Displasia dell’anca: come curarla nei bambini

Francesca La Rana A cura di Francesca La Rana Pubblicato il 29/09/2022 Aggiornato il 29/09/2026

Dalla semplice immaturità dell’anca fino alla sublussazione o alla vera e propria lussazione della testa del femore. La diagnosi precoce permette, nella maggior parte dei casi, di intervenire con trattamenti non chirurgici e di favorire il normale sviluppo.

Displasia dell’anca: come curarla nei bambini

La displasia dell’anca nei bambini è un’alterazione dello sviluppo dell’articolazione che può interessare una sola anca oppure entrambe e può presentarsi con gradi diversi di gravità.

La condizione è più frequente nelle bambine e alcuni fattori aumentano il rischio, tra cui la presentazione podalica, la familiarità e alcune anomalie associate. Tuttavia, può comparire anche in bambini che non presentano particolari fattori di rischio.

La diagnosi si basa inizialmente sulla visita del neonato, durante la quale il pediatra esegue specifiche manovre cliniche. Quando indicato, viene eseguita un’ecografia delle anche, particolarmente utile nei primi mesi di vita.

Con la crescita, quando l’ossificazione della testa del femore è più avanzata, può essere necessaria la radiografia del bacino.

Il trattamento dipende dall’età del bambino, dal grado di displasia e dalla stabilità dell’anca.

Nei neonati e nei lattanti possono essere sufficienti tutori o divaricatori, mentre nelle forme più avanzate o diagnosticate tardivamente possono essere necessari gessi, procedure di riduzione e, nei casi più complessi, interventi chirurgici.

Cos’è la displasia dell’anca e perché la diagnosi precoce è fondamentale

La displasia dell’anca è un’alterazione dello sviluppo dell’articolazione coxo-femorale. L’articolazione è formata dalla testa del femore, che ha una forma approssimativamente sferica, e dall’acetabolo, una cavità del bacino che la accoglie.

In condizioni normali, la testa del femore è ben centrata nell’acetabolo. Nella displasia, invece, l’acetabolo può essere poco sviluppato oppure la testa del femore può risultare instabile e non adeguatamente contenuta. Nei casi più importanti può arrivare a spostarsi parzialmente o completamente dalla sua sede, dando origine rispettivamente a una sublussazione o a una lussazione dell’anca.

Può quindi avere caratteristiche molto diverse. Alcune anche presentano una semplice immaturità che tende a risolversi spontaneamente, mentre altre richiedono un trattamento specifico. Per questo motivo non è sufficiente parlare genericamente di “anca displasica”: la valutazione deve considerare la stabilità dell’articolazione, la maturazione dell’acetabolo e l’età del bambino.

Le cause non sono sempre identificabili. Si ritiene che l’origine sia multifattoriale e che possano contribuire fattori genetici, ormonali e meccanici.

Tra i principali fattori di rischio per la displasia dell’anca rientrano:

  1. presentazione podalica
  2. familiarità
  3. sesso femminile.

Anche alcune anomalie muscolo-scheletriche associate possono aumentare la probabilità che sia presente una displasia.

La diagnosi precoce è particolarmente importante perché l’articolazione del neonato è ancora in fase di sviluppo.

Quando la testa del femore viene mantenuta correttamente all’interno dell’acetabolo, la crescita delle due componenti dell’articolazione può procedere in modo armonico.

Al contrario, una displasia non riconosciuta può diventare più difficile da trattare con il passare dei mesi e degli anni.

Nei bambini più grandi possono comparire limitazione dei movimenti, differenza nella lunghezza degli arti, alterazioni della deambulazione e zoppia.

Nel lungo periodo, una displasia persistente può favorire una degenerazione precoce dell’articolazione e l’insorgenza di artrosi.

Scopri qui come avviene il parto podalico

Sintomi

Nei primi mesi di vita i sintomi non sono facilmente riconoscibili dai genitori. Questo è uno dei motivi per cui i controlli pediatrici sono fondamentali.

Durante la visita, il medico può valutare la stabilità delle anche attraverso le manovre di Ortolani e Barlow. Questi test servono a verificare se la testa del femore tende a uscire dall’acetabolo oppure se può essere riportata nella sua sede.

Alcuni segnali possono inoltre far nascere il sospetto di un problema all’anca, e sono:

  • ridotta apertura di una coscia rispetto all’altra
  • differenza nell’altezza delle ginocchia quando il bambino è posizionato con anche e ginocchia flesse
  • nei casi monolaterali, una possibile differenza nella lunghezza degli arti.

Le asimmetrie delle pieghe cutanee delle cosce e dei glutei, invece, non sono sufficienti da sole per diagnosticare una displasia. Possono essere presenti anche in bambini sani e devono quindi essere interpretate insieme agli altri elementi della visita.

Quando la condizione non viene riconosciuta nei primi mesi, i sintomi possono diventare più evidenti con l’acquisizione della stazione eretta e della deambulazione. Il bambino può iniziare a camminare più tardi oppure presentare una zoppia. Nei casi più importanti può essere presente una diversa lunghezza degli arti o un’alterazione del movimento dell’anca.

È importante sottolineare che l’assenza di sintomi non esclude la presenza di una displasia dello sviluppo dell’anca. Proprio per questo la valutazione clinica nei controlli pediatrici mantiene un ruolo essenziale.

Tutto quello che c’è da sapere sulla manovra di Ortolani

Quando fare l’ecografia delle anche

L’ecografia delle anche nei neonati è uno degli strumenti più importanti per valutare lo sviluppo dell’articolazione nei primi mesi di vita. A differenza della radiografia, l’ecografia permette di studiare anche le strutture cartilaginee che nei neonati non sono ancora completamente ossificate.

Il momento dell’esame può variare in base alla situazione clinica e ai protocolli adottati. Nei neonati che presentano fattori di rischio, come la posizione podalica, una familiarità significativa o un’instabilità riscontrata alla visita, l’ecografia può essere indicata già intorno alle 6 settimane di vita.

In assenza di fattori di rischio, molti pediatri consigliano comunque un controllo ecografico generalmente entro i primi 3 mesi.

L’ecografia può essere eseguita secondo la metodica di Graf, che consente di classificare lo sviluppo dell’anca e di distinguere le forme fisiologicamente immature da quelle che necessitano di un controllo o di un trattamento.

Con la crescita, l’ecografia diventa progressivamente meno adatta a valutare alcune strutture ossee. Dopo i primi mesi, la radiografia del bacino può diventare l’esame di riferimento quando è necessario approfondire la situazione.

I trattamenti più efficaci

Il trattamento della displasia dell’anca nei bambini viene stabilito in base alla gravità dell’alterazione e soprattutto all’età del bambino.

Tutore

Nei bambini più piccoli, quando l’anca è ancora riducibile e può essere mantenuta nella posizione corretta, il trattamento può prevedere un tutore di abduzione, spesso indicato come tutore di Pavlik o un divaricatore. Il dispositivo mantiene le anche in una posizione favorevole allo sviluppo, permettendo al tempo stesso un certo movimento controllato delle gambe.

La durata del trattamento non è uguale per tutti. Può variare in relazione alla gravità della displasia e alla risposta dell’anca. Durante il percorso sono necessari controlli clinici ed ecografici, in modo da verificare che la testa del femore rimanga correttamente centrata e che l’acetabolo maturi in maniera adeguata.

È importante che il tutore venga applicato e regolato dal personale sanitario. Non è consigliabile modificare autonomamente la posizione delle cinghie o interrompere il trattamento senza indicazione dello specialista.

Riposizionamento dell’anca

Quando la diagnosi viene effettuata più tardi o quando è presente una vera lussazione dell’anca, il trattamento può diventare più complesso. In determinate situazioni può essere necessario ricorrere alla riduzione chiusa, cioè al riposizionamento della testa del femore nell’acetabolo senza un intervento chirurgico aperto. Dopo la riduzione può essere utilizzato un apparecchio gessato per mantenere l’articolazione nella posizione corretta.

Intervento chirurgico

Se la riduzione chiusa non è possibile oppure se la displasia viene diagnosticata a un’età più avanzata, può essere necessario un intervento chirurgico. La procedura viene scelta in base all’età e alle caratteristiche anatomiche dell’anca e può comprendere la riduzione chirurgica e, nei casi selezionati, interventi sulle ossa del femore o del bacino per correggere la forma dell’articolazione.

Valutazioni e complicazioni

Il trattamento precoce riduce la necessità di procedure più invasive. Questo non significa, però, che ogni alterazione ecografica debba essere trattata immediatamente con un tutore. Alcune forme lievi e stabili possono richiedere semplicemente osservazione e controlli, secondo la valutazione dello specialista.

Un aspetto importante riguarda anche la posizione delle gambe del neonato. È opportuno evitare pratiche che mantengano le anche rigidamente estese e le gambe strette una contro l’altra. Al contrario, durante la fasciatura è importante consentire alle gambe di rimanere libere di flettersi e divaricarsi. Anche l’utilizzo di fasce e marsupi deve permettere una posizione fisiologica delle anche.

I pannolini doppi o tripli non rappresentano una cura della displasia dell’anca e non devono essere utilizzati come alternativa a un trattamento indicato dal medico.

Una complicanza possibile dei trattamenti più impegnativi è la necrosi avascolare della testa del femore, dovuta a un’alterazione dell’apporto di sangue alla parte superiore del femore. Si tratta di una complicanza nota, la cui probabilità dipende anche dalla gravità della situazione e dal tipo di trattamento. Per questo motivo il percorso terapeutico deve essere seguito da un’équipe con esperienza in ortopedia pediatrica.

La nostra guida su quando fare la visita ortopedica in età pediatrica

 

 

 
 
 

In breve

La displasia dell’anca è una condizione che può avere conseguenze importanti se non viene riconosciuta, ma che nella maggior parte dei casi può essere gestita efficacemente quando viene individuata nei primi mesi di vita. La visita pediatrica, l’ecografia entro i 3 mesi e i controlli ortopedici consentono di verificare precocemente le anomalie e di scegliere il trattamento più appropriato.

 

Fonti / Bibliografia

Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono in alcun modo sostituire il rapporto diretto fra professionisti della salute e l’utente. È pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o specialisti.

Controlla le curve di crescita per il tuo bambino

Ricette per lo svezzamento

Vaccini per bambini

Elenco frasi auguri nascita

Elenco frasi auguri battesimo

Le domande della settimana

Cortisonico in spray prescritto in gravidanza per una forte rinite: può essere pericoloso?

Gli Specialisti Rispondono di Dottoressa Elisa Valmori

Il mometasone assunto sotto forma di spray nasale entra in circolo in quantità davvero minime, quindi è senz'altro opportuno impiegarlo quando il medico ritiene strettamente necessario prescriverlo.   »

Mancato accollamento in 7^ settimana: la gravidanza è a rischio?

Gli Specialisti Rispondono di Dottoressa Elisa Valmori

Non è corretto definire "a rischio" una gravidanza in cui l'ecografia individua un modesto mancato accollamento (non è associato a perdite), ma non lo è neppure trascurare quanto rilevato.   »

Salmone alterato assunto in gravidanza: ci sono rischi?

Gli Specialisti Rispondono di Dottor Fabrizio Pregliasco

Assumere del salmone avariato può esporre a conseguenze anche molto serie, tuttavia è realmente difficile non accorgersi dell'alterazione perché il pesce andato a male ha sia l'aspetto sia il sapore significativamente alterati.   »

Beta che aumentano poco: proseguirà la gravidanza?

Gli Specialisti Rispondono di Professor Augusto Enrico Semprini

Quando la gravidanza arriva a un'epoca in cui è individuabile con l'ecografia, il monitoraggio del valore delle beta non ha più grande significato. Sono le informazioni che raccoglie l'ecografo a stabilire cosa sta accadendo.   »

Bimba di 4 anni che fa (di nuovo) la pipì a letto: che fare?

Gli Specialisti Rispondono di Dottor Leo Venturelli

A quattro anni non desta preoccupazione il fatto che una bambina bagni ancora il letto di notte: le strategie da adottare sono varie e tra queste è particolarmente importante non esprimere giudizi che possano mortificarla.   »

Fai la tua domanda agli specialisti