Listeriosi: cosa fare se è reale la possibilità di essere state contagiate?

Dottor Fabrizio Pregliasco A cura di Dottor Fabrizio Pregliasco Pubblicato il 22/06/2023 Aggiornato il 05/07/2023

La questione su cosa fare nel caso in cui una donna incinta sia a rischio di aver contratto la listeriosi è ancora dibattuta. Ci sono specialisti che ritengono sia meglio che la donna assuma l'antibiotico comunque, presupponendo che il contagio sia avvenuto, altri suggeriscono invece che prima di tutto sia opportuno effettuare specifiche analisi del sangue per capire se davvero l'infezione è in atto.

Una domanda di: Rosanna
Gentilissimo Dottore, spero lei possa aiutarmi a fugare un dubbio che ormai si sta trasformando in una fobia. Parlo di listeriosi in gravidanza. Premetto che sono alla seconda gravidanza e che nella prima ho prestato particolare attenzione alle comuni norme igieniche e alimentari per evitare il contagio da salmonella e, soprattutto, toxoplasma. La listeria mi è mancata, ma grazie a Dio è andato tutto bene. Adesso sono all’8^ settimana e ci sono stati due episodi che mi terrorizzano. Primo tra tutti è stato il consumo di ricotta che oggi ho appreso essere stata la “ricotta del contadino” e in quanto tale, probabilmente prodotta non seguendo le procedure di pastorizzazione. Dal consumo dell’alimento incriminato sono passati circa 10 giorni e da allora non ricordo sintomi particolari, se non i comuni “brividi da freddo “ che mi accompagnano da quando ho scoperto questa nuova gravidanza, nausea, dolori e crampi addominali senza diarrea. Ma non posso sapere se possano essere associati o meno alla condizione gravidica, fatto sta che non sono stati di entità tale da richiedere il ricorso del medico. Il secondo evento è stato accompagnare il mio bambino alla festa di fine anno dell’asilo, in una “masseria didattica” con animali quali maiali, mucche, cavalli, galline e volatili vari. I bimbi hanno avuto la possibilità di “toccare” gli animali accompagnati dagli allevatori e a termine del tour è stato predisposto un buffet con prodotti locali, focacce fatte in casa etc, nonché un tavolo bevande condivise . Premesso che ho evitato di magiare praticamente tutto, non ho prestato altrettanta attenzione alle bevande, in particolare all’acqua, che si presentava in una bottiglia in plastica con tappo aperto e ancora “ancorato “ alla bottiglia , e non posso escludere che non sia stato aperto da qualche bambino che qualche minuto prima aveva accarezzato qualche animale. Versando l’acqua questa è venuta a contatto con la superficie esterna del tappo. Sono terrorizzata. Ne parlerò con il ginecologo alla mia prossima visita (tra 10 giorni) ma secondo lei, potrei anticipare con un esame mirato per la ricerca del batterio? Grazie per il tempo dedicatomi.
Fabrizio Pregliasco
Fabrizio Pregliasco

Gentile signora, il rischio che lei sia stata contagiata ovviamente c’è, purtroppo però la questione di come affrontare la possibilità che in gravidanza si sia verificato il contatto con il batterio responsabile della listeriosi, il Listeria monocytogenes, è ancora dibattuta. Tenga conto che l’incubazione può andare da poche ore fino addirittura a 70 giorni e questa è una delle ragioni per le quali non c’è consenso unanime su come comportarsi. Ci sono specialisti che ritengono sia il caso di impostare la terapia con antibiotico solo in seguito alla comparsa di sintomi anche lievi: la listeriosi si manifesta come una gastroenterite e lei in effetti ha avuto dolori addominali e nausea, i primi non sono disturbi tipici della gravidanza, mentre la nausea sì, ma come si fa a essere certi che non sia legata al contagio? Altri specialisti ritengono invece, in caso di alto rischio di contagio, che sia comunque prudente impiegare subito l’antibiotico, anche in assenza di sintomi. Altri ancora sostengono che, in casi come il suo ovvero quanto il contagio potrebbe essere avvenuto, sia opportuno effettuare l’esame per la ricerca del batterio nel sangue per prescrivere l’antibiotico solo dopo averlo individuato, ma per individuarlo possono trascorrere settimane ed è questo il punto dolente dell’opzione. Le linee guida dicono che in caso di donne in gravidanza con deboli sintomi gastro-intestinali o simil-influenzali, ma senza febbre, “l’approccio ragionevolmente raccomandato consiste nel tenerle in osservazione o, in al ternativa, sottoporle ad emocoltura e/o coltura fecale per investigare la presenza di L. monocytogenes”. Nel caso in cui si sottoponga una donna ad un esame diagnostico, alcuni autori suggeriscono che “siano date indicazioni specifiche al laboratorio clinico che effettua l’esame microbiologico a causa della difficoltà nel riconoscere i tratti morfologici del Listeria monocytogenes, molto simili a quelli di altri batteri”. Fermo resta che ci sono specialisti che raccomandano di iniziare una terapia antibiotica solo nel caso in cui l’emocoltura dia esito positivo per Listeria, mentre altri suggeriscono di iniziare il trattamento antibiotico già prima dell’esito del test colturale ed eventualmente di interromperlo qualora l’esito fosse negativo. Attualmente, non ci sono sufficienti dati utili che supportino i medici e le donne incinte nella valutazione dei rischi e dei benefici di una questa scelta terapeutica. Comunque sia in per le donne incinte che mostrano febbre superiore a 38.1°C, anche in assenza di altri sintomi, alcuni raccomandano di effettuare immediatamente le analisi diagnostiche e di iniziare subito (prima di vedere il risultato) la terapia antibiotica. Viene suggerito poi che, in caso di esito negativo dei test colturali dopo l’inizio del trattamento antibiotico, la decisione di continuare o meno la terapia dovrebbe essere presa tenendo in considerazione non solo il giudizio clinico relativo al caso spe cifico, ma anche l’opinione di ginecologi e di specialisti delle malattie infettive. Altri raccomandano di iniziare il trattamento solo in caso di esito positivo del test colturale. Sempre nelle linee guida, in alternativa all’analisi del sangue per la ricerca del batterio, è indicato come utile per la diagnosi l’utilizzo di un test da effettuare sempre nel sangue per la rilevazione di anticorpi diretti contro il batterio implicato, il Listeria monocytogenes. L’esame è attendibile e molto specifico, e può essere fatto circa a 12-14 giorni dal contatto a rischio. Il limite è dato dal fatto che l’individuazione degli anticorpi non esclude che l’infezione sia stata sviluppata molto prima della gravidanza e si sia ormai risolta. Nonostante questo si tratta di uno strumento molto valido. Purtroppo non posso dirle di più, se non di confrontarsi con il suo ginecologo “in presenza” al quale spetta l‘ultima parola sul da farsi (e l’eventuale prescrizione dell’antibiotico). Anche in questo caso, come in tutti gli altri simili in gravidanza è opportuno evitare a priori i comportamenti a rischio, perché preoccuparsi dopo averli assunti è molto più complicato. Ricordo le regole per la prevenzione della listeriosi elaborate dal Ministero della Salute: > BERE SOLO LATTE PASTORIZZATO O UHT • EVITARE DI MANGIARE CARNI O ALTRI PRODOTTI ELABORATI DA GASTRONOMIA SENZA CHE QUESTI VENGANO NUOVAMENTE SCALDATI AD ALTE TEMPERATURE • EVITARE DI CONTAMINARE I CIBI IN PREPARAZIONE CON CIBI CRUDI E/O PROVENIENTI DAI BANCONI DI SUPERMERCATI, GASTRONOMIE E ROSTICCERIE •NON MANGIARE FORMAGGI MOLLI SE NON SI HA LA CERTEZZA CHE SIANO PRODOTTI CON LATTE PASTORIZZATO •NON MANGIARE PATÉ DI CARNE FRESCHI E NON INSCATOLATI •NON MANGIARE PESCE AFFUMICATO.

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