Smettere di allattare e sensi di colpa

Dottoressa Angela Raimo A cura di Angela Raimo - Dottoressa specialista in Psichiatria Pubblicato il 27/03/2021 Aggiornato il 03/04/2026

Le mamme sono specializzate in sensi di colpa, ma forse riuscirebbero a nutrirne di meno se solo acquisissero la consapevolezza che la tristezza e l'ansia che ne derivano non fanno bene alla serenità del bambino.

Una domanda di: Rosa
Buongiorno mio figlio ha 8 mesi. Allattato a super richiesta fino ai 6 mesi, sapendo già da subito che verso gli 8/9 mesi avrei dovuto smettere di allattare (per intraprendere una cura medica non compatibile). Dall’inizio dello svezzamento ho gradualmente ridotto fino a far scomparire le poppate di giorno (sostituendole con biberon). Ho poi continuato con allattamento prima solo la sera e la mattina e di notte, e poi solo durante i risvegli notturni. Da due giorni ho scelto quindi di interrompere completamente l’allattamento. Continuavo a rimandare questo momento ma ormai è arrivato. Il bambino sta quindi dormendo con il papà (perché da me richiederebbe il seno). Mi sento in colpa perché ho paura che a causa dell’interruzione dell’allattamento il bambino avrà traumi emotivi e conseguenze a lungo termine future. Inoltre so che a 8 mesi il bambino sperimenta l’ ansia da separazione quindi ho paura di aver scelto il momento peggiore per terminare l’ allattamento e forse era meglio smettere prima a questo punto. Che conseguenze psicologiche potrà avere? Ci sono studi in merito? La prego di darmi una risposta sincera anche “cruda”, perché preferisco sapere la verità piuttosto che essere tranquillizzata. È il mio secondogenito, con il primo figlio avevo allattato fino a un anno e e mezzo, dopo il quale il bimbo si era staccato da solo senza traumi. Onestamente ci sto molto male e ho paura di ripercussioni a lungo termine su mio figlio.

Angela Raimo
Angela Raimo

Gentile Rosa, mi ha invitato a essere cruda e lo sarò: si sta ponendo problemi che non esistono o, meglio, che sono solo dentro di lei come ombre moleste pur non avendo ragione di sussistere in quanto nati da una preoccupazione priva di fondamento. Dopo i sei mesi di vita, l’allattamento va incoraggiato e continuato, se è possibile farlo ma anche più semplicemente se mamma e bambino ne sono appagati, tuttavia non c’è alcuno studio scientifico che abbia evidenziato che smettere di allattare un bambino di otto mesi possa in qualche modo traumatizzarlo. Lei parla di traumi, un termine di cui si abusa e che in un caso simile è usato impropriamente. Suo figlio mica la perderà, il vostro legame continuerà a essere forte, saldo e, per lui, rassicurante anche se non gli offrirà più il seno. Molto più destabilizzante è la vicinanza di una madre tormentata dai sensi di colpa e quindi, a causa di questi, meno serena e gioiosa di quanto sarebbe meglio fosse per il benessere emotivo del figlio. Per quanto riguarda l’ansia da separazione è un sentimento naturale che tutti i bambini sviluppano, che è parte integrante della crescita emotiva. Nasce e cresce quando la mamma si allontana dalla loro vista e dipende dalla nuova consapevolezza di non essere un tutt’uno con lei a cui si associa la paura di perderla, di non rivederla più. Il gioco del bau-settete, che consiste nel nascondere il viso dietro le mani aperte per poi ricomparire sorridendo, è un modo semplice per trasmettere il messaggio che più conforta e dà sicurezza a un bambino: la mamma c’è, torna sempre, se scompare è solo per un po’. Non è certo continuando ad allattare che può impedire che suo bambino provi l’ansia da separazione, comunque dovrà farci i conti in misura più o meno significativa. Quello che giudico inopportuno è la sua scelta di non dormire con suo marito. E perché mai? Riterrei più corretto che si fasciasse il seno per poi mettere il bimbo a dormire nel suo lettino accanto al letto matrimoniale dove lei e suo marito dovete stare. Mi permetto di aggiungere che un figlio andrebbe amato, accolto, accudito con uno spirito lieve, altrimenti la maternità – che rappresenta un’esperienza tra le più felici e appaganti – può trasformarsi in un giogo pesantissimo non perché lo sia davvero ma per come viene vissuta. Cara mamma, probabilmente la recente maternità affrontata nel periodo più buio della storia attuale, quello della pandemia, l’impegno legato alla cura di due bambini così piccoli e una condizione di salute non proprio ottimale (questo lo deduco dal fatto che deve necessariamente iniziare una terapia) stanno influendo in modo negativo sul suo tono dell’umore. I suoi pensieri così neri ne sono una conferma. Forse dovrebbe pensare un pochino anche a se stessa, non saprei dire bene come, ma a volte può bastare anche molto poco: uscire all’aperto per una passeggiata (e possibilmente farlo ogni giorno, compatibilmente con le restrizioni), guardare un film, concedersi un acquisto un pochino folle. Le voglio ricordare che c’è anche lei, visto che ho l’impressione che se lo stia dimenticando troppo spesso. C’è un principio che vorrei facesse suo, che potrà aiutarla moltissimo: il bambino sta bene (psicologicamente) se la mamma sta bene. Tolga dunque il suo latte al bambino liberandosi dalle catene mentali con cui si tiene prigioniera di se stessa: è certo che suo figlio ne risentirà solo ed esclusivamente se lei dovesse diventare triste e cupa perché questo sì potrebbe essere destabilizzante per il bambino. Mi permetto di aggiungere che se i pensieri bui che le stanno passando per la mente dovessero continuare a comparire in maniera insistente potrebbe essere consigliabile che si confrontasse con uno psicoterapeuta. Tanti cari saluti.

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