Disturbi del neonato – 4°mese

Ecco i disturbi che possono interessare il bambino durante il quarto mese di vita. Sintomi, cause e rimedi

La dermatite atopica

Il termine “atopia” indica una reattività anomala contro una varietà di possibili sostanze: in questo senso, la dermatite atopica può essere intesa come una forma più ampia di “allergia”, che si sviluppa anche nei confronti di componenti del tutto innocui. Può cominciare all’improvviso, con la formazione di chiazze rosse soprattutto sulle guance, che tendono via via a espandersi e a diventare umide, oppure può subentrare a una precedente dermatite seborroica (per esempio, la crosta lattea).

Il problema è più frequente nei figli di genitori allergici e nei bambini che vivono in città rispetto a quelli che risiedono in campagna, più esposti a una varietà di stimoli ambientali.

Una volta consolidatasi, la dermatite atopica ha un andamento ciclico: a una fase iniziale, in cui la cute appare umida, segue un periodo in cui la pelle diventa secca e screpolata. Conclude il ciclo qualche giorno di apparente risoluzione di tutte le manifestazioni che, oltre al volto, interessano anche gli avambracci (in prossimità del gomito) e le gambe (nella piega del ginocchio).

Che cosa fare

Rivolgersi al pediatra, soprattutto di fronte a una chiazza che tende a ingrandirsi. La cura della dermatite atopica si avvale di preparati locali finalizzati a un duplice scopo: da un lato, ridurre l’infiammazione attraverso cortisonici da applicare per qualche giorno; dall’altro, difendere la pelle con prodotti lenitivi e protettivi (il prurito, che nel piccolo si presenta 
come un’irrequietezza e una tendenza a sfregarsi a parte interessata, è un classico segno della “fase acuta”). Dato che la pelle atopica tende a infettarsi con maggiore facilità, è bene evitare il contatto del bambino con un individuo affetto da varicella o herpes, per evitare una reazione molto più seria.

Il vomito

Il vomito, al pari della diarrea, è un segno che deve destare sempre attenzione, in quanto comporta una perdita rilevante di acqua e sali minerali. Per questo, soprattutto nel primo anno, è importante non sottovalutare mai il problema, soprattutto se gli episodi tendono a ripetersi nell’arco della giornata.

Un primo elemento riguarda la ricerca delle sue possibili cause: se, per esempio, il bambino ha catarro o colpi di tosse secca (ma non ha la febbre) è molto probabile che il vomito sia scatenato su base riflessa dalla tosse stessa. L’aumento della temperatura cutanea, la comparsa di diarrea o di un alito cattivo devono indurre invece a pensare subito a un’infezione gastrointestinale e rendono quindi necessaria una visita dal proprio pediatra.

Che cosa fare

In caso di vomito riflesso, cioè se è scatenato da un colpo di tosse, è importante, su consiglio del pediatra, contrastare la tosse con farmaci appositi: ossia con un sedativo se è secca, con un fluidificante (o mucolitico) in caso di catarro, per agevolarne l’espulsione. 
Poiché il vomito provoca spesso una consistente perdita di liquidi e sali minerali dall’organismo, è bene mantenere il bambino sempre ben idratato: se viene nutrito dalla mamma, quindi, è sufficiente semplicemente attaccarlo al seno più volte, se invece viene alimentato con il latte formulato è indicato l’utilizzo di un preparato reidratante, studiato appositamente proprio per reintegrare le perdite di liquidi. In quest’ultimo caso, inoltre, è consigliabile anche un temporaneo aumento della frequenza delle poppate con riduzione del volume di latte offerto ogni volta al piccolo.

Se il vomito tende a ripetersi più volte ed è dovuto piuttosto a un’infezione gastrointestinale, 
il medico può suggerire l’impiego di fermenti lattici, utili a ripristinare la flora intestinale (l’insieme dei batteri “buoni” che di norma vive nell’intestino). Il pediatra valuterà, eventualmente, anche l’opportunità di prescrivere un procinetico, cioè un farmaco che stimola l’attività contrattile del tubo digerente.

La stitichezza

Molti genitori si preoccupano quando i loro bambini si scaricano con difficoltà. A questo proposito, è bene sapere che ogni individuo, quindi anche il piccolo, ha proprie caratteristiche. Un criterio importante da valutare è la qualità delle feci: se sono così compatte da rendere difficoltosa l’evacuazione è lecito parlare di stitichezza, diversamente no.

In genere, il bambino allattato al seno si scarica ogni giorno, ma non c’è da preoccuparsi se si scarica di meno; se quindi, indipendentemente dalla frequenza, l’emissione delle feci non comporta particolare difficoltà, è tollerabile fino a una settimana tra un’evacuazione e l’altra, purché le sue feci siano molli. È più facile, invece, che a soffrire di stitichezza siano i bambini nutriti con il latte in formula. La stitichezza vera e propria spesso si accompagna a manifestazioni di disagio, primo tra tutte il pianto. Possono anche comparire piccole screpolature (o ragadi) intorno all’ano.

Che cosa fare

Se il piccolo viene alimentato con il latte in formula, il pediatra può suggerire un’acqua minerale diversa (sempre oligominerale, ma con maggior contenuto di sali minerali) per la ricostituzione del latte (cioè per la preparazione del biberon) o l’impiego (ma solamente in casi saltuari) di un sondino, con cui stimolare delicatamente l’ano. Un vecchio rimedio tuttora praticato consiste nel far bere al piccolo, una volta raffreddata, l’acqua in cui sono state fatte precedentemente bollire delle prugne secche (quattro-cinque prugne in un litro d’acqua).

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