Ha senso il ritorno a carta e penna nelle scuole?

Silvia Huen A cura di Silvia Huen - Direttore Pubblicato il 03/06/2026 Aggiornato il 03/06/2026

La decisione della Svezia e di altri Paesi all’avanguardia di tornare ai libri e alla scrittura a mano nelle scuole fa discutere. Gli esperti però sono d’accordo: non si tratta di un ritorno al passato, ma di un ridimensionamento tra studio reale e studio virtuale.

È l’invenzione più strabiliante degli ultimi decenni, la messa a punto di un sistema di comunicazione e di conoscenza che ha permesso in poco tempo a tutto il mondo (pubblico, privato, sociale, politico, economico…) di connettersi e trovare una risposta immediata a ogni quesito e una soluzione a ogni problema, in qualsiasi campo e in qualsiasi momento.

Internet ha segnato una svolta talmente importante nella storia contemporanea da non avere termini di confronto con altre, sia pure fondamentali, rivoluzioni storiche.

La digitalizzazione scolastica

Naturale che, data la facilità d’uso degli strumenti tecnologici, si sia pensato di applicarli anche ai fini della didattica, nella convinzione che avrebbero accelerato e facilitato il percorso della conoscenza e dello sviluppo cognitivo di bambini e ragazzi.

Così, sull’esempio delle nazioni più avanzate del Nord Europa, Internet è stato introdotto anche nelle scuole italiane e regolamentato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito per un utilizzo didattico responsabile. Ma, come spesso succede per le innovazioni, non tutte le aspettative si sono rivelate positive come si era previsto.

La controrivoluzione cartacea in Svezia

Come noto, proprio la Svezia – una delle nazioni più all’avanguardia d’Europa – ha recentemente deciso di fare retromarcia sul piano tecnologico abbandonando l’uso di tablet e altri dispositivi digitali nelle scuole a favore di un rilancio del cartaceo (libri e quaderni) e della scrittura a mano (penne e matite).

I dispositivi digitali si erano diffusi nelle scuole svedesi già a partire dagli anni 2000-2010 e dal 2019 era diventati obbligatori anche nelle scuole dell’infanzia in quanto si pensava che avrebbero permesso alle nuove generazioni di prepararsi gradualmente fin da piccoli alla vita futura, sempre più digitalizzata.

Il motivo della retromarcia?

Un flop nell’apprendimento. Nei punteggi ottenuti dagli studenti svedesi nella classifica Pisa (l’indagine internazionale promossa dall’Ocse ogni 3 anni per misurare le competenze acquisite dagli studenti quindicenni dei Paesi coinvolti, tra cui l’Italia attraverso Invalsi) si sono verificati dei cali evidenti rispetto al passato delle competenze acquisite, cali legati in particolare alla difficoltà di comprensione della lettura e della matematica.

In sostanza si è dedotto che l’uso della tecnologia ha dato sì anche degli indubbi vantaggi, ma a scapito di un alto tasso di distrazione e di mancanza di concentrazione. Da qui la decisione delle autorità di riscoprire il valore di carta e penna. (Detto tra parentesi, pare che i risultati ottenuti dagli studenti italiani siano stati peggiori rispetto a quelli dei coetanei nordeuropei).

Niente schermi sotto i 6 anni

Forse, l’entusiasmo per la meraviglia degli strumenti a disposizione ha finito per anticipare troppo i tempi. Non si può pretendere tutto e subito, bisognerebbe procedere per gradi, come insegna il buonsenso.

Non a caso il ripensamento più significativo riguarda proprio i bimbi sotto i 6 anni, quelli della scuola dell’infanzia. Per loro le nuove direttive svedesi prevedono il bando totale di ogni genere di strumento digitale. Sono loro infatti che risentono maggiormente dell’eccesso di tecnologia.

La conoscenza per i piccoli è in assoluto sinonimo di esperienza: reale, fisica, tattile. I piccoli imparano giocando, toccando, sentendo con le mani, costruendo oggetti, colorando e scarabocchiando fogli di carta…

Alla scoperta del mondo

Già da piccolissimi i bambini iniziano a scoprire la realtà attraverso lo sviluppo della sensorialità e della motricità e memorizzano le loro scoperte attraverso il ricordo dell’esperienza fisica, vissuta.

Cosa succede, invece, se per imparare utilizzano un tablet fin dalla prima infanzia? Succede – spiegano gli esperti – che così riescono ad acquisire tante cose velocemente, con facilità e con interesse, ma senza impararle davvero, senza attivare tutte le aree del cervello necessarie per apprendere in modo duraturo.

E’ come se le cose da memorizzare entrassero sì nel cervello, ma in modo provvisorio, superficiale, senza incollarsi nella memoria, come succede invece per ogni esperienza realmente conquistata.

Apprendimento digitale e apprendimento reale

Per farci capire bene la differenza fra l’apprendimento classico, fondato sull’esperienza reale, e l’apprendimento limitato legato al digitale, è emblematico il paragone suggerito a Tgcom24 da Alberto Pellai, famoso psicoterapeuta dell’età evolutiva: “Se io sono in macchina e devo raggiungere un posto che non conosco, basta che imposto il navigatore e arrivo con certezza a destinazione nel più breve tempo possibile. Ma se un domani dovessi tornare in quel luogo, non saprei certo ritornarci da solo e dovrei nuovamente seguire le indicazioni del navigatore. Se invece, al posto del navigatore, utilizzo una mappa, studio dove si trova il posto che non conosco, cerco dei paesi o dei punti di riferimento, controllo l’orientamento, chiedo informazioni ai passanti della zona, cerco di ricordare i luoghi che attraverso, ecco che il mio cervello si attiva in molte più aree e fissa nella memoria l’esperienza vissuta”.

Non solo cervello

In sostanza, la conoscenza arriva al cervello attraverso il corpo. Il cervello da solo non basta per apprendere a fondo. Proprio perché fa parte anch’esso del corpo, ha bisogno della fisicità delle mani, degli occhi, delle orecchie, delle gambe per attivarsi in tutte le sue sfaccettature e depositare le sue conquiste nella cassaforte della memoria.

Come ha scritto sul Corriere della sera l’insegnante Alessandro d’Avenia, “ogni de-corporazione è de-cerebrazione, il digitale non è cattivo, ma incompleto. Gli scarabocchi che facevamo sul quaderno di appunti durante le lezioni ci aiutavano a concentraci, non a distrarci, così come camminare mentre studiavamo. Muovevamo più cervello”.

Una integrazione necessaria

Trovata questa chiave di lettura che ci permette di capire, almeno a grandi linee, i limiti del digitale nell’apprendimento, è evidente che la riscoperta del cartaceo nella scuola non va considerata come un passo indietro o un ritorno al passato, ma semplicemente come una integrazione necessaria per acquisire una conoscenza effettiva e soprattutto per memorizzarla.

E poiché il percorso cognitivo inizia da piccoli, è importante che rimanga il più naturale possibile proprio nella prima infanzia. Come a dire: prima scopro il mondo che mi circonda e imparo a viverci e a conquistarlo, poi, man mano che la macchina dell’apprendimento finisce il suo rodaggio, sono pronto per condividere gli innumerevoli vantaggi del digitale.

Senza però mai dimenticare che la conoscenza dipende dalla vita e che la vita ha bisogno della realtà per essere vissuta.

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