Serve ancora imparare a scrivere a mano?

Silvia Huen A cura di Silvia Huen - Direttore Pubblicato il 02/02/2026 Aggiornato il 03/02/2026

Le nuove generazioni stanno perdendo l'abitudine di scrivere a mano: c'è da preoccuparsi? Sì perché l'uso del cosiddetto "corsivo" allena il cervello, aumenta la memoria e sviluppa la motricità fine.

Non c’è giochino per l’infanzia che non sia provvisto di tasti da premere. Così i bambini imparano a digitare fin da piccolissimi, in modo assolutamente spontaneo, senza bisogno che nessuno glielo insegni. Battere dei tasti, e poi una tastiera, risulta così un gesto istintivo, automatico, radicato, che con la crescita non fa che perfezionarsi. Ben più facile e rapido che imparare a tenere in mano una penna e a usarla per scrivere.

Scrivere non è un gesto spontaneo

Battere fa parte delle prime esperienze sensoriali ed è innato, scrivere è un processo di apprendimento lungo e faticoso, che non si impara da soli, ma con l’aiuto di insegnanti specializzati, oltre che con l’impegno, la costanza e la continuità nel tempo (ci vuole esercizio, altrimenti lo si perde).

Senza parlare delle innumerevoli potenzialità offerte dalla digitazione rispetto alla scrittura: praticità, immediatezza, facilità d’uso e di lettura, velocità, condivisione…

Il corsivo: patrimonio dell’umanità?

Naturale dunque che i bambini e, prima di loro, i giovani, privilegino la tastiera rispetto alla penna. Ma fino a che punto è giusto assecondare questa tendenza?

Se ne è discusso in occasione della Giornata mondiale della scrittura a mano, celebrata il 23 gennaio e sostenuta da una proposta Unesco di candidare il corsivo a “Patrimonio culturale immateriale dell’umanità”.

Con l’intento di valorizzarne il contenuto non solo culturale e sociale, ma anche educativo, cognitivo e individuale. Non a caso lo studio della scrittura come espressione della personalità ha portato allo sviluppo sia della grafologia sia della perizia calligrafica in ambito giudiziario.

L’allarme degli esperti

Psicologi, neurologi e grafologi sollevano da tempo il problema dei giovani – cioè i bambini di 10 o 20 anni fa – che “non sanno scrivere”.

Non sanno scrivere nel senso che non hanno più l’abitudine di scrivere, faticano a usare carta e penna, hanno perso l’automaticità della scrittura in corsivo, se devono prendere un appunto lo fanno direttamente sul telefonino.

E quando, anche se raramente, si trovano nelle condizioni di dover scrivere, ricorrono allo stampatello, non al corsivo che è molto più difficile da tracciare, oltre che da leggere. Cosa che invece risulta ovviamente facile e naturale per i loro padri e soprattutto nonni.

Colpa anche della scuola?

Certo l’istruzione scolastica ha il suo peso. Sull’esempio della Finlandia e poi di alcuni Stati degli USA – che per primi hanno abolito l’insegnamento del corsivo in funzione del diffondersi di computer e tastiera -, anche la scuola italiana ha progressivamente ridotto le ore di studio dedicate all’apprendimento dell’uso della penna.

Si insegna ancora lo stampatello, maiuscolo e minuscolo, ma sul corsivo si tende a non insistere, visto che oltretutto comporta tempo e fatica, e si privilegiano al suo posto altre materie più attuali e importanti.

Va detto però che sia in Italia sia negli Stati Uniti è in corso un processo di ripensamento: ci si sta infatti rendendo conto che la perdita della scrittura comporta in ogni caso dei “deficit” negli studenti.

Favorevoli e contrari

Sul corsivo, tra l’altro, non tutti la pensano allo stesso modo. Di fronte a chi denuncia la progressiva perdita della scrittura tradizionale e di tutto quello che comporta c’è chi ribatte che il mondo è cambiato e che al giorno d’oggi non ha più senso munirsi di carta e penna per esprimere un pensiero: meglio la tastiera, che è molto più pratica, precisa e veloce.

Ed è ovvio che sia così: nessuno rimpiange la pergamena del medioevo o le tavolette di pietra cerata degli antichi romani. Il mondo va avanti, da sempre.

Anche la tastiera è già superata?

Detto per inciso, quando diciamo che usare la tastiera è meglio che scrivere a mano, non teniamo conto del fatto che anche digitare sarà presto un gesto obsoleto.

Già perché, in questo mondo che corre tanto veloce e si evolve senza sosta trasformandosi da un giorno all’altro, premere i tasti sta lasciando il posto alla dettatura.

Messaggi, mail, richieste di informazioni ormai si dettano allo smartphone o al computer. Oppure si chiede direttamente alla sapientissima AI di darci un suggerimento personalizzato o, addirittura, di scrivere al posto nostro un testo/tema su un argomento che ci sta a cuore.

Scrivere stimola l’apprendimento

Gli estimatori della calligrafia tuttavia non si rassegnano. E con ragione. Numerose ricerche scientifiche hanno infatti dimostrato che scrivere a mano attiva il cervello e mantiene la concentrazione, migliorando la memoria, l’apprendimento e la creatività.

Quando si studia prendere appunti in corsivo favorisce lo sviluppo mentale, l’impostazione del pensiero logico e la costruzione del linguaggio.

Inoltre perfeziona l’abilità motoria delle dita (in particolare delle prime tre che impugnano la penna), la coordinazione tra la mano e gli occhi, il controllo dei muscoli coinvolti (dalla mano al polso fino alla spalla). Non solo.

Sviluppa l’abilità motoria fine

Scrivere a mano, e in particolare in corsivo, è importante anche per stimolare la motricità fine, vale a dire il complesso dei piccoli movimenti di precisione che coinvolgono dita, mani, polsi, indispensabili per l’autonomia quotidiana (come abbottonarsi la camicia, allacciarsi le scarpe, svitare un coperchio, cucire con ago e filo) e per lo sviluppo cognitivo (come disegnare, ritagliare, infilare perline, modellare il pongo).

Si tratta quindi di una attività essenziale per la crescita che, proprio in quanto tale, va appresa e sviluppata fin dalla più tenera età (scuola primaria, ma anche materna).

Il corsivo è superfluo?

Imparare a scrivere in corsivo è più difficile e faticoso. E soprattutto più complicato da leggere, anche perché ogni calligafia è diversa dall’altra e riflette la personalità e l’individualità di chi scrive.

Rispetto allo stampatello, in cui ogni lettera è distinta da quella vicina e quindi riconoscibile, nel corsivo le singole lettere di ogni parola sono legate l’una all’altra da una linea continua. Proprio per questa sua caratteristica di legami e di continuità, i pedagogisti sostengono che il corsivo è importante per favorire l’ordine, la continuità e la velocità di scrittura.

E che quindi non va abbandonato. Anche perché, come si è detto,  costituisce una caratteristica insostituibile della personalità di ognuno di noi, che in sintesi si traduce nella unicità della firma. E che ha avuto in passato (e ha spesso tuttora) una valenza quasi paragonabile a quella che oggi caratterizza il Dna. 

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