Le Equilibriste 2026: solo il 58% delle madri lavora, i figli sono una scelta (per poche)

Alberta Mascherpa A cura di Alberta Mascherpa Pubblicato il 07/05/2026 Aggiornato il 07/05/2026

Il nuovo rapporto di Save the Children fotografa un quadro pressoché immutato: difficoltà lavorative, svantaggi economici e un forte carico mentale rendono ancora oggi pesante non solo essere madri ma anche decidere di diventarlo.

Le Equilibriste 2026: solo il 58% delle madri lavora, i figli sono una scelta (per poche)

A undici anni dalla prima uscita, il rapporto annuale Le equilibriste di Save The Children, l’Organizzazione Mondiale che da oltre un secolo si occupa della tutela dei diritti dei bambini a rischio per garantire loro un futuro, riporta un quadro sempre più desolante della maternità in Italia nel 2026.

La scelta di avere un figlio resta sempre condizionata dalle diverse opportunità, lavorative, economiche, culturali, persino territoriali, di una coppia.

Nascono sempre meno bambini, quindi, non perché non li si voglia, ma perché mancano le condizioni per averli: crearle è l’unico modo per invertire la curva della denatalità. precario 

Leggi qui il nostro articolo sulla denatalità in Italia

La situazione di equilibrio ancora precario nel 2026

Dalla prima edizione nel 2014, il rapporto Le Equilibriste sottolinea come la condizione delle madri italiane sembra non essere migliorata ma addirittura, sulla base dei dati del rapporto sulla maternità in Italia 2026, persino peggiorata: sulle donne, infatti, continuano a pesare quasi in toto il costo della genitorialità costringendole a vivere in una situazione di equilibrio fragile, “compresse” tra lavoro e cura, sottoposte a un pesante carico mentale, lasciate spesso sole.

Di fatto la maternità in Italia rappresenta ancora oggi uno dei principali fattori di disuguaglianza che mette le donne costantemente davanti alla necessità di scegliere tra un figlio e il lavoro: la prospettiva della genitorialità si trova fortemente condizionata dalle opportunità economiche, culturali, lavorative non permettendo a tutti quanti lo vorrebbero la realizzazione del desiderio di avere un figlio.

Genitorialità e lavoro

Lavoro e figli nel quadro della maternità 2026 spesso restano ancora due dimensioni inconciliabili. Non a caso il rapporto segnala come solo il 58,2% delle madri con un figlio in età prescolare lavori, un dato che testimonia con chiarezza la difficoltà di conciliare maternità e professione.

Mettendo da parte il fattore età dei figli, rimane un netto scarto tra uomini e donne: il 92,8% dei padri con un figlio minore lavora contro il 63,2% delle donne.

Le differenze tra le varie regioni sono significative: se le donne tra i 25-34 anni con almeno un figlio minore che lavorano sono il 73,1% al Nord, la percentuale scende al 71% al Centro e crolla al 45,7% al Sud e nelle isole.

Il titolo di studio gioca un ruolo chiave: se le donne che lavorano con la licenza media sono solo il 37,7%, si passa al 62,8% per le diplomate e all’85,4% per le laureate.

Il difficile rapporto tra maternità e lavoro per altro non riguarda solo l’accesso all’occupazione ma anche il persistere della condizione lavorativa: la nascita di un figlio segna infatti ancora per troppe donne uno stop o comunque un rallentamento spesso significativo nel proprio percorso professionale.

Per la prima volta inoltre il rapporto registra un peggioramento della situazione lavorativa in tutte le regioni d’Italia dove la penalizzazione associata alla maternità tocca il 33%: lo si capisce chiaramente guardando i salari che registrano nel settore privato fino a un 30% in meno per le donne dopo la nascita di un figlio.

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La child penalty della Generazione Z

La difficoltà nel conciliare lavoro e figli emerge con particolare forza se si prende in considerazione la Gen Z.

Avere un figlio prima dei 30 anni oggi è sempre più un’eccezione: le mamme tra i 20 e i 29 anni sono circa il 2,9% del totale delle madri, un dato che riguarda l’intero territorio nazionale con differenze irrilevanti tra le regioni.

Guardando al mondo del lavoro, il divario tra uomini e donne nella fascia d’età giovanile si fa netto: lavora l’87,2% dei padri contro il 33,4% delle madri, una percentuale che scende al 23,2% se in famiglia è presente più di un figlio.

I dati sui genitori NEET – sono definiti così i giovani che non lavorano, non studiano e non sono inseriti in percorsi di formazione – sono decisamente preoccupanti: tra i genitori 20-29enni è inattivo il 59,8% delle madri con un figlio, il 70% con due o più figli contro solo il 6,2% dei padri mentre se si scende con l’età, tra i 15 e i 29 anni, le madri NEET sono il 60,9% contro l’11,3% dei padri.

L’assenza di Welfare

Il peso del lavoro di cura insieme alle difficoltà lavorative rappresenta ancora oggi uno dei freni più forti alla maternità che un welfare carente fa vivere spesso come una scelta di sacrificio da posticipare o alla quale addirittura rinunciare.

Nonostante negli anni il contributo degli uomini alla gestione domestica sia più che raddoppiato, la cura dei figli rimane quasi in toto appannaggio delle madri. Lo dimostra chiaramente la recente decisione sul congedo parentale per i padri.

La mancanza di servizi esterni, asili nido in primis, fa sì che le donne si trovino schiacciate da un pesante carico mentale, l’impegno invisibile di chi deve pensare, anticipare e decidere per la gestione familiare prima ancora di agire.

È una responsabilità cognitiva ed emotiva costante che consuma tempo ed energie mentali lasciando spesso senza forze.

Proprio per questo, pur riconoscendo la messa di atto di sostegni che si configurano principalmente come bonus e quindi come misure a tempo e non continuative, il rapporto sottolinea la necessità di mettere in atto politiche strutturali a sostegno della genitorialità che si basino in modo particolare sull’offerta innanzitutto di soluzioni abitative (la casa rimane uno dei problemi principali nella realizzazione di un progetto che preveda una vita a due, prima ancora della scelta di avere un figlio), di servizi per l’infanzia accessibili a tutti, di reali sostegni economici là dove se ne presenti la necessità.

In sostanza diventa più che mai necessario rafforzare il sistema di welfare che supporti madri e padri nell’arco di tutta la vita e non solo in momenti specifici.

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La classifica delle Regioni

Nel rapporto che analizza la maternità in Italia 2026 viene proposto come ogni anno il Mothers’ Index realizzato in collaborazione con l’Istat che misura le condizioni delle madri evidenziando le differenze tra le varie regioni italiane. Sulla base della valutazione di 14 indicatori, la regione più “amica delle mamme” in questa edizione risulta essere l’Emilia-Romagna seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta.

Mostrano segni di miglioramento Piemonte e Calabria mentre si registrano arretramenti per il Friuli-Venezia Giulia, il Veneto, il Molise e il Lazio. Valori inferiori, per quanto stabili, per il Sud che vede in fondo alla classifica Puglia, Sicilia e ultima la Basilicata.

Nel complesso, comunque, la condizione delle madri italiane mostra un lieve peggioramento globale rispetto agli ultimi due anni, in linea con gli altri dati del rapporto.

Foto di RDNE Stock Project by Pexels

 
 
 

In breve

Non è facile non solo essere madri oggi in Italia, ma anche decidere di diventarlo. E’ quanto emerge dall’XI rapporto di Save the Children, che fotografa una situazione di precario equilibrio delle madri italiane tra lavoro e carico di cura, desiderio e spinta alla rinuncia, mostrando come sia ancora difficile per una donna conciliare carriera e maternità.

Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono in alcun modo sostituire il rapporto diretto fra professionisti della salute e l’utente. È pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o specialisti.

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