Mio figlio non vuole aiuti per i compiti: che fare?

Dottoressa Paola Rolando A cura di Paola Rolando - Dottoressa Pubblicato il 03/03/2014 Aggiornato il 18/06/2026

Mio figlio di 8 anni vuole fare i compiti da solo, senza che nessuno lo aiuti o controlli. Il problema è che spesso sono sbagliati, ma lui non vuole che io glieli corregga perché dice... Risponde: Dottoressa Paola Rolando

Una domanda di: Redazione
Buongiorno. Mio figlio di 8 anni vuole fare i compiti da
solo, senza che nessuno lo aiuti o controlli. Il problema è che spesso sono
sbagliati, ma lui non vuole che io glieli corregga perché dice che io non
sono la maestra. Sono dubbiosa: devo rispettare le sue volontà o fare come
fanno tutti gli altri genitori e correggerli?

Paola Rolando
Paola Rolando

Gentilissima,
c’è una frase molto bella di Maria Montessori: ‘Aiutami a fare da solo’ che significa stammi vicino, dammi la tua fiducia ma non sostituirti a me perché se io faccio, capisco. È un pensiero apparentemente semplice ma spesso difficile da mettere in pratica perché capita che i genitori tendano a fare le cose al posto dei propri figli e a correggerli al primo sbaglio mentre, un bambino che impari a fare da solo, imparerà anche ad essere autonomo ovvero indipendente, libero di pensare e di agire, di organizzarsi e di elaborare delle strategie.
Il termine educare (dal latino ex-ducere) significa trarre fuori, condurre ovvero scoprirsi, mostrarsi come si è, manifestando la propria autenticità.
Il bambino ha bisogno di esprimersi e mettere in risalto le sue capacità per valorizzarle al massimo del loro potenziale.
In questo processo educativo, i genitori hanno il compito di accompagnarlo, guidarlo, aiutarlo verso l’acquisizione di quelli che sono i principi pedagogici essenziali: la fiducia in se stesso, la capacità di prendere decisioni e avere iniziative nonché l’autostima.
È un percorso evolutivo in cui il bambino ha bisogno di avere accanto persone fidate che lo sostengano nei momenti di difficoltà.
La persona fidata detta ‘figura di attaccamento’ è considerata la persona che incoraggia, che fornisce la sua compagnia e il suo sostegno e offre una base sicura da cui operare.
Pertanto, l’approccio positivo è di tipo educante nel quale i genitori si affiancano ai figli e li incoraggiano, rispettando la loro autonomia.
Al contrario, un approccio che sia sostituente andrebbe a bloccare la voglia di fare del bambino e lo farebbe sentire insicuro. I genitori che si sostituiscono ai figli nei compiti, non fanno di certo il loro bene anzi, non si rendono conto di trasmettere messaggi negativi, è come se gli dicessero ‘non sei in grado’; in questo modo il ragazzo non diventerà mai sufficientemente autonomo e arriverà a dubitare delle proprie capacità.
Fare invece i compiti da solo (con l’eventuale presenza ‘educante’, discreta e non sovrastante di un genitore) è anche un modo per imparare a conoscere se stesso, avere consapevolezza dell’obiettivo da raggiungere e sentirsi abili anche quando si commettono degli errori.
A tal proposito, vorrei ancora sottolineare l’importanza dell’errore e la sua valenza pedagogica. L’errore è uno strumento che favorisce la crescita personale e la creatività ed è normale, costruttivo e utile.
Nel lavoro scolastico il bambino sperimenta direttamente le sue competenze e i suoi insuccessi, impara a godere dei benefici e ad accettare le sconfitte, per superarle.
Gli errori sono piccoli ostacoli sulla strada del successo e sono strumenti efficaci di formazione e di crescita.

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