Crollo delle adozioni: perché?

Silvia Huen A cura di Silvia Huen - Direttore Pubblicato il 03/03/2025 Aggiornato il 10/03/2025

Colpa delle pratiche burocratiche infinite e degli scoraggianti tempi di attesa, ma anche e soprattutto del calo del desiderio di genitorialità in assoluto.

Le richieste di adozione continuano a calare, in modo vertiginoso rispetto a 20 anni fa. Tanto che la notizia, fino a ieri considerata di secondaria importanza, e comunque di interesse limitato, è stata messa in rilievo da quotidiani nazionali come L’Avvenire e il Corriere della Sera e ripresa da diversi altri media. Come mai tutto questo interesse?

Un percorso pieno di intoppi

Troppi ostacoli da superare, si lamentano gli aspiranti genitori dopo i lunghi anni trascorsi dalla presentazione della domanda senza raggiungere l’obiettivo. Pratiche burocratiche a non finire, ritardi e rinvii, incontri su incontri con gli assistenti sociali, valutazioni, contrattempi, attese sconcertanti, per non parlare dello stress, dell’angoscia, del disagio che necessariamente si sommano in questo genere di frangenti.

Certo, che ci voglia pazienza lo sanno tutti. Ma, da quando si presenta la richiesta di adozione a quando inizia il periodo di preadozione possono passare anche 4 anni o più; nel frattempo il bimbo adottabile continua a crescere senza poter godere dell’affetto e dell’accoglienza di una famiglia sua. Crollo delle adozioni comunque non vuol dire che ci siano più bambini adottabili che potenziali genitori adottivi, anzi, è proprio il contrario: per ogni bambino adottabile ci sono diversi genitori disponibili, ben più di uno.

Troppo pochi i giudici minorili

Poco tempo fa la presidente del Tribunale per i minori di Milano, Maria Carla Gatto, ha denunciato l’insostenibilità della situazione di fatto nei percorsi di adozione intrapresi dagli aspiranti genitori. E i dati non hanno bisogno di commento: 13mila pratiche ancora inevase relative al solo Tribunale di Milano. Il motivo? Oltre allo scompiglio innescato dalla riforma Cartabia, l’insufficienza ormai cronica degli organici.

I giudici minorili (troppo pochi) non avrebbero il tempo sufficiente per portare avanti le richieste di adozione standard, in quanto costretti per legge a dare la precedenza alle situazioni “urgenti e indifferibili”, vale a dire ai casi in cui, per esempio, è previsto l’allontanamento forzato del minore dalla sua famiglia biologica e altri casi simili…

Un figlio? Sì, ma non subito

Ma se le adozioni sono in calo non è solo colpa della lentezza burocratica e degli intoppi giudiziari. Le ragioni sono ben più complesse e profonde.

In primo luogo la crisi del desiderio di genitorialità in assoluto. Le giovani coppie sentono sempre meno il desiderio di mettere al mondo un figlio, figuriamoci di adottarlo. E anche quando lo vorrebbero, rimandano di anno in anno il momento di cercarlo, in attesa, per esempio, di una situazione economica più stabile oppure per godersi il bello della vita a due prima di diventare una famiglia classica.

Più si aspetta, più la fertilità diminuisce

D’altra parte, rispetto al passato, i giovani di oggi si trovano molto più spesso in una situazione di provvisorietà professionale, di difficoltà economiche dovute alla mancanza di un lavoro sicuro e sufficientemente retribuito, per non parlare del miraggio delle assunzioni a tempo indeterminato.

Così l’età in cui si decide di cercare un figlio continua a slittare in avanti, con tutte le conseguenze che comporta. Più passa il tempo, più diminuisce la fertilità (femminile, ma anche maschile). Di conseguenza il figlio, cercato su comando, non arriva.

A questo punto, però, la coppia non si arrende: un figlio lo vuole a tutti i costi e decide di provare con la Pma (procreazione medicalmente assistita). Che può funzionare ed esaudire il desiderio di genitorialità, ma non sempre.

Spesso si sottovaluta il problema

Se la Pma non funziona, resta la chance dell’adozione. Ma nel frattempo, fra ricerche e tentativi, la coppia ha consumato i suoi anni più fertili e arriva alla soglia-limite dei 40 anni pensando ingenuamente di poter “rimediare” adottando un neonato o comunque un bimbo molto piccolo.

Forse non sanno gli aspiranti genitori che i neonati sono solo una esigua minoranza tra i bambini dichiarati adottabili. E che vengono preferibilmente abbinati ai genitori  più giovani. Mentre di solito quelli disponibili sono già grandicelli o più che grandicelli, con un loro vissuto pregresso (più o meno traumatico) e un carattere già formato.

L’obiettivo non è la realizzazione di se stessi

Spesso chi presenta domanda di adozione non ha ben chiaro un concetto che invece è fondamentale per ottenere l’idoneità necessaria, e cioè che la finalità dell’adozione non è la soddisfazione del desiderio di genitorialità come complemento della realizzazione di se stessi, ma è l’accoglienza del bimbo in una famiglia che lo ami e lo sostenga nel suo percorso di vita verso il futuro. Se non si condivide questo obiettivo, è inutile pensare all’adozione perché significa che non si è idonei.

La coppia (eterosessuale) deve essere sposata

Un altro aspetto dell’adozione che viene sottovalutato dalle coppie interessate e che rappresenta un ostacolo non da poco sono i requisiti necessari. Secondo la legge italiana gli aspiranti genitori devono essere eterosessuali e sposati da almeno 3 anni o comunque aver convissuto senza interruzioni per 3 anni prima del matrimonio. Non possono inoltre avere più di 45 anni (55 per uno dei due coniugi) o meno di 18 rispetto all’età del minore. Sono esclusi dalla possibilità di adozione anche i single.

Anche le adozioni internazionali sono in crisi

Una volta le adozioni nazionali erano considerate lunghe e complicate, per cui c’è stato un momento in cui hanno avuto grande successo quelle internazionali. Erano i tempi della caduta del muro di Berlino e del disfacimento dell’Unione sovietica, con la conseguente apertura alle adozioni dei Paesi dell’Europa orientale. Adesso, invece, le adozioni internazionali sono in crisi non solo perché ci si rende conto dei problemi che comporta (cambiamento radicale di ambiente, abitudini, lingua, contesto sociale; differenze somatiche e pregiudizi razziali), ma anche perché sono diventate molto più difficili da portare avanti, con attese esasperanti, costi notevoli e, per giunta, esito incerto. Motivo per cui sono calate drasticamente anche le richieste.

Il legame con la famiglia di origine

Nel frattempo le difficoltà per le adozioni nazionali non sono diminuite, anzi. A creare disagio negli aspiranti genitori s’è aggiunta l’introduzione delle “adozioni miti” e delle “adozioni aperte”. Si tratta in pratica di mantenere un contatto tra i genitori adottivi, il bambino adottato e la sua famiglia di origine, con l’obiettivo di soddisfare le esigenze del piccolo e di rispondere a un suo naturale bisogno. Nel primo caso l’adozione mantiene il legame giuridico esistente fra l’adottato e la sua famiglia biologica, nel secondo caso il legame giuridico si interrompe completamente ma, tramite sentenza del Tribunale, si può comunque attivare un contatto con la famiglia biologica.

Meglio pensarci per tempo

Alla luce della situazione attuale, in attesa che l’iter burocratico si semplifichi e soprattutto si velocizzi, le coppie che pensano seriamente all’adozione e che si sentono idonee dovrebbero informarsi meglio e iniziare le pratiche il più presto possibile. Il che significa non rimandare la ricerca naturale di un figlio, così da avere tutto il tempo necessario per provare con la Pma e, in caso di insuccesso, optare per l’adozione in un’età più giovane.

Certo, non tutti gli aspiranti genitori seguono un percorso di questo tipo, ma si tratta dell’iter classico seguito dalla maggioranza. Chi arriva alla richiesta di adozione quando è già genitore di uno o più figli naturali è probabilmente pronto ad affrontare qualsiasi tipo di ostacolo.

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