Marsupioterapia: ancora un privilegio per pochi prematuri

Roberta Camisasca A cura di Roberta Camisasca Pubblicato il 22/11/2018 Aggiornato il 22/11/2018

La pratica della marsupioterapia è ancora poco diffusa in Italia, nonostante le evidenze scientifiche sui benefici per i prematuri aumentino

Marsupioterapia: ancora un privilegio per pochi prematuri

La Kangaroo-mother care o marsupioterapia, una pratica per cui i neonati, nudi e con il solo pannolino, rimangono a contatto pelle a pelle con mamma o papà, rischia di essere garantita solo per alcuni neonati e per un tempo limitato, quando invece figura tra le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità per migliorare la salute dei prematuri.

Un contatto di vitale importanza

La marsupioterapia promuove il contatto, fuori dall’incubatrice(), tra il neonato e il genitore e ha svariati benefici riconosciuti dalla scienza: sostiene lo sviluppo neuromotorio dei neonati, riduce lo stress, regola il ritmo sonno-veglia, sostiene la maturazione dello sviluppo neurocomportamentale, riduce la mortalità e la permanenza in ospedale dei prematuri. Inoltre è terapeutica anche per la mamma, attenuando la sensazione di stress e disagio spesso sperimentata in seguito a un parto prematuro e aumentando la disponibilità di latte, con tutti i benefici dell’allattamento naturale.

Vasta offerta teorica

Nata alla fine degli anni Settanta, la marsupioterapia figura oggi nell’assistenza neonatale in tutto il mondo, al posto dell’incubatrice tradizionale o come strategia di cura integrata. Secondo un’indagine della Sin (Società italiana di neonatologia), in Italia la Kangaroo mother care è offerta in più del 90% delle terapie intensive neonatali, in un terzo senza limiti di tempo e due terzi proposta più di una volta al dì.

La realtà è diversa

Ma l’offerta teorica del servizio per i prematuri non significa che questo venga effettivamente effettuato: quando solo il 61% delle Tin consente accesso 24 ore su 24 (e solo il 27% più di 10 ore al giorno), di fatto è impossibile che lo sia. L’Italia, infatti, risulta oggi il fanalino di coda nell’ambito dell’apertura continuativa delle terapie intensive neonatali, mentre la Sin si batte da tempo perché non ci siano orari di apertura o chiusura di questi reparti. A questi limiti se ne aggiungono altri, ribadiscono dalla Sin, quali la mancanza di protocolli scritti che facciano da guida e la mancata formazione del personale.

 
 
 

Da sapere!

Secondo dati della Sin, i neonati di età gestazionale inferiore alle 37 settimane sono ancora circa il 10% (quelli sotto le 32 settimane circa l’1%) e presentano elevati rischi di salute, anche a distanza dalla nascita.

 

 

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