RH negativo e tanti dubbi

Professor Angelo Michele Carella
A cura di Professor Angelo Michele Carella
Pubblicato il 30/07/2018 Aggiornato il 05/08/2018

E' con noi per rispondere a una complessa domanda sulla incompatibilità materno fetale dovuta all'RH negativo della madre il professor Angelo Michele Carella, ematologo di fama internazionale.

Una domanda di: Maria
Gentili medici, avrei alcuni dubbi riguardo le varie incompatibilità materno
fetali.
Mi spiego cercando di essere chiara: in vista di una gravidanza ho
effettuato presso un laboratorio privato l’esame del gruppo sanguigno che
risulta essere 0 rh negativo (purtroppo). Avrei alcuni dubbi
1) so che in caso il feto fosse rh positivo, come il padre, mi verrebbe
somministrata una immunoprofilassi, questo preverrebbe la MEN da
incompatibilità rh so però che esistono anche altre incompatibilità verso
altri antigeni minori (anti kell, anti c, anti C, eccetera) contro le quali
non esiste immunprofilassi. Io non ho fatto il fenotipo rh (ccddee) ma so
solo di essere 0 negativo. Dovrei farlo ? Nel caso sviluppassi una
incompatibilità verso uno di questi antigeni minori, il feto rischierebbe
anche in questo caso una MEN o in questo caso l’eventuale anemia è sempre
benigna, non clinicamente significativa e risolvibile? (quindi non
preoccupante)?
2) per lo stesso motivo, se in seguito al parto sviluppassi anticorpi anti
kell o anti c eccetera, dovrei rinunciare a una seconda gravidanza in quanto
considerata ad alto rischio ? (Come in caso di immunizzazione contro
anticorpi rh, in cui una seconda gravidanza con madre immunizzata sarebbe ad
alto rischio di men )
3) io sono zero rh negativo e mio marito rh positivo (esami fatti in un
laboratorio privato), ma so che esistono anche persone rh weak, parziali,
deboli, variant… insomma situazioni intermedie che per scoprire bisogna
fare esami specifici… potrei quindi io non essere in realtà rh negativa ma
rh variant o parziale o debole? Come faccio a scoprirlo? In caso fossi rh
parziale o debole potrei comunque fare l\’immunoprofilassi anti d dopo il
parto con efficacia?
4) Mia sorella che è A positivo, anche lei potrebbe essere in realtà
parzialmente positiva o debomente positiva? O in caso di rh positivo può
stare tranquilla che è positiva? Lei è attualmente già incinta, ed era
tranquilla essendo positiva, ma a questo punto se ci vogliono degli esami
specifici non so se informarla che deve rifare l’esame per accertarsi di
non essere per esempio d weak o d variant e quindi a rischio di
immunizzazione… anche lei l’esame l\ha fatto nel mio stesso laboratorio
privato!
Grazie mille, scusate per le domande forse banali ma da quando ho scoperto
di essere rh negativo sono totalmente sconfortata perché ho paura che avrò
difficoltà ad avere gravidanze in sicurezza. E più studio l’argomento più
scopro cose spaventose.

Abbiamo chiesto di rispondere alla sua domanda al professor Angelo Michele Carella, ematologo di fama internazionale:
“Gentile signora,
circa l’1-2% delle gravidanze è caratterizzato dalla presenza di anticorpi anti-eritrocitari, evidenziati dalla positività al test di Coombs indiretto materno. E’ buona prassi che questo test venga effettuato da tutte le donne prima della gravidanza o comunque entro le prime 12-14 settimane di gestazione, in modo da evidenziare la presenza di eventuali anticorpi che possano creare problemi al feto nelle fasi successive della gestazione.
Gli anticorpi che possono essere evidenziati dal test di Coombs indiretto non necessariamente rappresentano un rischio per il nascituro ed in alcuni casi possono essere addirittura anticorpi naturalmente presenti nel sangue materno. Più frequentemente la loro presenza è secondaria ad episodi immunizzanti, quali trasfusioni di sangue, gravidanze precedenti o più di rado trapianti.
Tra gli anticorpi materni più pericolosi per il feto, i dati disponibili dalla letteratura scientifica annoverano gli anticorpi anti-D, anti-c ed anti-K. La loro pericolosità risiede nel fatto che questi anticorpi hanno la capacità di superare la placenta e concorrere alla distruzione dei globuli rossi fetali (nel caso dell’anti-K addirittura delle cellule progenitrici dei globuli rossi), causando anemia fetale. Tale condizione è detta malattia emolitica feto-neonatale e può essere di gravità variabile, da lieve fino a molto grave in assenza di trattamento.
Nel caso in cui una donna risulti RhD negativa, al fine di ridurre il rischio di immunizzarsi, cioè produrre anticorpi diretti contro il gruppo sanguigno RhD dei globuli rossi fetali, ella dovrà sottoporsi alla somministrazione di una immunoprofilassi anti-RhD alla 28° settimana di gestazione ed eventualmente entro 72 ore dal parto nel caso in cui il neonato risulti effettivamente RhD positivo. L’immunoprofilassi riduce di molto il rischio della donna di sviluppare l’immunizzazione (inferiore allo 0,1% delle gravidanze RhD negative con neonato RhD positivo).
Le modalità di esecuzione della determinazione di gruppo sanguigno, nel caso in cui la donna risulti RhD negativa non necessitano di alcun approfondimento per verificare l’eventuale espressione debole o variante del gruppo RhD. In questi casi la donna è da considerarsi semplicemente RhD negativa e come tale sottoposta ad immunoprofilassi. Nel caso in cui invece la paziente risulti essere RhD positiva, ma con una espressione debole o parziale della proteina RhD , sarà necessario, a seconda della variante genetica specifica, sottoporla o meno ad immunoprofilassi a seconda della specifica variante. In tal caso è essenziale che la paziente, su invito del ginecologo, sia seguita dal servizio immunotrasfusionale di riferimento che darà la corretta indicazione.
Se nel caso di gruppo RhD negativo materno è raccomandata l’esecuzione della immunorpofilassi per ridurre il rischio di immunizzazione, nel caso degli altri gruppi sanguigni (es. gruppo c o K) non sono attualmente in disponibilità analoghe immunoprofilassi capaci di ridurre il rischio di immunizzazione, peraltro molto basso. In ogni caso, anche nel caso di accertamento di avvenuta immunizzazione materna, la gravidanza potrà essere seguita tramite monitoraggio da parte de laboratorio di immunoematologia ed ecografico (valutazione del picco medio sistolico dell’arteria cerebrale media fetale) al fine di evidenziare precocemente la comparsa di anemia fetale, per un opportuno trattamento”.

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