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Il pianto del neonato è il suo principale mezzo di comunicazione per esprimere bisogni, disagi o emozioni. Imparare a interpretarlo richiede tempo e osservazione del linguaggio corporeo del bambino. All’inizio può essere complicato: gestire un lattante che piange provoca molto stress nei genitori, che finiscono per non comprendere pienamente i bisogni del piccolo.
Tuttavia, col tempo e l’osservazione del contesto, si riuscirà sempre più a interpretare il pianto del neonato e rispondere al suo bisogno, in genere fame, sonno, pannolino sporco o, semplicemente, coccole.
Come capire la differenza tra i vari tipi di pianto
Non tutti i pianti sono uguali. C’è quello più insistente e ritmico, quello simile a un lamento o quello acuto. Ognuno ha un suo particolare significato. Saperli distinguere consente di aiutare immediatamente il bambino, senza andare nel panico.
Per interpretare il pianto è utile – come afferma Pilar Nannini, pediatra con un master in Nutrizione e Dietetica – osservare alcuni elementi:
- Intensità e ritmo: un pianto che cresce gradualmente può indicare fame, mentre uno improvviso e molto forte può suggerire dolore
- Durata: alcuni pianti si risolvono rapidamente una volta soddisfatto il bisogno, altri possono essere più prolungati
- Segnali corporei: posizione delle gambe, movimento delle mani, tensione del corpo o espressione del volto possono fornire indizi importanti
- Momento della giornata: alcuni bambini piangono più spesso nelle ore serali, quando sono stanchi o sovrastimolati.
Spesso la strategia più efficace è procedere per tentativi: controllare il pannolino, offrire il latte, verificare se il bambino ha sonno o bisogno di contatto.
Pianto da fame
Quando un neonato ha fame, tende ad aprire la bocca nel tentativo di “trovare il latte”. Questa esigenza naturale, che nel lattante è molto frequente nell’arco della giornata, può essere accompagnata dal cosiddetto pianto da fame.
Come riconoscerlo? Di solito è un tipo di pianto molto insistente, segue un ritmo preciso ed è accompagnato da un’agitazione crescente ma, soprattutto, dalla ricerca della testa verso il seno.
Offrire nel più breve tempo possibile ciò di cui ha bisogno calmerà immediatamente l’irrequietezza del neonato e soddisferà pienamente la sua richiesta.
Pianto da sonno
Quando il neonato non si addormenta facilmente, ma ha necessità di riposare, è necessario cullarlo e rendere confortevole l’ambiente affinché possa dormire serenamente.
Tuttavia, può capitare che fatichi, scatenando il pianto da sonno, che appare quasi come un lamento. Il neonato apparirà agitato, i suoi occhi parleranno per lui: saranno quasi socchiusi con palpebre pesanti. Il suo piagnucolio sarà accompagnato anche da sbadigli, chiaro segnale del fatto che ha estremamente bisogno di riposare per ricaricarsi.
Prenderlo tra le braccia oppure metterlo in culla e dondolarlo, magari cantando una ninna nanna o riproducendo musiche dolci o rumori bianchi, lo aiuterà ad addormentarsi.
Ricordiamo che il neonato ha bisogno di dormire molto, soprattutto nei primissimi mesi di vita; può, infatti, arrivare a dormire dalle 16 alle 20 ore, ma non di fila.
Crescendo inizierà ad avvertire la differenza tra luce e buio, sarà più “attivo” e dormirà fino a 12 ore al giorno, considerando anche i riposini, in genere uno mattutino e uno pomeridiano.
Quindi, rispettare questi intervalli di riposo per il neonato è davvero fondamentale, altrimenti si scatenerà il pianto.
Scopri come addormentare un neonato
Pianto inconsolabile per le coliche o il reflusso
Quando il pianto del bambino è acuto e intenso, spesso si parla di coliche o reflusso. È un tipo di pianto inconsolabile, prendere in braccio il piccolo e cullarlo difficilmente lo tranquillizzerà.
Il suo corpo si irrigidisce, il viso si contrae e il suo dolore si esibirà in un pianto forte e inarrestabile. Talvolta è accompagnato anche da pause di apnea.
In genere si riconosce per la frequenza: si presenta nel tardo pomeriggio o la sera, sempre più o meno nello stesso intervallo di tempo.
Le coliche gassose sono molto fastidiose nei neonati: il passaggio dell’aria nell’intestino genera molto dolore, innescando crisi di pianto prolungate e intense.
Cosa fare? Innanzitutto bisogna essere molto pazienti. Le coliche non rappresentano una malattia: sebbene molto frequenti nei primi tre mesi, tendono a sparire gradualmente a cominciare dal secondo mese, per “terminare” il terzo mese. Se le crisi di pianto da coliche dovessero persistere, consultare il pediatra è fondamentale.
È possibile che il problema sia diverso, che si tratti di un pianto da reflusso gastroesofageo. Il fastidio, in questo caso, è provocato dal passaggio dei succhi gastrici acidi dallo stomaco all’esofago. Anche questo disturbo tende a risolversi intorno al terzo mese, con la maturazione del cardias (la valvola muscolare che collega l’esofago allo stomaco), o comunque quando il piccolo si avvia a un’alimentazione con cibi solidi.
Il genitore, per calmare il neonato e alleviare il suo dolore, può prenderlo in braccio e tenerlo a pancia in giù (posizione della presa della tigre sull’albero) cullandolo o dandogli qualche colpettino delicato sul sederino. Si potrà, poi, procedere con un massaggio in senso orario da effettuare attorno all’ombelico, sempre con delicatezza.
La nostra guida sulle differenze tra rigurgito e reflusso, e come gestirli
Pianto improvviso
Il pianto è il linguaggio base del neonato che esprime il suo disagio anche in altre situazioni, una specie di “avviso” per mamma e papà. Se muove le gambe e piange improvvisamente in modo intermittente, comunica di avere il pannolino sporco, quindi di provare fastidio (sentirsi troppo bagnato).
Con questo stesso tipo di pianto comunica anche un malessere verso la temperatura: se sente troppo caldo, magari perché esageratamente coperto, oppure freddo.
C’è anche il pianto da paura, magari quando il piccolo avverte rumori troppo forti e molesti: in questo caso il pianto è accompagnato da singhiozzi e risulta in genere irregolare.
Leggi come gestire il singhiozzo del neonato
Pianto da bisogno di contatto
Non tutti i pianti indicano un bisogno “fisico”, come spiega la pediatra: “Nei primi mesi molti bambini piangono anche per richiedere vicinanza e rassicurazione. In questi casi il pianto tende a calmarsi quando il piccolo viene preso in braccio o cullato.”
Quando preoccuparsi
In genere, tutti questi tipi di pianto del neonato si placano aiutando il piccolo a soddisfare il suo bisogno. E, di base, le coccole aiutano sempre ad alleviare le sue richieste.
Tuttavia, può capitare che il pianto del neonato desti qualche preoccupazione perché interminabile e inconsolabile.
Premesso che tutti i neonati piangono almeno qualche ora al giorno per varie ragioni, ci sono comunque dei segnali da prendere in considerazione più seriamente.
Il piccolo potrebbe piangere per un malessere fisico, se ha febbre ma anche vomito, diarrea o disidratazione, se non bagna il pannolino per oltre 5/6 ore. Potrebbe anche avere infezioni intestinali o otiti, il respiro affannato e forte fastidio, dal terzo mese in poi, dovuto ai denti che si preparano all’eruzione.
Si consiglia di consultare il pediatra se:
- il pianto è inconsolabile e molto prolungato
- il pianto è accompagnato da febbre, vomito, difficoltà respiratorie o scarso appetito. Soprattutto la febbre, nei primi tre mesi di vita, è un’urgenza e richiede una valutazione immediata in pronto soccorso
- il bambino appare insolitamente abbattuto o poco reattivo
- il pianto è diverso dal solito e compare improvvisamente senza una causa apparente
- il bambino non si alimenta come al solito
In generale, conclude la dottoressa Nannini, “Se un genitore ha la sensazione che “qualcosa non vada”, è sempre corretto confrontarsi con il pediatra. L’osservazione dei genitori, infatti, è uno strumento prezioso per riconoscere eventuali problemi.”
In breve
Acuto, prolungato, intermittente, talvolta implacabile: le coccole aiutano ad alleviare, seppur temporaneamente il pianto del neonato, ma l’intervento tempestivo è sempre la soluzione migliore.
