Le risposte ai dubbi più comuni sull’allattamento

Redazione
A cura di “La Redazione”
Pubblicato il 20/01/2015 Aggiornato il 27/01/2015

È normale, soprattutto se si è al primo figlio, essere assalite da molti interrogativi sull’allattamento del bebè. Ecco quello che c’è da sapere

Le risposte ai dubbi più comuni sull’allattamento

È meglio allattarlo a orari fissi o a richiesta?

Da diversi anni, ormai, la maggior parte dei pediatri consiglia alle mamme l’allattamento a richiesta, specialmente se nutrito al seno, che consiste nell’attaccare il piccolo al seno ogni volta che ne segnali l’esigenza attraverso il pianto. Questo metodo si è rivelato il più indicato sia per il bebè sia per la mamma. Da un lato, infatti, si adegua al ritmo naturale di fame-veglia e sonno del piccolo che, per esempio, non va mai svegliato per essere allattato, dall’altro libera la madre da orari e schemi rigidi, spesso all’origine di tensioni e ansie, oltre che da meccanismi capaci di influire sulla naturale produzione di latte: se attaccato, quando non ha tanta fame o ha sonno, il bebé succhia di meno finendo per ridurre anche la produzione di latte da parte della mammella che è stimolata proprio dalla suzione del piccolo. Se segue questo metodo, nelle prime settimane la mamma può dovere allattare il neonato anche 8-10 volte nel corso delle 24 ore. Con il trascorrere del tempo, però, il bambino tende a concentrare i pasti e a ridurre in modo spontaneo la frequenza delle poppate che cominciano, gradualmente, a stabilizzarsi, rispettando intervalli sempre più ampi (dalle 2 ore e mezza alle 4 ore durante il giorno, dalle 4 alle 8 ore durante la notte).

Quanto tempo deve durare una poppata?

Nei primissimi giorni è sufficiente attaccare il piccolo al seno solo per pochi minuti (circa 5 per parte). Una suzione di questa durata è, infatti, sufficiente a stimolare la montata lattea, senza rischiare di provocare lacerazioni al capezzolo ancora troppo sensibile. Una volta avviata la normale produzione di latte, è il bambino a stabilire la durata della poppata che, di solito, non supera i 10-15 minuti per seno, a partire da quello che è stato offerto per ultimo la volta precedente (essendo rimasto più pieno dell’altro va, infatti, svuotato prima). Circa il 90 per cento della dose di latte viene assunta nel corso dei primi 3-4 minuti di poppata; il resto della poppata ha più che altro una funzione consolatoria per il bambino che, attaccandosi al seno, ristabilisce un contatto diretto con la madre. Non è il caso, quindi, di preoccuparsi se la poppata dura poco. Per verificare che il piccolo succhia a sufficienza è consigliabile pesarlo una volta alla settimana, sempre alla stessa ora e prima del pasto. Il sistema della “doppia pesata”consiste, invece, nel pesare il piccolo prima e dopo ogni poppata per sapere quanto latte ha ingerito. Questo sistema è però sconsigliato in quanto è molto spesso fonte di inutili ansie: la dose di latte, infatti, può variare molto di volta in volta e non costituisce, quindi, un parametro utile a stabilire se il piccolo si nutre e cresce abbastanza.

Fino a che età si può allattare al seno?

Non esiste un termine preciso in cui interrompere l’allattamento al seno. Il latte materno rappresenta l’alimento ideale per il bebè: oltre a garantirne lo sviluppo e la crescita, rafforza il suo sistema di difesa naturale, favorisce la digestione, previene allergie e intolleranze alimentari. Inoltre, il contatto che il bimbo stabilisce con la mamma nel corso della poppata, lo aiuta ad acquisire maggiore sicurezza e a rendere più stabile il suo equilibrio psicologico. A partire dal quarto-sesto mese di vita, comunque, i pediatri consigliano di iniziare a integrare l’alimentazione a base di solo latte con cibi solidi attraverso lo svezzamento. In questa fase, infatti, cambiano i fabbisogni alimentari del bimbo, che ha bisogno di una maggiore quantità di calorie e di alimenti diversi, ricchi di altri principi nutritivi (in particolare il ferro): le poppate vengono così sostituite, gradualmente, dalle pappe.

Che fare se è intollerante al latte?

Se il piccolo manifesta un’intolleranza al latte è necessario consultare il pediatra, che dovrà, innanzi tutto, verificare se è intollerante al lattosio (uno zucchero contenuto nel latte) o alle proteine del latte vaccino, cioè di mucca. Nel caso di intolleranza al lattosio, si tratta in genere di un disturbo transitorio originato da una precedente infezione intestinale. Solo più raramente, l’intolleranza è causata dall’assenza congenita (cioè, presente dalla nascita) nell’organismo del piccolo della lattasi (l’enzima che serve a sciogliere e rendere più digeribile il lattosio). L’intolleranza si manifesta con episodi di diarrea e vomito ogni volta che il bambino beve il latte. La cura consiste nel sostituire il normale latte artificiale con formule delattosate (nella quali il lattosio è reso più digeribile). Se, invece, la mamma allatta al seno, dovrà ridurre il consumo di latte di mucca e, se il disturbo persiste, sospendere l’allattamento e nutrire il bebè con il latte di soia. Se il bebè è intollerante alle proteine del latte, possono comparire diversi disturbi: cutanei (della pelle), intestinali o respiratori. La mamma che allatta al seno dovrà sottoporsi a una dieta che riduca l’apporto di latte, latticini e uova (nel suo latte potrebbero, infatti, passare le proteine di latte e derivati da lei ingeriti). Nel caso di allattamento artificiale, si dovrà ricorrere a formule speciali di latte, come il latte idrolisato (in cui le proteine del latte vaccino sono state “spezzettate” e rese innocue) o il latte di soia. Nelle formule di latte artificiale comunemente utilizzate, infatti, è presente il latte di mucca.

Bisogna fargli fare sempre il ruttino?

La maggior parte dei neonati ha la necessità di fare il ruttino dopo la poppata per espellere l’aria che ingerisce mentre viene allattato. Quando il bambino succhia dal seno della mamma, ma soprattutto quando beve il latte dal biberon, ingerisce una certa quantità di aria che deve essere espulsa tramite il ruttino. L’aria accumulata, infatti, può infastidire il piccolo tendendo le pareti dello stomaco, inoltre lo fa sentire “pieno” anche se il pasto non è ancora terminato. Tanti bambini hanno bisogno di fare il ruttino a metà poppata. Se la mamma allatta al seno, dovrebbe provare a far fare il ruttino al piccolo una volta svuotato il primo seno; dopo che ha bevuto la prima metà del biberon, in caso di allattamento artificiale. Il piccolo va tenuto in posizione eretta, appoggiato contro la propria spalla; bisogna poi battere delicatamente la parte alta della schiena: nel giro di qualche minuto, farà il ruttino. Alcuni neonati devono eliminare l’aria solo a fine pasto, mentre altri, anche a poppata conclusa, non fanno il ruttino. Se dopo qualche tentativo il ruttino non arriva è inutile fare di tutto per stimolarlo: se proprio il piccolo ne dovesse sentire il bisogno ci penserà da solo, magari quando viene messo nella culla (in particolare, se posizionato sul fianco).

Rigurgita spesso: è normale?

È del tutto naturale che, durante o dopo la poppata, il neonato rigurgiti una certa quantità di latte. A causare questo fenomeno è soprattutto l’immaturità del sistema digerente del bambino: nei primi mesi di vita il cardias (la valvola posizionata tra esofago e stomaco che, contraendosi, impedisce al cibo ingerito di risalire verso la bocca) non è ancora completamente sviluppato e questo favorisce il cosiddetto “reflusso gastroesofageo”. Il rigurgito non va confuso con il vomito e non influisce sul regolare accrescimento del bambino. Il vomito è un disturbo causato da una vera e propria alterazione dell’apparato digerente, spesso si associa a diarrea e può determinare perdita di peso nel piccolo. Il rigurgito, invece, è un fenomeno fisiologico (cioè naturale) e, considerata la ridotta quantità di latte eliminata, non ha alcuna conseguenza sulla crescita. Di solito, la tendenza a rigurgitare scompare intorno all’anno di vita, quando l’apparato digerente del bebè ha raggiunto la maturità necessaria. Se il problema persiste, è necessario consultare il pediatra che dovrà verificare attraverso specifici esami l’assenza di problemi connessi al cardias o al piloro (quest’ultimo è la valvola che mette in comunicazione lo stomaco con il duodeno, primo tratto dell’intestino).

Come vanno sterilizzati biberon e tettarelle?

È necessario sterilizzare tutto ciò che viene abitualmente messo in bocca dal bambino per evitare la proliferazione di funghi e batteri e l’insorgere di infezioni che il sistema di difesa naturale del bambino ancora immaturo non è sempre in grado di combattere efficacemente. Prima di sterilizzare biberon e tettarelle, è necessario lavarli accuratamente utilizzando acqua calda e gli scovolini (spazzole allungate per pulire le bottiglie), facendo attenzione a eliminare tutti i residui di latte (anche nei fori delle tettarelle). La sterilizzazione può essere effettuata utilizzando due metodi: a caldo e a freddo.

  • a caldo

Consiste nel far bollire gli oggetti per 20 minuti in una pentola a coperchio chiuso (le parti in vetro vanno immerse nell’acqua ancora fredda, quelle in gomma al primo bollore). A bollitura ultimata, gli oggetti sterilizzati vanno messi a sgocciolare (senza toccarli con le mani). Infine, il biberon asciutto va chiuso con la tettarella rivolta verso l’interno. In alternativa è possibile utilizzare appositi apparecchi elettrici (in vendita in farmacia) che, per distruggere funghi e batteri, sfruttano il vapore acqueo (è il sistema più veloce, bastano solo 10-15 minuti). Alcuni apparecchi per la sterilizzazione possono essere utilizzati anche nel forno a microonde.

  • a freddo

Questo metodo chimico si basa sull’utilizzo di specifici disinfettanti (liquidi o in compresse effervescenti, acquistabili in farmacia), che vanno diluiti in acqua fredda secondo le proporzioni riportate sulla confezione. Gli oggetti devono essere completamente immersi in questa miscela per circa 30 minuti e non occorre risciacquarli (questi disinfettanti sono assolutamente innocui e atossici). Tale sistema è particolarmente indicato per le tettarelle in caucciù che, se sterilizzate “a caldo”, alla lunga, tendono a deformarsi.

Bisogna detergere sempre il seno prima e dopo la poppata?

Per i bambini allattati naturalmente è importante osservare la massima igiene del seno. La mamma, quindi, dovrebbe pulire il capezzolo prima della poppata allo scopo di eliminare i residui di latte e saliva che possono avere stimolato la proliferazione di germi nella zona che il piccolo mette poi in bocca. È bene detergere e asciugare accuratamente i capezzoli anche al termine della poppata. Le perdite di latte e i residui di saliva, macerando la pelle, favoriscono la comparsa di ragadi (piccoli taglietti del capezzolo) che, oltre a rendere più dolorosa la suzione, rappresentano delle vie d’accesso all’organismo della mamma per i germi presenti sulla pelle del seno o nelle mucose (rivestimenti interni) della bocca e del naso del bambino. Per la pulizia è consigliabile utilizzare garze sterili o cotone imbevuto di acqua distillata o bollita (in commercio si trovano anche dischetti detergenti specifici per il seno); sono da evitare le soluzioni disinfettanti, alcoliche o profumate che potrebbero infastidire il bebè.

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