Bambini nel bosco: se la scelta di un’infanzia bucolica lede i diritti inviolabili dei bambini

Laura de Laurentiis A cura di Laura de Laurentiis, con la consulenza di Leo Venturelli - Dottore specialista in Pediatria, Angela Raimo - Dottoressa specialista in Psichiatria Pubblicato il 25/11/2025 Aggiornato il 27/11/2025

Quello che deve essere centrale in questa complessa vicenda di cronaca è l'assenza dei diritti fondamentali per i bambini, ovvero salute e istruzione.

Casa nel bosco

La questione dei “tre bambini del bosco”, così come vengono chiamati Utopia Rose, 8 anni, Galorian e Bluebell, gemelli maschio e femmina di 6, portati via ai genitori, ha sollevato dibattiti accesi, polemiche e la nascita di due schieramenti opposti: c’è chi ha trovato ingiusta e deprecabile l’azione dei giudici che hanno sottratto i figli a mamma e papà e chi invece ritiene che le ragioni del Tribunale dei minori siano sufficienti per giustificare il provvedimento.

Sono nati, insomma, due veri e propri schieramenti ed è questa l’ultima cosa che sarebbe dovuta accadere.  <<La vicenda è complicata e qui non si tratta proprio di fare il tifo come allo stadio >> dice il dottor Leo Venturelli, pediatra. <<L’unica cosa che conta, come sempre del resto, è il bene dei bambini e il rispetto dei loro diritti. Crescere in un bosco può essere un’opportunità straordinaria, addirittura migliore rispetto a quella che si trovano a vivere milioni di bambini, chiusi in casa e dipendenti dalla tecnologia addirittura prima dell’età scolare. Ma la tutela della loro salute e quanto serve a favorire un ottimale sviluppo psicoemotivo devono comunque essere le priorità assolute. Il contatto costante con la natura è garanzia di un’infanzia gioiosa, stare all’aria aperta nel verde è buona cosa per l’apparato respiratorio, farsi bastare l’essenziale è un ottimo allenamento alla vita, questo è innegabile, ma senza dimenticare che c’è anche dell’altro da assicurare ai propri figli>>.

Nel bosco sì, ma vaccinati

Le vaccinazioni, per esempio, prima di tutto l’antitetanica perché, spiega il pediatra, anche se è vero che chi vive in un bosco e non frequenta la scuola non rischia di essere contagiato da malattie che si trasmettono da bambino a bambino, lo è altrettanto perché le spore del tetano si trovano ovunque, in particolare dove c’è terriccio ed è alta la possibilità di ferirsi. <<Basta essere punti dalla spina di una rosa per contrarre il tetano e questo non può essere ignorato>> sottolinea il dottor Venturelli. <<Il rispetto delle più elementari norme igieniche va poi insegnato anche quando si decide di vivere allo stato brado. Questo significa che ai bambini deve essere data la possibilità di lavarsi, di indossare abiti puliti, di dormire in un ambiente salubre e di bere acqua potabile>>.

Nulla in contrario rispetto a un’ eventuale alimentazione vegetariana, a patto che comunque vengano offerte ai bambini fonti proteiche alternative alla carne e al pesce. <<Uova, formaggi, legumi sono importanti per una crescita armoniosa e da questo principio è meglio non prescindere, demandando ai figli, quando saranno diventati grandi, la decisione di eliminare anche questi a favore di una dieta vegana>>. 

Homeschooling e Unschooling: possono bastare?

Sul fatto che vivere immersi nella natura offra la possibilità di ricevere stimoli sensoriali e di fare esperienze utili per lo sviluppo cognitivo ed emotivo non ci sono dunque dubbi, ma c’è dell’altro che non può essere trascurato. <<Un ambiente troppo isolato limita giocoforza la possibilità di interazioni sociali, soprattutto se si opta anche per la cosiddetta homeschooling, ovvero di istruire i figli a casa anziché mandarli a scuola. I contro nella scelta estrema di crescere i figli lontani dalla società ci sono>> dice la dottoressa Angela raimo, neuropsichiatra infantile.  <<Può infatti favorire la difficoltà futura di affrontare una soddisfacente vita di relazione, di comunicare con gli altri in modo armonioso, di gestire i conflitti, di adattarsi alle regole che un domani potrebbe essere necessario saper rispettare. Non è, infatti, detto che i figli una volta entrati in adolescenza desiderino continuare a vivere come voluto per loro quando erano piccoli>>.

Limiti e soluzioni

Anche sull’approccio cosiddetto Unschooling, che significa apprendimento in modo istintivo e naturale, spesso seguito dai genitori che scelgono di tenere i figli lontani dalla modernità, per certi versi lascia perplessi. <<In effetti, l’osservazione diretta di piante, fiori, insetti, animali dà molto ai bambini, ma se è questa l’unica possibilità di istruzione non va bene. È troppo poco per il corretto sviluppo del cognitivo, per il quale serve altro, serve di più.  Un’educazione che prescinde completamente da un indirizzo didattico ben delineato, può non permettere di raggiungere buone competenze linguistiche e logico-matematiche>> sottolinea la neuropsichiatra poi precisa che, inoltre, la scuola tradizionale permette entrare in una rete sociale che da un lato fa sentire forti, protetti, ”parte di un tutto che è anche qualcosa di unico”, dall’altra aiuta a imparare i fondamenti di un’equilibrata interazione sociale. <<Il limite del vivere in una maniera drasticamente alternativa si può comunque ovviare organizzando incontri con altri bambini, dando la possibilità ai figli di frequentare abbastanza spesso amichetti e non solo i fratellini>>.

Non tutto bianco, non tutto nero

Insomma, non è tutto bianco o tutto nero. L’homeschooling negli Stati Uniti è relativamente diffusa, mentre in Italia, secondo un’idagine del 2024 della LAIF, Associazione Istruzione in Famiglia, questa pratica avviene soprattutto nel Nord Italia, principalmente per bambini e bambine della scuola primaria.

Soprattutto post Covid, il Ministro dell’Istruzione e del Merito ha registrato un aumento dell’istruzione parentale rispetto agli anni precedenti, arrivando a circa 15.361 studenti coinvolti nel 2020/21, un dato in crescita anche negli anni successivi.

<<Dipende da come questa possibilità viene gestita, ovviamente. È una scelta condivisibile se gli adulti sono preparati, competenti e consapevoli dell’enorme responsabilità che si assumono, ma deprecabile se impedisce ai bambini di accedere all’istruzione a cui hanno diritto e se li isola, escludendo la possibilità di relazionarsi con i coetanei negli intervalli ricreativi>> conclude la neuropsichiatra. 

Rispettare i bambini e i loro diritti

Sotto il profilo della salute, sì dunque alla vita nel bosco se i bambini sono sottoposti ai controlli pediatrici di routine, se, all’occorrenza, vengono curati in modo adeguato, secondo le indicazioni condivise dalla comunità scientifica, se vengono cresciuti nel rispetto delle regole igieniche e di prevenzione dalle malattie, se la loro alimentazione risponde alle loro esigenze di crescita.

Per quanto riguarda lo sviluppo cognitivo, l’equilibrio emotivo, la capacità di relazionarsi con gli altri, sì allo stile di vita immersi nella natura, ma assicurando ai bambini sia l’accesso a un programma di istruzione che ne sostenga seriamente lo sviluppo intellettivo sia la possibilità di relazionarsi non solo con fratelli e genitori ma anche con altri bambini e, se possibile, almeno saltuariamente con qualche figura adulta di riferimento. 

Vivere nel bosco può essere un’opportunità straordinaria per i bambini, a patto che vi sia pieno rispetto del loro inviolabile diritto all’istruzione e alla salute. Non deve dunque implicare alcuna privazione per corpo e mente. In caso contrario, verrebbe perpetrato un sopruso.

 
 
 

In breve

L’esperienza vissuta dai tre bambini in un bosco della provincia di Chieti, lontano dalla società, dalle scuole e dalle strutture ospedaliere deve far riflettere su come sia importante garantire a ciascun bambino i diritti fondamentali per la propria crescita.

Fonti / Bibliografia

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