Mamma, che fatica!

Silvia Huen A cura di Silvia Huen - Direttore Pubblicato il 04/05/2026 Aggiornato il 04/05/2026

Il doppio lavoro che pesa sulle mamme finisce spesso per caricarle di ansia e di stress cronico. Non bastano gli aiuti dei papà e i supporti socio-economici, utili ma insufficienti. Si arriverà prima o poi a una soluzione?

Il 10 maggio è la festa della mamma, una ricorrenza inventata per celebrare l’insostituibilità delle mamme, che come noto fanno tutto, provvedono a tutto, sono sempre nel posto giusto al momento giusto. Ma ci vuole altro che una festa per focalizzare l’attenzione del pubblico e delle istituzioni sull’irrisolta questione del doppio lavoro delle mamme (famigliare e professionale) e della loro straordinaria capacità di svolgere ogni giorno mille attività diverse nello stesso momento.

Un dilemma antico

Una volta le mamme che lavoravano, a parte qualche rara eccezione,  si trovavano di fronte a un vero e proprio dilemma esistenziale: fare un figlio e abbandonare la professione o rinunciare al figlio e buttarsi anima e corpo nella carriera. Si trattava di una scelta spesso obbligata, basata sulla tradizione secondo la quale in una coppia l’uomo avrebbe dovuto provvedere al mantenimento della famiglia e la donna restare a casa a fare la mamma e la domestica.

La sfida del multitasking

Poi, un po’ per volta, sotto la spinta ideologica del femminismo, sostenute dalla volontà di realizzarsi in tutta la propria potenzialità e non soltanto nell’ambito sia pure importante della maternità, le donne hanno accettato la sfida: non rinuncio a diventare madre, ma non rinuncio neanche al lavoro e all’indipendenza economica, tanto sono forte, sono in gamba, ce la faccio. E così sono nate le mamme multitasking ovvero le donne che scelgono di mettere al mondo un figlio e insieme continuare a realizzarsi nel mondo professionale.

Ma a quale costo

In effetti, ormai da decenni, le mamme con doppio lavoro riescono a farcela, ma con che fatica. A una mamma che lavora (anche par time, anche da remoto, anche come collaboratrice esterna) restano pochissime ore a disposizione per la cura-organizzazione di figlio/i-famiglia-casa, figurarsi poi se il lavoro è a tempo pieno.

Prima di tutto viene il bambino, che quando è piccolo assorbe da solo ogni energia: allattamento, cambio pannolino, bagnetto, pianti sconsolati, colichette, sonno interrotto. Ma anche quando inizia a crescere non è da meno: scuola, compiti, giochi, capricci, sport, richieste, pretese. Se poi ci sono eventuali fratelli/sorelle, l’impegno si moltiplica, e non solo sotto l’aspetto pratico-affettivo-educazionale.

L’aiuto (limitato) dei papà

I papà d’oggi cercano di dare una mano e spesso ci riescono, ma non possono certo sostituirsi alle mamme in tutto, se non altro per questioni biologiche.

Quanto alla casa è sempre lei, la mamma, a pensarci, anche nei casi in cui può permettersi l’aiuto di una colf o una baby sitter. Lui magari va fisicamente a fare la spesa, ma la lista deve comunque preparargliela lei. Chi deve pensare a tutto è sempre la mamma.

La carenza di supporti socio-economici

Un ulteriore problema scottante è quello dell’insufficienza di strutture e di aiuti alle famiglie. Gli asili nido pubblici non bastano ad accogliere tutti i bambini che ne hanno bisogno e tanti genitori sono costretti a rivolgersi a quelli privati spendendo un capitale.

Il Governo cerca di tamponare la situazione con bonus, sussidi e facilitazioni alle famiglie più fragili, ma si tratta di piccole “gocce” che non riducono certo il mare di necessità della popolazione interessata.

D’altra parte è noto che le risorse disponibili sono limitate e, anche quando si annunciano consistenti, una volta distribuite, si riducono a un’inezia. La verità è sempre la stessa: non ci sono abbastanza soldi nelle casse dello Stato.

La mancanza di comprensione

Si tende a dare sempre la colpa di tutto alle Istituzioni, e può essere vero, ma quello che comunque manca ancora è una mentalità imprenditoriale adeguata nei confronti della maternità. Perché in fondo, anche se non lo si dice, le mamme dipendenti sono guardate ancora con sospetto dalle aziende in cui lavorano.

Si possono mettere a punto contratti lavorativi flessibili, congedi parentali obbligatori e tanto altro, ma finché un datore di lavoro continuerà a irritarsi ogni volta che una mamma usufruisce di un permesso, non c’è speranza che le cose possano cambiare.

Mai un attimo di tregua

I problemi oltretutto non finiscono qui. Il punto debole del multitasking materno, infatti, è che, una volta abbracciato dalla diretta interessata, non ti abbandona più, non da tregua, non lascia spazio al riposo.

E così, giorno dopo giorno, subentra l’ansia da inadeguatezza (non sono abbastanza efficiente), il senso di colpa (non sono una buona madre) e lo stress da sovraccarico di lavoro (non ce la faccio più).

Una pretesa infondata

Il fatto è che la società (leggi anche i social) pretende sempre di più e addirittura oggi esige la perfezione, anzi la dà per scontata, in particolare quando si tratta di mamme.

Nell’immaginario della gente la mamma deve assolvere al meglio tutti i suoi compiti senza mai perdere la calma e, anzi, mantenendosi serena e disponibile in ogni momento, insomma sempre perfetta.

Di conseguenza, le mamme fanno di tutto per adeguarsi, per non deludere le aspettative e in fin dei conti per non deludere se stesse, vittime inconsapevoli del giudizio collettivo.

Il diritto di sentirsi inadeguate

Ma non è giusto. Le mamme devono ribellarsi alle imposizioni concettuali create da chi-mamma-non-è e liberarsi degli stereotipi dettati dalla retorica. Devono essere libere di scegliere il proprio modo di vivere la maternità senza sentirsi giudicate.

Se, arrivate a un certo punto di sfinimento, si sentono inadeguate al proprio compito, non è una sconfitta, è una conseguenza del proprio atteggiamento di fronte al ruolo di mamma: non è il caso di scoraggiarsi, ma di accettare i propri limiti e, soprattutto, di infischiarsene del giudizio altrui. Una tendenza, quest’ultima, in forte crescita se non si vuole finire triturati dai social.

Stop alla schiavitù dei consumi?

Forse bisognerebbe che cambiassero i bisogni, le esigenze sociali, o che almeno si ridimensionassero. Rispetto al passato e alle condizioni in cui si viveva qualche decennio fa lo standard di vita è enormemente migliorato, ma sembra non bastare mai. Più si ha, più si desidera avere, più si fatica per ottenere.

E tanto più quando c’è un bimbo o un ragazzo in famiglia: ogni nuova generazione ha bisogno di molto di più delle precedenti e quindi i soldi non bastano mai, e le mamme (oltre che i papà naturalmente) si caricano ulteriormente di lavoro e di conseguente stress.

Se ci fossero meno falsi obiettivi da conquistare, forse la vita sarebbe meno stressante, più “vivibile”. Ma la società dei consumi non fa altro che inventare di continuo nuovi prodotti indispensabili, da possedere necessariamente, e sperare che possa cambiare è pura utopia.

La soluzione? Chiediamola alla AI

A questo punto, alle mamme sommerse dalla fatica quotidiana non resta che sperare nella intelligenza artificiale. Chissà che in un domani non molto lontano il problema del superlavoro e del relativo superstress non possa trovare una soluzione accettabile.

La AI si sta perfezionando in tempi molto più rapidi di quanto avremmo immaginato e non è detto che non possa venire in soccorso delle mamme, aiutandole con successo a trovare una loro dimensione più umana e gratificante.

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