Colostro e montata lattea: come favorirli nei primi giorni

Redazione
A cura di “La Redazione”
Pubblicato il 20/01/2015 Aggiornato il 27/10/2017

Il latte materno rappresenta l’alimento migliore per il neonato ed è preceduto dalla produzione di colostro. Ecco come favorire la montata lattea

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Dal colostro alla montata lattea fino al latte maturo, ecco come si evolve e cambia il nutrimento prodotto dalle ghiandole mammarie della mamma, E come favorirne la produzione

Il colostro

Nei primi giorni di vita, il bambino succhia il colostro, un liquido denso e giallognolo. Dal seno ne sgorga poco, ma è sufficiente per il piccolo. Infatti, rispetto al latte vero e proprio è più ricco di proteine e sali minerali ma contiene una quantità inferiore di zuccheri e grassi, quindi è anche più digeribile. È perfetto nei primi giorni di vita, quando il piccolo tende a perdere liquidi e a disidratarsi.Inoltre, le proteine contenute nel colostro forniscono al bebè particolari anticorpi (le immunoglobine A e IgA), sostanze di difesa che vanno a rivestire le pareti intestinali proteggendole dall’aggressione di germi e virus.

La montata lattea

Verso il terzo-quarto giorno il colostro cambia aspetto: schiarisce e diventa grasso e cremoso. È il cosiddetto latte di transizione. Serve ad abituare gradatamente il piccolo al latte definitivo che arriverà nel giro di qualche giorno. È questa la cosiddetta fase della “montata lattea”: i seni divengono turgidi, congestionati, caldi e spesso dolenti. Si può anche verificare un aumento della temperatura corporea. Questo fenomeno avviene in genere dopo 3-5 giorni dal parto (a volte però tarda di qualche giorno). Il latte comincia a essere prodotto abbondantemente e spesso anche in dosi superiori al fabbisogno del bambino. Alla base del meccanismo biologico che determinna il fenomeno della “montata lattea” e il mantenimento della produzione di latte c’è l’abbassamento di livello dopo il parto di alcuni ormoni presenti in gravidanza che inibiscono la funzione di stimolo alla produzione del latte svolta da un ormone secreto dall’ipofisi (prolattina). Con la suzione il neonato provoca un riflesso nervoso che assicura una continua e abbondante produzione di questo ormone, che insieme soprattutto all’ossitocina, favorisce il passaggio del latte dal tessuto ghiandolare ai dotti galattofori (i sottili canalini che portano il latte al capezzolo). Le dimensioni del seno non influiscono affatto sul verificarsi o meno di una produzione adeguata: anche un seno piccolo è in grado di produrre una quantità di latte sufficiente per il bambino.

Il latte maturo

Dopo circa 10 giorni il seno materno inizia a produrre il latte vero e proprio, fluido e dal sapore piuttosto dolce. Questo latte offre al piccolo tutto il nutrimento di cui ha bisogno e nel modo più equilibrato. Da questo momento in poi, sarà la richiesta del bambino stesso a regolare la formazione e l’afflusso di latte. La quantità prodotta ogni giorno aumenta progressivamente per il primo mese per poi attestarsi tra il secondo e il sesto mese fra i 600 e i 900 grammi nelle 24 ore.

Attaccare il bebè subito dopo il parto

Tutte le donne hanno la possibilità di allattare il proprio figlio al seno, purché venga assicurato l’attaccamento precoce del neonato, libero da schemi e orari costrittivi. Lo stimolo che determina la montata lattea è soprattutto la suzione precoce e frequente del neonato: più il piccolo succhia, più è stimolata la produzione di latte. Conviene quindi attaccare il neonato al seno il più presto possibile, se le circostanze lo consentono, anche nella prima ora di vita. A seguito della suzione del bambino, infatti, si attiva il riflesso di produzione di latte per azione della prolattina: più il bambino succhia, più prolattina è prodotta dal cervello della mamma e più latte viene prodotto. Inoltre il piccolo succhiando attiva la produzione dell’ossitocina, un altro ormone che provoca la contrazione delle cellule muscolari, che avvolgono le ghiandole mammarie, e la dilatazione dei canali galattofori, che portano il latte al capezzolo.

Controllare la presa

Durante la poppata è importante che il neonato afferri non solo il capezzolo ma anche l’areola (la parte scura che lo circonda). Il mento va appoggiato al seno e la testa del bimbo è rivolta all’insù per permettergli di respirare senza dover schiacciare il seno con le dita. Anche il corpo del neonato è allineato con la testa, con il sederino ben sostenuto per evitare che scivoli verso il basso, causando dolorose trazioni al capezzolo. Un attaccamento inadeguato, invece, può dare origine a capezzoli dolenti e ragadi (dolorosi taglietti intorno al capezzolo), ingorgo mammario (perché il seno non viene ben svuotato), insoddisfazione del bambino che non riesce a succhiare adeguatamente, e, in ultima analisi, minor produzione di latte. Occorre poi attaccare sempre il piccolo a entrambi i seni, in modo da stimolare tutte e due le ghiandole mammarie allo stesso modo. Per i primi giorni, poi, bisogna fare attenzione a non lasciare che il bambino succhi per più di cinque minuti per parte. I capezzoli, infatti, sono fragili e soggetti a ragadi. Questo tempo è, comunque, sufficiente al bebè per nutrirsi. In seguito, quando la pelle si è rafforzata, si può offrire il seno al piccolo per tutto il tempo che desidera.

Evitare lo stress

La diminuzione o la scomparsa del latte può avvenire anche a causa di emozioni violente o stress psicologici. È, quindi, importante che la donna stia tranquilla, dorma a sufficienza, conduca una vita il più possibile concentrata sul bambino. È meglio accantonare per quanto possibile tutte le altre faccende, come i lavori di casa e gli impegni professionali. È bene, poi, che la mamma faccia un riposino tra una poppata e l’altra, per recuperare le forze. Quando la madre è stressata, il riflesso di emissione del latte può essere inibito. Il relax, l’affetto, la sicurezza in sé sono invece condizioni che favoriscono l’allattamento.

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