Quando inizia a sorridere un neonato e come interpretarlo

Silvia Finazzi A cura di Silvia Finazzi Pubblicato il 13/10/2025 Aggiornato il 16/10/2025

All’inizio si tratta di un gesto involontario, ma dopo i due mesi di vita diventa sempre più consapevole. È il suo modo di comunicare piacere e gioia.

Quando inizia a sorridere un neonato e come interpretarlo

Nelle primissime settimane di vita, il sorriso del neonato è un riflesso involontario che spesso compare nella fase dell’addormentamento e durante il sonno e non ha un significato emotivo. È a partire dalle sei-otto settimane che il bimbo inizia a sorridere in modo intenzionale, in risposta al volto o alla voce dei genitori.

Col passare dei mesi, il sorriso diventa sempre più consapevole e comunicativo, accompagnato da suoni e movimenti. È un segnale importante dello sviluppo emotivo e relazionale. I genitori possono favorire questo processo offrendo alcuni stimoli al bebè: parlargli, sorridergli spesso, coccolarlo e interagire con lui sono tutte buone abitudini che favoriscono la comparsa dei primi sorrisi autentici. Se entro i tre mesi il bambino non sorride mai o non mostra interesse per gli stimoli, è bene parlarne con il pediatra. Bisogna tenere presente, però, che ogni piccolo ha i propri tempi.

Di cosa si tratta

Anche il sorriso, così come molte altre conquiste dei primi anni di vita (dai primi passi al linguaggio), rappresenta una delle tappe naturali del processo di crescita del bambino. Nelle prime settimane, i sorrisi del neonato non sono intenzionali.

Si tratta di movimenti riflessi della bocca legati a un’attività cerebrale involontaria e all’immaturità del sistema nervoso. Spesso compaiono durante l’addormentamento o il sonno oppure subito dopo la poppata, quando il piccolo è rilassato e appagato. In genere, sono di breve durata e si verificano in maniera del tutto casuale. Non sono dunque espressione di emozioni come gioia, eccitazione o felicità. I sorrisi riflessi tendono a diradarsi con il passare del tempo, fino a scomparire attorno ai due mesi.  

Nel frattempo, iniziano a comparire i sorrisi veri, ossia quelli che hanno un significato emotivo e che sono un mezzo attraverso cui il bebè esprime ciò che di positivo sta provando in quel momento, diventando un linguaggio dell’affettività. In gergo tecnico si parla di sorrisi sociali, poiché si tratta di reazioni a interazioni e stimoli specifici, come la voce, il volto e le attenzioni dei genitori.

In altre parole, il sorriso diventa una forma di comunicazione, un modo con cui il piccolo inizia a interagire con il mondo esterno. È il momento in cui mamma e papà si sentono “riconosciuti” dal figlio. Il sorriso, quindi, non è solo un gesto tenero, ma rappresenta una tappa evolutiva fondamentale nella crescita affettiva e relazionale. 

Fra le sei e le otto settimane, sorrisi riflessi e sorrisi sociali possono coesistere. Tuttavia, distinguerli è abbastanza semplice: quelli che si verificano in risposta a qualcosa sono probabilmente veri, mentre quelli che compaiono durante l’addormentamento o quando il piccolo è particolarmente stanco sono con tutta probabilità involontari. 

Tabella del sorriso in base all’età

Ecco come si evolve il sorriso del neonato mese dopo mese:

  • 0-1 mese: i sorrisi sono riflessi e si manifestano soprattutto nel sonno o dopo la poppata. Sono il risultato di una reazione automatica del cervello e non hanno una motivazione emotiva
  • 6-8 settimane: iniziano a comparire i primi sorrisi veri, i cosiddetti sorrisi sociali. Il neonato reagisce ai volti familiari, ai suoni dolci e alle carezze
  • 3-4 mesi: i sorrisi diventano più frequenti e comunicano piacere, curiosità e divertimento. Il bimbo usa movimenti diversi in risposta a stimoli diversi. Spesso i sorrisi sono accompagnati da vocalizzi, completa apertura della bocca o movimenti del corpo
  • 5-6 mesi: i sorrisi si trasformano in vere e proprie risate durante le interazioni con gli altri. Il piccolo risponde con entusiasmo a stimoli come giochi o versi buffi
  • 7-9 mesi: il bambino comincia a distinguere le persone e può sorridere selettivamente a chi conosce meglio e a chi percepisce come piacevole
  • 10-12 mesi: il sorriso diventa ancora più intenzionale e comunicativo. Il bebè lo utilizza per attirare l’attenzione, esprimere gioia o “partecipare” alla vita familiare.

Perché i neonati sorridono nel sonno

Molti neonati sorridono durante il sonno. Un tempo si diceva che “sorridessero agli angeli”. In realtà, anche in questo caso si tratta probabilmente di gesti automatici e involontari. Gran parte di questi sorrisi avvengono durante la fase REM del sonno, quella in cui si sogna e le palpebre si muovono rapidamente. Anche se non si sa con certezza se i bimbi sognino davvero, in questa fase il cervello è molto attivo: di conseguenza i sorrisi potrebbero essere una risposta agli stimoli interni, un modo per elaborare le esperienze della giornata e le prime sensazioni piacevoli o di benessere.

Inoltre, nelle prime settimane di vita, il sistema nervoso del neonato è ancora immaturo e in via di sviluppo, per cui durante il sonno profondo può effettuare delle sorte di test sui muscoli.

È anche per questa ragione che potrebbero verificarsi dei micromovimenti muscolari involontari, tra cui appunto il sorriso.

Se il piccolo sorride, insomma, non significa necessariamente che stia sognando qualcosa di bello, ma sicuramente è indice del corretto funzionamento del sistema neurologico. Quando il bambino diventa più grandicello, invece, il sorriso durante il sonno può avere un significato emotivo e indicare che il bebè si sente protetto e al sicuro e vive uno stato di benessere e serenità.

Bisogna preoccuparsi se non sorridono?

Ogni bambino ha i propri tempi di crescita e non sempre raggiunge i vari traguardi dello sviluppo all’età dei suoi coetanei. Se un bimbo non sorride nelle prime settimane non bisogna preoccuparsi subito.

Alcuni bebè impiegano un po’ più di tempo a sorridere, soprattutto se nati prematuri o se particolarmente tranquilli. Solo se a tre mesi il bambino non sorride mai, meglio parlarne con il pediatra.

A maggior ragione se sono presenti anche altri segnali, in particolare non fissa i volti, non segue con lo sguardo e non mostra interesse per i suoni familiari. In rari casi, la mancanza di sorriso può essere un campanello d’allarme per disturbi dello sviluppo o per difficoltà visive o uditive, ma solo un medico può valutarlo correttamente.

Come favorire il sorriso del neonato

Lo sviluppo emotivo e relazionale del neonato dipende molto anche dagli stimoli ricevuti e dal contesto: parlargli, sorridergli spesso, coccolarlo e interagire con lui sono tutte buone abitudini che favoriscono la comparsa dei primi sorrisi autentici.

Il neonato percepisce il tono della voce, l’energia e la serenità di chi lo circonda. Quando si sente accolto e sicuro, risponde naturalmente con un sorriso. 

Ecco, nel dettaglio, alcuni comportamenti che aiutano questo processo.

  • Guardarlo negli occhi e sorridergli spesso fin dai primi giorni di vita 
  • Sostenere sempre il suo sguardo
  • Parlare con voce dolce e modulata
  • Creare momenti di gioco faccia a faccia
  • Fargli smorfie buffe avvicinandosi al suo viso.
  • Cantare una canzone o fare suoni divertenti, come i versi degli animali
  • Evitare ambienti troppo rumorosi o caotici
  • Offrire un contatto fisico rassicurante, come le coccole, le carezze o il contatto pelle a pelle
  • Se distoglie lo sguardo o non risponde agli stimoli di mamma e papà non insistere
  • Se è stanco o molto affamato, assecondare prima il bisogno di mangiare e quello di dormire. 
 

In breve

Il sorriso del neonato è molto più di un gesto tenero: è uno dei primi linguaggi dell’affetto e della relazione. Dapprima è involontario e riflesso, poi dalle sei-otto settimane di vita diventa consapevole e segna il momento in cui il bambino inizia a comunicare con il mondo. Osservare il proprio figlio mentre sorride e incoraggiarlo con amore significa accompagnarlo nella crescita emotiva e rafforzare il legame unico con lui.

 

Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono in alcun modo sostituire il rapporto diretto fra professionisti della salute e l’utente. È pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o specialisti.

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