Bimbo di 23 mesi difficile da gestire: che fare?

Dottoressa Luisa Vaselli A cura di Dottoressa Luisa Vaselli Pubblicato il 04/01/2023 Aggiornato il 04/01/2023

Se è vero che la gestione di un bambino aggressivo e ribelle è oltremodo faticosa e difficile, lo è altrettanto che se si è profondamente convinti che sia giusto aiutarlo a controllare le proprie emozioni è possibile risolvere a poco a poco il problema.

Una domanda di: Ely
Sono la mamma di un bimbo di 23 mesi. Da un paio di mesi ho ripreso a lavorare. Mio marito lavora fuori e torna a casa ogni 20/30 giorni e al suo ritorno trascorre con noi circa 10/15 giorni, dedicandosi totalmente al bambino (che ovviamente sente la sua mancanza quando va via e soffre la partenza che prima non sapeva gestire ora invece sembra affrontare meglio). Il bambino va spesso in conflitto con me. Se gli viene detto un no o ha momenti di rabbia mi prende a schiaffi…tira capelli…dà testate ovunque (contro di me contro il pavimento contro il muro). Ultimamente inizia a farlo con tutti (zii nonni e anche con il papà quando c’è). Tutto diventa difficile perché non ha più solo questi comportamenti in momenti di rabbia o tristezza ma anche se devo cambiarlo o cambiargli il pannolino in un momento in cui non vuole ecco che inizia a farsi male e a fare male. Ho affrontato il momento con la calma, con la dolcezza, con il dialogo, alzando la voce ma mai ho trovato un riscontro positivo. So che dovrei lasciarlo calmare eccetera ma devo per forza avvicinarmi affinché non si faccia male e purtroppo non accetta nemmeno “le coccole” e ovviamente inizia a fare male anche a me. Diventa un circolo vizioso da cui non usciamo ma la cosa che mi rattrista di più è che ora tira capelli a chiunque (anche alla cuginetta di 10 giorni più piccola) alcune volte basta dirgli “fai la cara…il bacio bravo…” e cambia atteggiamento ma ovviamente tante volte non funziona e imperterrito fa piangere anche la cugina (e se la ride anche). Mi sento tanto stanca e tanto triste ma anche tanto in colpa perché soffre forse del fatto che sono tornata a lavoro, del papà che non c’è. Volevo cominciare a togliere il seno (lo prende di sera solo per addormentarsi) ma rifiuta la cosa e anche in quei momenti in cui gli parlo “dicendogli che ho bua…o mamma è stanca” lui non lo accetta e anche lì parte con gli schiaffi verso di me. Praticamente me le prendo sempre. Sono un po’ stanca e demoralizzata. Chiedo supporto e consiglio, grazie. PS aggiungo che pur avendo 23 mesi ha una forza e una fisicità/psicomotricità di un bimbo di 3 anni ma a livello linguistico dice poche parole (mamma-mamma e quando gli va “acqua”). Si fa capire tantissimo anzi fin troppo ma non vorrei che sfoghi il suo non riuscire ad esprimersi in questa maniera.
Luisa Vaselli
Luisa Vaselli

Cara mamma, leggo tra le righe della sua email un forte senso di colpa per essere tornata a lavoro e, creda, suo figlio percepisce nitidamente questo suo sentimento negativo, questo suo stato emotivo che la rende fragile. Lo lasci da parte il senso di colpa, quest’ombra così molesta e priva di una qualsiasi utilità, non lo alimenti, si fidi: non serve a nulla. Tenga invece presente che tornando al lavoro sta insegnando a suo figlio che bisogna prendersi cura non solo degli altri, ma anche di se stessi, quindi gli impartisce una lezione di vita di fondamentale importanza. Se fosse sempre a casa, forse sarebbe scontenta, sola e arrabbiata e mi chiedo se davvero lei pensa che abbandonando il suo lavoro sarebbe una mamma migliore, più solida affettivamente … La risposta è un no deciso, che non ammette né ma né forse. Abbiamo bisogno di essere donne e non solo mamme, di pensare a noi, per un pochino di sano egoismo, che poi ci permette di essere più presenti con i nostri figli: può suonare strano ma è prorpio così che stanno le cose. Detto questo, credo che la difficoltà ad esprimersi, che non sorprende in un bambino di 23 mesi, unita alla possibilità di fare leva sui rimorsi materni stiano alla base dei comportamenti aggressivi che lei riferisce. Quello di cui c’è urgenza ora è far capire a suo figlio che comprende ciò che sta provando, anche se farlo nel momento in cui la sua rabbia esplode è impossibile. Bisogna agire quando è calmo, quando la crisi di rabbia è passata, anche attraverso il gioco, la lettura di un libro, durante una passeggiata all’aperto voi due da soli. Posso affermare che nessun bambino arriva mai a farsi veramente del male. Sono molti i bambini che all’età del suo adottano comportamenti che sembrano autodistruttivi, ma in realtà non lo sono mai fino in fondo. Inoltre non esiste un bambino che accetta un no di buon grado, di fronte al no tutti mettono in atto i comportamenti di ribellione che conoscono e che sperano possano cambiare magicamente il no in sì, in fai pure, in va bene così. Suo figlio non è un’eccezione! Come tutti i bambini anche lui non riesce ad esprimere le proprie emozioni con le parole, non riesce a dire quanto è arrabbiato o contrariato o deluso, quindi ricorre alla gestualità, che per ora rappresneta per lui il modo più rapido di comunicare quello che sente. Questo, comunque, avverrebbe anche se avesse un linguaggio più sviluppato; infatti i bambini non sono in grado di dare un nome allo sconvolgimento emotivo che avvertono. Quindi spiegare al piccolo quale emozione lo sta attraversando, “vedo che sei arrabbiato, ti capisco, anche io sarei arrabbiata se mi avessero detto no, ma il tuo comportamento non mi piace” è il primo passo per avvicinarlo alla comprensione delle proprie emozioni, indispensabile per poterle controllare e governare. Cara mamma, so perfettamente che la situazione che sta vivendo è stressante e faticosa, ma davvero il suo bambino ha solo bisogno di comprendere, dare nome e voce alle proprie emozioni ed essere guidato al loro controllo con dolce fermezza, senza quei tentennamenti che spesso nascono dall’incertezza di non agire nel modo giusto o, peggio, appunto dai sensi di colpa. Non gli dia vinta la battaglia quando si arrabbia, metta via i propri sensi di colpa, il fatto di andare a lavoro non toglie niente a suo figlio e quando alza le mani, tira schiaffi o si aggrappa ai capelli o, ancora, dà testate contro il muro gli dica un no deciso, con tono fermo, autorevole. “No, non si fa”. Non occorre aggiungere altro, un no detto nel modo giusto, al momento giusto e supportato dalla convinzione interiore che sia altrettanto giusto pronunciarlo a volte può dare risultati incredibili. Cara mamma, è su di sé dunque che deve lavorare per sentirsi più forte e quindi più capace di contenere efficacemente le intemperanze del suo bambino. Mi scriva ancora, se lo desidera. Con cordialità.

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