Tiracapezzoli: a cosa servono e come usarli in allattamento

Alberta Mascherpa A cura di Alberta Mascherpa, con la consulenza di Giovanna Sottini - specialista in Puericultura Pubblicato il 23/06/2026 Aggiornato il 23/06/2026

Possono essere d’aiuto nell’estroflettere il capezzolo quando è piatto o retratto. Non sono comunque indispensabili e possono essere sostituiti da altri ausili. Il parere della puericultrice Sottini.

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Il tiracapezzolo è un piccolo dispositivo medico che permette di estroflettere progressivamente il capezzolo. Viene impiegato nel caso in cui il capezzolo sia piatto o introflesso, una condizione che da alcune neomamme viene vissuta come un ostacolo per l’allattamento al seno.

Si tratta di un apparecchietto trasparente collegato ermeticamente a una valvola dotata di siringa aspiratrice o a una pompetta, che permette di creare un effetto vuoto in modo da “risucchiare” all’esterno il capezzolo introflesso aiutandolo a sporgere e permettendo così al piccolo di attaccarsi con maggior facilità.

Per ottenere questo risultato serve un’applicazione continua che può già essere iniziata durante la gravidanza, con le dovute precauzioni. Nell’intervista la puericultrice Giovanna Sottini spiega il suo punto di vista sull’impiego dei tiracapezzoli, indicando come sia possibile intervenire anche in maniera diversa per favorire un approccio sereno all’allattamento nel caso siano presenti capezzoli introflessi.

Quando sono necessari

Occorre partire dal presupposto che non esiste una necessità stringente per l’impiego dei tiracapezzoli. In ogni caso l’indicazione al trattamento con questo strumento riguarda la presenza di capezzoli piatti o retratti.

Si tratta di una conformazione particolare del capezzolo che, mentre normalmente è rivolto verso l’esterno, appare appiattito vero l’areola o rivolto verso l’interno, a formare una specie di fossetta.

Si tratta di una condizione fisiologica dovuta alla brevità dei dotti galattofori, i piccoli condotti che trasportano il latte, e alla presenza di tessuto fibroso che tira all’interno il capezzolo, impedendone l’erezione.

Avere il capezzolo piatto o retratto non deve in ogni caso allarmare perché non preclude in nessun modo, contrariamente a quanto di tende a credere, la possibilità di allattare: non incide infatti sulla produzione di latte e non compromette la possibilità che il neonato si attacchi al seno, se non in casi molto particolari. Succede, ad esempio, con i prematuri che, persino in presenza di capezzoli estroflessi, possono fare fatica a poppare.

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Come usarli

Si può iniziare ad usare i tiracapezzoli già in gravidanza durante il primo e il secondo trimestre chiedendo in ogni caso il parere del ginecologo o dell’ostetrica. E’ bene invece evitarli nel terzo trimestre perché la stimolazione del capezzolo può favorire il rilascio dell’ossitocina, ormone che può indurre contrazioni uterine. 

Si può usare poi il tiracapezzoli prima della poppata per facilitare l’attacco del neonato al seno. Prima di utilizzarlo è bene “scaldare” leggermente l’areola con un delicato massaggio: una volta posizionato l’ausilio è importante fare attenzione che la trazione sia sempre molto delicata.

Se si avverte dolore significa che il vuoto creato con il tiracapezzoli è troppo forte: meglio smettere per evitare di creare lesioni che possono favorire la comparsa di ragadi.

Importante un’accurata igiene dello strumento dopo l’uso: va smontato nelle sue diverse parti e lavato con acqua fredda o tiepida e qualche goccia di detergente neutro delicato. Si procede poi a un accurato risciacquo e si lascia asciugare su un panno pulito o su carta assorbente in un luogo riparato. Se indicato sulle istruzioni si può procedere una volta al giorno alla sterilizzazione.

Il parere della puericultrice Giovanna Sottini

Per avere indicazioni più precise sulla reale utilità e sull’efficacia dei tiracapezzoli abbiamo chiesto il parere di un’esperta, la puericultrice ed educatrice perinatale Giovanna Sottini.

«Mi sento di dire in tutta serenità che i tiracapezzoli commerciali non sono un ausilio indispensabile. Spesso creano un’inutile ansia da prestazione medica in un momento delicato come l’inizio dell’allattamento, quando invece la natura ha già previsto tutto».

Ma se i capezzoli sono piatti o introflessi?

«Non si deve assolutamente pensare che questa condizione possa compromettere l’allattamento. Alcune neomamme sono talmente condizionate da questo presupposto errato che rinunciano persino ad allattare il neonato. Invece è proprio attaccandolo al seno che il piccolo con la suzione aiuta il capezzolo ad estroflettersi. Quindi attaccare spesso il bambino al seno è il modo migliore per far assumere al capezzolo la forma più indicata alla poppata e favorire così un percorso di allattamento sereno per la mamma e per il piccolo».

Ci indica altri ausili che possono essere d’aiuto in caso di capezzoli retratti?

1)I paracapezzoli: questi piccoli dispositivi, preferibilmente in silicone, imitano la forma del capezzolo materno. Posti sopra il capezzolo stesso durante la poppata aiutano il neonato a succhiare meglio, soprattutto in presenza di capezzoli piatti o retratti. Importante sceglierli della giusta forma e dimensione, applicarli nel modo corretto e indossarli solo al momento della poppata e non per l’intera giornata.

2) Il tiralatte: la ventosa di questo strumento applicata sul seno, una volta che si aziona la pompetta con la mano oppure si mette in moto il dispositivo se è elettrico, agisce con un’aspirazione che aiuta il capezzolo a estroflettersi. Sono sufficienti uno, due minuti di stimolazione prima della poppata perché, una volta tolto l’ausilio, il piccolo sia facilitato nella suzione.

3) La siringa invertita: si tratta di una sorta di tiracapezzoli fai da te, in versione usa e getta. Si prende una siringa di plastica sterile da 20 ml e con un coltello o con delle forbici robuste, facendo attenzione a non farsi male, si taglia via la punta conica, quella dove si posiziona l’ago. Si estrae il pistone della siringa e lo si rinfila al contrario nella parte appena tagliata. Si appoggia l’estremità liscia sull’areola e si tira lo stantuffo, sempre in modo molto delicato, così da creare un effetto ventosa che aiuta il capezzolo a uscire. Attenzione a staccare la siringa molto lentamente, spingendo leggermente lo stantuffo verso l’interno, così da non creare traumi.

«In genere si parte sempre utilizzando i paracapezzoli per passare poi al tiralatte e infine al metodo della siringa rovesciata» spiega l’esperta. «In ogni caso si tratta di ausili il cui impiego dovrebbe sempre essere valutato e seguito nell’utilizzo da personale specializzato. In modo particolare il supporto di una consulente dell’allattamento è prezioso per affiancare e sostenere la mamma nella delicata fase dell’allattamento, soprattutto nei momenti iniziali durante i quali si possono presentare difficoltà che spesso generano preoccupazione e sconforto. Un discorso che vale per tutte le mamme e in modo particolare per quelle che temono, proprio per via del fatto di avere capezzoli poco sporgenti, di non riuscire ad allattare il piccolo».

 
 
 

In breve

I tiracapezzoli nascono come strumenti per aiutare ad estroflettere il capezzolo quando è piatto o retratto. Come spiega la puericultrice non sono necessari: attaccare spesso il neonato al seno è il modo migliore perché, con la suzione, i capezzoli possano “uscire”.

 

Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono in alcun modo sostituire il rapporto diretto fra professionisti della salute e l’utente. È pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o specialisti.

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