Beta-bloccanti: si possono assumere in gravidanza?

Dottoressa Elisa Valmori A cura di Dottoressa Elisa Valmori Pubblicato il 26/04/2022 Aggiornato il 28/04/2022

I beta-bloccanti, come per esempio il propranololo, non possono essere impiegati dal secondo trimestre di gravidanza in avanti perché potrebbero esporre il bambino a vari rischi.

Una domanda di: Erika
Sono una donna di quasi 34 anni, mamma di una bimba di sei. Subito dopo il parto ho sviluppato una tachicardia che ho portato avanti fino ad oggi. Ho effettuato tutte le visite e le analisi possibili e a livello cardiologico non è risultato nulla, ma in compenso ho sviluppato tiroidite e poi è emersa come sempre la mia anemia sideropenica. Per aiutarmi con la tachicardia sinusale mi hanno dato Inderal, ne assumo mezza compressa al mattino e mezza la sera. Vorrei tanto una seconda gravidanza ma ovviamente ho paura per via del betabloccante: è possibile cercare un bambino assumendo Inderal? Oppure esiste un altro betabloccante che si può assumere in gravidanza? Intanto sono in attesa delle analisi per verificare lo stato del ferro e della Vitamina B12. La ringrazio e Le porgo cordiali saluti.
Elisa Valmori
Elisa Valmori

Salve cara signora, i farmaci appartenenti alla famiglia dei beta-bloccanti (come ad esempio Inderal, contenente il principio attivo Propranololo) non presentano rischio di malformazioni fetali ma l’impiego in gravidanza va limitato al primo trimestre. Nei successivi mesi è opportuno evitare l’impiego di questa categoria di anti-ipertensivi (hanno anche questo tipo di effetto, visto che rallentano il battito cardiaco, da cui dipende la pressione arteriosa) in quanto potrebbero provocare ritardo di crescita intrauterino nel feto oppure rallentare anche a quest’ultimo la frequenza cardiaca, esponendolo al rischio di non riuscire a compensare completamente gli episodi di ipossia (diminuzione dell’ossigeno) indotti dalle contrazioni uterine o da momentanea compressione del cordone ombelicale. Un’alternativa ai beta-bloccanti, vista la sua sintomatologia, potrebbe essere un antiaritmico quale il Verapamil, su cui esiste notevole esperienza di impiego in gravidanza, dato che è stato usato anche come tocolitico (ossia per frenare delle contrazioni uterine premature). Nel suo caso mi sembra importante concentrarsi anche sulla tiroidite (che potrebbe causare già di per sé alterazioni nel ritmo cardiaco) così come sul versante anemia sideropenica in quanto anche in questo caso si ha una tachicardia sinusale compensatoria. Infine, mi permetto di segnalare che se la tachicardia sinusale dovesse persistere nonostante le cure in ambito tiroideo ed ematologico, esiste anche la possibilità della ablazione cardiaca ossia un trattamento di cura radicale del tessuto cardiaco che innesca l’aritmia, consentendo quindi di non dover più ricorrere ai farmaci per mantenere il normale ritmo del suo cuore. Spero di esserle stata di aiuto, resto a disposizione se desidera per ulteriori chiarimenti, cordialmente.

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