante l’allattamento al seno se è presente un rischio o un sospetto di nuova infezione, al fine di accertare un’eventuale sieropositività e iniziare il prima possibile la terapia antiretrovirale.

La situazione in Italia

I dati sulla sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv hanno evidenziato 3.451 segnalazioni, pari a 5.7 nuovi casi per 100.000 residenti. Questa incidenza pone l’Italia al tredicesimo posto tra le nazioni dell’Unione Europea. Negli anni si è inoltre osservato un aumento dell’età mediana dei malati, nonché un cambiamento delle modalità di trasmissione: è diminuita la via iniettiva e sono aumentati i casi attribuibili a trasmissione sessuale. Negli ultimi anni rimane costante il numero delle donne con nuova diagnosi, con un aumento di incidenza nella fascia di età 25-29 anni.
 

 

 
 
 

Da sapere!

La possibilità di procedere con l’allattamento al seno in caso di sieropositività da Hiv va discussa con lo specialista.

 

Gli Specialisti rispondono
Le domande della settimana
Fontanella quasi chiusa a sei mesi: è un brutto segno?

La (quasi) chiusura della fontanella a sei mesi di età non è un segno allarmante, se lo sviluppo neurologico è normale e la crescita della circonferenza cranica regolare.   »

Tampone vaginale positivo allo streptococco al termine della gravidanza

Può accadere che in prossimità del parto il tampone vaginale rilevi la presenza dell'infezione. In questo caso, all'inizio del travaglio viene praticata la profilassi antibitica per evitare che il bambino venga contagiato al momento della nascita.   »

Influenza in gravidanza: è pericolosa?

Ci possono essere dei rischi, se l'influenza viene contratta nelle prime settimane di gravidanza, a causa della febbre. Nel secondo e nel terzo trimestre è improbabile che il bambino corra particolari pericoli. In generale, è sempre opportuno che una donna in attesa effettui la vaccinazione antiinfluenzale....  »

Fai la tua domanda agli specialisti