Sindrome bambino scosso: come avviene e quali sono i sintomi

Roberta Raviolo A cura di Roberta Raviolo Pubblicato il 10/04/2026 Aggiornato il 10/04/2026

Disabilità fisica e mentale, in qualche caso anche morte. Sono le conseguenze di questa sindrome, una gravissima forma di abuso del neonato.

La sindrome del bambino scosso può portare a conseguenze molto serie, perfino letali. Ecco che cosa non bisogna mai fare quando si ha in braccio un neonato

Può capitare di sentir parlare, purtroppo, di casi di sindrome del bambino scosso. È la forma più seria di maltrattamento del neonato, in una fase della vita in cui è del tutto inerme e bisognoso di cure e attenzioni.

Certo, essere genitore di un bimbo appena nato, che piange e impedisce il riposo, mette a dura prova i nervi. Una gestione impropria, dettata dalla stanchezza e dallo sfinimento, può però sfociare nella sindrome del bambino scosso, che ha pesanti conseguenze come disabilità fisica e mentale permanente

Di cosa si tratta

Detta anche Shaken Baby Syndrome, con questo termine si intendono una serie di manifestazioni che presenta un bambino piccolo, dopo essere stato sottoposto a uno scuotimento violento, che si verifica quando una persona adulta, afferrando il bambino per il tronco, lo scuote avanti e indietro, sottoponendo il collo e la testa del piccolo a un movimento simile al colpo della frusta, ripetuto più volte.

Questo può causare danni molto seri. Infatti, il capo del neonato ha dimensioni piuttosto voluminose e pesa molto rispetto al corpo. Inoltre, i muscoli del collo non sono ancora sviluppati. Non riescono quindi a opporre una sufficiente resistenza alla forza impressa da un adulto. Di conseguenza, la testolina è sottoposta a una serie di rotazioni e di movimenti avanti e indietro con accelerazioni e decelerazioni.

“Cervello, cervelletto, midollo spinale contenuti nella scatola cranica subiscono quindi un trauma contro le ossa del cranio stesso”, spiega il dottor Raffaele Falsaperla, Direttore di Pediatria dell’ospedale San Marco di Catania. “Si possono quindi verificare lesioni alle strutture nervose, ai vasi sanguigni, con emorragie e traumi”.

Sintomi 

Il neonato, soprattutto nelle prime settimane di vita, non riesce a manifestare chiaramente il suo malessere. Ecco i sintomi ai quali fare attenzione:

  • nausea, vertigini, vomito, fino ad alterazione dello stato di coscienza e coma: in questo caso si tratta delle conseguenze di un ematoma subdurale, il versamento di sangue nelle meningi (lo strato di tessuto che separa il cervello dalla scatola cranica)
  • mal di testa, attacchi epilettici, perdita di coscienza: questi sintomi più seri possono nascondere un edema cerebrale, l’accumulo di liquido nel cervello. Questo, gonfiandosi, comprime i capillari sanguigni e blocca l’afflusso di sangue e ossigeno al cervello stesso. I tessuti cerebrali vanno quindi incontro a sofferenza
  • comparsa di macchioline di sangue sulla retina: sono dovute a emorragia della retina (la sottile membrana dell’occhio che accoglie gli stimoli luminosi) a causa del trauma. È tuttavia impossibile che i famigliari del bambino si accorgano di questo sintomo. Le macchie di sangue sulla retina riescono ad essere individuate solo dal medico con l’oftalmoscopio.

Più spesso i sintomi sono meno evidenti e quindi è non è facile capire se si tratta di sindrome del bambino scosso.

La sintomatologia nel neonato è ancora più subdola rispetto alle successive fasi evolutive. Spesso compaiono solo sonnolenza, difficoltà di suzione o deglutizione, irritabilità, vomito o inappetenza. Per una diagnosi vera e propria occorre una visita pediatrica o neurologica.

Inoltre possono rendersi necessari esami come la Tc o la risonanza dell’encefalo per valutare eventuali danni cerebrali.

Conseguenze della sindrome del bambino scosso

A seconda della violenza dello scuotimento al quale è stato sottoposto il bambino possono verificarsi conseguenze di vario tipo.

  • Con il tempo, possono subentrare difficoltà motorie o del linguaggio più o meno evidenti. Quando sono lievi, perché il bambino era già grandicello oppure il movimento non era stato troppo violento, spesso è difficile collegare a un episodio di scuotimento avvenuto nell’infanzia.
  • Nei casi più seri possono comparire alterazioni dello stato di coscienza, convulsioni, cecità, perdita della vista, coma e morte.

Fino a che età può fare attenzione

Pur in assenza di dati certi relativi al fenomeno, si stima che in Italia l’incidenza della Sbs sia di 3 casi ogni 10.000 bambini sotto l’anno di vita: in realtà potrebbero essere molto di più, tenendo conto anche della difficoltà della diagnosi e del fatto che molte piccole vittime non giungono nemmeno all’attenzione dei medici.

Le conseguenze della sindrome del bambino scosso possono dipendere, oltre che dall’intensità del trauma, anche dall’età del piccolo. I danni maggiori si verificano nelle primissime settimane di vita: il picco di incidenza si registrerebbe tra le 2 settimane e i 6 mesi di vita, fase contraddistinta dalla massima intensità del pianto del neonato e da specifiche caratteristiche anatomiche che favoriscono la comparsa della sindrome (assenza del controllo del capo, struttura ossea fragile).

Difficile è stabilire poi quanto intenso e protratto debba essere lo scuotimento per produrre un danno: in base alle dichiarazioni degli adulti responsabili, il bimbo vittima di sindrome del bambino scosso risulta essere stato scosso in modo energico per 3-4 volte al secondo per un intervallo compreso tra i 4 e i 20 secondi.

Dopo questa età la muscolatura del collo del bambino si rafforza ma è comunque possibile causargli seri danni con lo scuotimento o anche con giochi troppo dinamici, come farlo sobbalzare sulle ginocchia o lanciarlo in aria. In generale il piccolo può essere soggetto alle conseguenze della sindrome del bambino scosso fino almeno ai due anni di età.

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Come calmare un bambino senza scuoterlo

Non è facile ma è essenziale prevenire la sindrome del bambino scosso. È vero che i primi mesi di vita sono impegnativi, tra le fatiche del puerperio e la mancanza di sonno. Si deve però ricordare che il neonato non ha altro modo, se non il pianto, per esprimere le proprie esigenze. Per calmarlo, per nessun motivo il piccolo va scosso, nemmeno leggermente.

Ci sono molte soluzioni alternative per cercare di calmare il neonato scongiurando ogni pericolo. Tra queste:

  • cullarlo nella carrozzina
  • fargli fare un giro in auto
  • fargli un bagnetto rilassante
  • fargli fare una passeggiata all’aperto
  • ripiegargli le gambine in posizione fetale per produrre un senso di contenimento
  • fargli sentire un rumore di sottofondo continuo (come quello del phon)
  • non tenerlo in braccio durante un litigio o una discussione con un famigliare: se si è nervosi o irritati il bimbo va lasciato tranquillo nella sua culla

Se si avvertono sentimenti negativi, tristezza perenne, se ci si sente in difficoltà o inadeguati è essenziale rivolgersi a una persona di fiducia: un amico, un familiare, il pediatra, l’ostetrica possono fornire supporto se ci si sente allo stremo delle forze. Non si deve avere timore a chiedere aiuto soprattutto se si è soli a gestire il bambino.

Esistono precise linee guida internazionali che proteggono la sicurezza e il benessere di mamma e bambino. Se la crisi non si ferma e ci si sente particolarmente esasperati, pur di evitare il rischio dello scuotimento, è consigliabile allontanarsi dal bambino, lasciandolo in un posto sicuro, finché non si è riconquistata la calma.

 

 
 

In breve

La sindrome del bambino scosso è una condizione che si verifica quando il bambino viene scosso con violenza in avanti e indietro, oppure sottoposto a giochi violenti e inappropriati per la sua tenera età. Può presentare diversi livelli di serietà, da irritabilità e malessere che passano inosservati, fino a condizioni serie come edema cerebrale, perdita di coscienza, coma, decesso. 

 

Fonti / Bibliografia

Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono in alcun modo sostituire il rapporto diretto fra professionisti della salute e l’utente. È pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o specialisti.

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